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SAGGIO

L'anno del giardiniere
di: Karel Capek / editore: Sellerio, 2008
traduttore: Daniela Galdo - Traduzione dal ceco

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 La NOTA DELLA REDAZIONE - Articolo di Dori Agrosì

 
Nota del Traduttore

Un libraio distratto potrebbe mettere questo libro tra i manuali di giardinaggio, ma il giardiniere che l’acquistasse troverebbe ben pochi suggerimenti utili per migliorare il proprio giardino. In realtà, “L’anno del giardiniere” narra le imprese comiche ed eroiche del giardiniere dilettante, un omino buffo con l’annaffiatoio in una mano e la vanga nell’altra, come lo disegna Josef Čapek che illustrò la prima edizione di questo libro. Il giardiniere, mese dopo mese, affronta pericolosi nemici, come la pompa per annaffiare e i pidocchi delle rose; prepara misteriose pozioni magiche per concimare il terreno; si esibisce in rischiose acrobazie per coltivare il suo giardino roccioso; maledice il gelo a gennaio e la siccità a luglio; cerca piante rare e sogna montagne e laghi nel suo povero giardino di città.
Quando si leggono le prime pagine, che raccontano la nascita del giardino e del giardiniere, sembra che Čapek si sia solo voluto divertire, poi si passa da gennaio a febbraio, da marzo ad aprile; si leggono gli intermezzi tra un mese e l’altro sui semi, sul terreno, sui germogli o sui cactus, e si resta affascinati dal piccolo mondo del giardino e dai suoi cambiamenti stagionali. È un giardino cittadino circondato da siepi e fiancheggiato dai giardini dei vicini, invidiosi o molesti. Questo minuscolo universo popolato dagli ometti-giardinieri, contrapposto al mondo dei “grandi” protagonisti del mondo al di là della siepe, potrebbe essere visto come segno di mediocrità borghese: “La negazione dell’eroismo spocchioso e dei ciechi tumulti e dei castelli in aria si converte sovente in una facile contentatura, in un compiaciuto minimalismo, in una provincialità soddisfatta e domenicale” osserva A.M. Ripellino a proposito della propensione di Čapek al “buonsenso, all’equilibrio, alla giusta misura”. Al contrario, mentre scorrono le pagine, si prende coscienza della vera grandezza del giardino in cui è racchiuso un universo intero, in cui le stagioni si alterano, ogni mese trascorre nei preparativi al mese successivo e un anno non è nulla rispetto ai secoli di vita di un albero. Si diventa consapevoli della grandezza dell’infinitamente piccolo, della pace che si trova in questo scorrere naturale del tempo. Si impara ad accettare la natura e le sue leggi. Il giardiniere “dipende da leggi naturali millenarie; nessuna rivoluzione, qualsiasi cosa faccia, gli accelera la stagione della gemmazione e fa fiorire di lilla prima di maggio; di conseguenza l’uomo diventa più saggio e si sottomette alle leggi e alla tradizione”.
Čapek scrisse a un amico del 1925: “Quest’anno forse non andrò da nessuna parte, farò solo qualche gita. Per il resto, non faccio assolutamente niente, solo giardinaggio e soprattutto coltivo cactus dai semi, il che è un grande divertimento. Lo consiglio. Se andrà avanti così, lascerò la letteratura e mi dedicherò al giardinaggio – decisamente piuttosto al giardinaggio che alla politica”. E così il giardiniere maniaco, disposto forse a rubare e uccidere per una pianta rara, era un autoritratto. Nel 1925, insieme al fratello Josef, Karel Čapek aveva comprato una villa circondata da un giardino, a Vinohrady, un quartiere di Praga, allora periferico, e si era dedicato al giardinaggio, con creatività e soprattutto con grande passione. Intanto, raccontava le sue esperienze di giardiniere nella sua rubrica sulla prima pagina di “Lidové Noviny”, il quotidiano della borghesia intellettuale ceca dell’epoca. Nel 1929, raccolse in volume i numerosi feuilletons e li pubblicò con le vignette del fratello Josef, che traducono graficamente l’ironia e l’umorismo del libro con uno stile semplice e sintetico.
Per molti anni, Karel Čapek tenne su “Lidové Noviny” il suo diario pubblico: narrò dei suoi viaggi in Italia, in Inghilterra, in Spagna, in Olanda e in Scandinavia, parlò di natura e di stagioni, di letteratura e di animali, di politica e di uomini con leggerezza e ironia, creando un genere letterario unico. Alcuni critici disapprovarono questa sua attitudine a sprecare il proprio talento in scritti di poco conto, ma Čapek non interruppe mai la sua collaborazione con il quotidiano fino al 25 dicembre 1938, quando uscì l’ultimo dei suoi feuilletons il giorno della sua morte.
Nonostante queste “colonne” sul giardinaggio dovessero essere, per loro natura sintetiche, chiare e umoristiche, la loro qualità più notevole, quella che colpisce ed emoziona, e la cura che Čapek ha della lingua, della sua lingua. La lingua ceca, purtroppo è inevitabilmente, poco conosciuta, ha una ricchezza e una raffinatezza che poche altre lingue hanno. È ricca di sinonimi che danno allo scrittore una possibilità infinita di giocare con le sfumature, quasi tono su tono: accanto a ogni parola di radice slava, se ne trova una di origine latina, e a volte un sinonimo preso in prestito dal tedesco. E Čapek usa fino in fondo, in questo libro più che in altri, le possibilità della sua lingua. Gioca, si diverte con il ceco, crea lunghi elenchi di sonori e misteriosi nomi botanici, in latino e in ceco; poi passa con evidente piacere a usare tutti i verbi del giardinaggio, con tutte le sfumature che, nel complicato sistema dei verbi cechi fatto di prefissi e suffissi, queste possono acquisire. C’è solo da aggiungere che tutta questa ricchezza viene limitata dalla traduzione in italiano, che in certi casi sembra avere meno parole di quante ne siano necessarie. Del resto, Čapek fu l’inventore di una parola entrata in tutte le lingue del mondo: Robot. Tutti la conoscono, pochi sanno che fu creata dallo scrittore ceco nella sua commedia R.U.R.
“Due figure chiave della visione čapkiana dispiegano due tipi di creatività opposti ed estremi: il giardiniere scrutando il cielo, sperimenta allegramente le leggi della natura, mentre il superbo e luciferino Rossum (il protagonista di R.U.R.) inventa il robot”. Così scrive Sylvie Richterová nel suo approfondito saggio su “L’anno del giardiniere”, che conclude affermando che il giardino čapkiano è “un paradiso dove si crea, si lavora” e i giardinieri “sono uomini creativi, gloriosi mediatori tra la volontà del cielo e quella della terra”.
Daniela Galdo








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