Montagna di sabbia

Joanna Bator
Traduzione dal polacco di Barbara Delfino
Editore: Voland, 2023


Montagna di sabbia è un romanzo che mostra dentro e fuori dalle sue pagine l’importanza della complicità femminile, o meglio, quanto la complicità fra donne (a volte inconscia, altre involontaria, altre ancora spontanea) sia importante per affrontare le sfide a cui la vita ci sottopone quotidianamente. Joanna Bator ha popolato il suo romanzo con tre generazioni di donne: nonne -madri, madri-figlie e figlie che non si sottraggono un solo minuto della propria giornata alle prove in cui la vita le immerge fino al collo. Ogni ambiente da loro frequentato, famigliare, lavorativo o sociale che sia le pone di fronte a ostacoli e illusioni, piccole soddisfazioni e più spesso grandi delusioni.

Gli anni ’70 in Polonia dovevano essere quelli del riscatto, il governo socialista (che nel giro di pochi anni diventerà comunista) prometteva modernizzazione e benessere anche a coloro che provenivano da ceti meno abbienti, o peggio ancora da territori lontani in cui gli spostamenti dei confini non avevano fatto che accrescere la confusione nella mente di chi li subiva in prima persona, ma anche di chi li osservava da semplice spettatore.

E gli uomini, che ruolo hanno in questo romanzo? Che fine fanno?
Non mancano, ma non ne escono propriamente vincenti.
La loro giornata sembra suddivisa in soli tre passaggi: il primo, ad aprire la giornata, in miniera. Qui lavorano, si anneriscono, ambiscono a ottenere promozioni e a soddisfare le richieste dei superiori (spesso ripagate con mere illusioni). Il secondo passaggio è al parco dove si ritrovano con gli amici principalmente per bere, fumare e fare progetti per un futuro che in realtà non è ben chiaro neanche loro (e che l’alcol ingerito in grandi quantità contribuisce a rendere ancora più confuso). Per ultimo c’è l’approdo a casa dove ad aspettarli c’è una donna, o molto più spesso due o tre, se il nucleo famigliare prevede anche la presenza di madri, suocere e figlie.

Per i motivi più diversi, questi uomini, così come sono stati introdotti nel romanzo, pian piano vengono invitati ad uscirne, senza lasciare troppi ricordi o malinconie nelle donne che hanno affiancato nelle pagine narrate.

Le donne protagoniste, invece, anche quando rimangono sole sanno dove andare, come gestire il proprio passato (a volte molto scomodo e compromettente) e, soprattutto, sono sempre pronte a dispensare buoni consigli per il futuro (che le giovani spesso fingono di non ascoltare).

Lo stile di Joanna Bator è denso di immagini vivide, privo di dialoghi nel senso canonico del termine, ma con un gran numero di conversazioni intrecciate nella narrazione. L’incipit sembra essere scritto apposta per far capire al lettore fin da subito che genere di lettura sta per affrontare: un rimbalzo senza tregua da un personaggio all’altro, da una situazione all’altra senza neanche il tempo di prendere fiato. E proprio in questo risiede il fascino della scrittura della Bator, una volta che ti cattura non ti libera più fino all’ultima parola dell’ultima pagina.

“Jadzia ondeggia e rotola. Dominika è leggera e friabile. Se Jadzia le si accucciasse sopra gli ossicini della figlia scricchiolerebbero come il cono di un gelato. Ma Dominika recupera in velocità, la schiva. Salta e si inarca come la lepre di un cartone animato sovietico. Ogni volta che Dominika e Jadzia si avvicinano rischiano una collisione, maggiore è la distanza da cui si lanciano l’una contro l’altra, maggiore è il pericolo. Jadzia è sempre nello stesso posto, mentre Dominika si alza in volo o arriva a volo radente. Effettua un atterraggio di emergenza sulla Montagna di sabbia, frena in mezzo a una pioggia di scintille, e dopo un attimo decolla in una nuvola di polvere.

Jadzia preferirebbe che non si allontanassero troppo e che Dominika non volasse in quel modo. Il sogno della madre è che la figlia si sistemi, si stabilisca da qualche parte. Non fuggire via, gironzolona, le ripete, anche se sa che alla figlia non piace quando parla come una contadina. Lei è una di città. Prendilo, mamma, non piglialo, la corregge la saputella, accendilo, non appiccialo, per te e non per tu. Come se ci fosse qualche differenza. Jadzia non ne vede, Jadzia preferisce vederci la stessa cosa.”

Come gestire allora 400 pagine piene di sfaccettature e punti di vista contrastanti, prive di una struttura dialogica ma dense di parole fino a far mancare il fiato? Fortuna ha voluto che fuori dalle pagine nascesse una spontanea complicità fra traduttrice e revisora (come dicevamo, donne complici dentro e fuori il romanzo) che insieme hanno tentato di risolvere i nodi più complessi di una scrittura al contempo intricata ma in grado di rappresentare con freschezza e originalità una Polonia inedita e selvaggia. Non accade di frequente che chi traduce da lingue meno diffuse venga affiancato da un revisore competente che conosce la lingua di partenza del testo e la cultura del Paese in cui il romanzo è ambientato. Quando succede il traduttore si sente sollevato, sa di avere accanto a sé una persona con cui condividere dubbi, perplessità ma anche momenti di orgoglio per una resa che ritiene particolarmente ben riuscita.

E soprattutto sa che uscirà da questa esperienza arricchito, sia da un punto di vista professionale, sia umano. Confesso di dirlo con falsa modestia: a intraprendere certe sfide ci vuole coraggio, e noi tutte (J. J. D. D. B.) abbiamo dimostrato di averne avuto.

Barbara Delfino

Editore di Montagna di sabbia