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PERSONAGGIO

La visibilità del traduttore. Luci e ombre della fruizione di un testo letterario
di: Dori Agrosì

Scrittura e traduzione. Il volto e la sua ombra. Visibilità e invisibilità. La fruizione della letteratura straniera è possibile soltanto attraverso la traduzione, ma siamo sicuri di esserne tutti quanti consapevoli? Abbiamo capito tutti quanti che un romanzo straniero che arriva nelle librerie italiane, viene letto in italiano non per un'ovvia magia del tipografo ma perché il traduttore ha dovuto riprodurre, restituire, riscrivere quel romanzo nella propria lingua? Probabilmente a monte di tutto questo non è ancora chiaro che scrivere, tradurre, adattare, siano delle professioni, dei veri mestieri. Probabilmente, e non a torto, molti credono che siano delle abilità trasversali a cui ci si dedica per arrotondare: sbagliato, è semmai vero il contrario. Tutta questa confusione e disinformazione è causata dall'invisibilità del traduttore, una condizione che con maggiori riconoscimenti potrebbe trasformarsi in visibilità. È come un gioco di luci e ombre, quasi una tecnica cinematografica: se ti riprendo con queste luci vedo solo il tuo volto, ti abbaglio; se aumento il campo e accendo anche quelle altre luci, quelle un po' più indietro ecco che vedo anche la tua ombra. Insomma, il traduttore è un po' l'ombra dello scrittore, l'ombra di colui che nei cataloghi degli editori viene citato, certo, perché un titolo senza l'autore sarebbe ridicolo, ma un titolo di un'opera straniera accanto al nome dell'autore straniero grida aiuto senza il nome del traduttore. La segnalazione di un'opera straniera, attraverso riviste di qualsiasi genere che aprono rubriche culturali, che pubblicano ottime recensioni, molto spesso non citano il traduttore. Dopotutto esiste una legge apposita che detta l'obbligo di citare anche il nome e il cognome del traduttore, perché non rispettarla? Ogni volta che viene pubblicata la recensione di un'opera tradotta, il primo a sentirsi coinvolto per gli elogi e le critiche è senz'altro il traduttore. Può capitare che una recensione riporti dei veri e propri "equivoci" risultato di una lettura frettolosa, e il primo ad accorgersene è il traduttore e probabilmente anche il primo a farlo notare. Questo accade perché lui conosce il testo di quell'opera parola per parola, frase per frase, metafora per metafora, perché lo ha ricreato in un'altra lingua che conosce bene, la propria, e sa benissimo dove una recensione può usare la matita rossa. E ancora… perché non avvertire il traduttore quando un'opera riceve un premio nel paese in cui è stato tradotto? Sarà sicuramente, e fuori di dubbio, merito dell'autore ma anche del traduttore e della sua buona traduzione. È anche questione di fruizione, di ingegno di colui che ne ha saputo restituire le emozioni al suo lettore. Dopo aver pubblicato un romanzo, un saggio, molti scrittori trovano sempre uno spazio, un'utenza a cui confidare tutto quello che il lavoro su quell'opera ha generato. Parlarne deve essere una vera e propria soddisfazione e liberazione, sicuramente un'aggiunta d'informazione. Dopo aver tradotto un romanzo o un saggio, moltissimi traduttori vorrebbero tanto sfogare tutto quello che il lavoro su quell'opera ha prodotto. Parlarne sarebbe una vera e propria soddisfazione e liberazione, sicuramente un'aggiunta d'informazione, oltre a quello che lo scrittore vuole dire.
Alla domanda che N.d.T. - La Nota del Traduttore ha rivolto a Diego Marani, il personaggio dello speciale di questo mese: Qual è il margine di creatività consentito nella traduzione di un testo letterario? Marani ha risposto: "Infimo o infinito. Dipende dalla lingua, dallo scrittore e dal traduttore. Il passaggio da lingue diversissime impone spesso profonde trasformazioni. E' lì che si gioca la creatività del traduttore che deve allora essere fedele al contenuto più che alle parole. Ma c'è una fine creatività che deve stare a ridosso dell'autore, nel non mollarlo di una virgola. Sono due modi diversi di porsi davanti a un testo. Entrambi richiedono un lavoro lungo e difficile, invisibile alla lettura. Si può addirittura dire che l'intervento del traduttore meno visibile è, più è pregevole."
La risposta di Marani, condivisibile da tutti i traduttori e non solo, ci porta a sottolineare che tradurre non significa soltanto riscrivere un'opera in un'altra lingua, ma riscrivere un'opera carica di riferimenti culturali e riproporla in un'altra cultura ed è proprio qui che il traduttore deve trovare il modo più adeguato per imporre delle trasformazioni senza modificare l'opera originale. Il famoso compromesso dello scarto tra due lingue, rispettandone lo stile. Per cui tradurre è molto più che riscrivere e il traduttore merita di essere citato, sempre.    

Dori Agrosì








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