
Dubravka Ugrešic' è una scrittrice che esprime senza compromessi la sua opinione
sul mondo. In questo senso, ogni opera della Ugrešic - romanzo saggio o racconto
- si può definire "impegnata", perché decide di partecipare attivamente alla realtà
contemporanea, analizzandone e commentandone ogni contraddizione.
D'altronde l'autrice con fama di personaggio scomodo nell'ex patria (la Croazia,
abbandonata dal 1992 "per l'incapacità di sopportare le bugie dei compatrioti")
ironizza sul suo ruolo di eterna voce critica, fuori dal coro: "
Sono nata esattamente un anno dopo che Tito aveva detto il suo storico no! a
Stalin. Sono stata concepita dunque in un momento significativo, nel momento in
cui è stato pronunciato uno storico no. E' del tutto probabile che un tale momento
abbia determinato il mio carattere."
Nella raccolta di saggi
Vietato Leggere l'autrice volge il suo sguardo critico su tematiche che la coinvolgono direttamente,
riflettendo sul ruolo dello scrittore, della letteratura e del libro nella società
contemporanea di massa, regolata soltanto da leggi di mercato. Da tutto ciò trae
le sue spietate, ciniche, sarcastiche conclusioni. Eppure il discorso della scrittrice
è caratterizzato da una prosa apparentemente leggera, sempre percorsa da una sottile
ironia, che si abbandona solo raramente a toni più severi e rigorosi, come se
l'autrice stessa volesse rendere meno drastica la sua opinione, e allo stesso
tempo si divertisse a far arrivare il lettore da solo alle sue stesse conclusioni.
Trovo che la vera priorità nella traduzione di un testo di prosa così particolare
e atipico (saggio, ma anche autobiografia, cosparso di aneddoti, frammentario
e variegato) sia di trasmettere quella che è la vera voce della Ugrešic', trasponendo
la sua prosa fluida e nitida, la sua semplicità - frutto in realtà di una attenta
ricerca lessicale per rendere l'esattezza dei concetti, la sua incisività. Una
prosa profondamente ironica, che partendo dall'aneddoto si snoda entrando nel
vivo dell'analisi critica, per poi arrivare a toni assertivi e diretti. Tradurre
una voce così indipendente, intelligente e informale è estremamente stimolante.
Le difficoltà incontrate nella resa del testo sono state indubbiamente di ordine
minore, dovute al largo uso di termini inglesi (usati spesso con accezioni marcatamente
ironiche), che per un pubblico italiano rischiano di essere oscuri. Non sono mancate
difficoltà causate dalla presenza di neologismi e costrutti ricorrenti, coniati
dalla Ugrešic e usati come "parole-chiave", dal largo uso di proverbi ed espressioni
colloquiali croate. La scelta è stata di fedeltà al testo, e l'inglese è rimasto,
come anche l'uso particolare di certi termini e neologismi ricorrenti, evitando
solo che risultassero troppo ridondanti in italiano.
Attraverso vari mutamenti di tono, dall'ironia folgorante dei primi due capitoli
(
Buon Giorno! e
Il mercato, dedicati al mercato editoriale occidentale, ai bestseller, agli scrittori glamour,
agli insospettabili parallelismi fra la letteratura di consumo e quella del socialismo
reale), alla malinconia del capitolo sulla realtà letteraria dell'Est europeo
(
Il cugino di campagna), passando per il più autobiografico
La vita senza coda (amare e lucide considerazioni sulla vita dello scrittore in esilio, del ruolo
dell'intellettuale nella società contemporanea, del dominio assoluto dei mass-media)
fino al momento, conclusivo e intenso, della riflessione sul futuro (
Allora, addio), l'autrice traccia un affascinante percorso di domande e possibili risposte,
che si esauriscono in un finale postmoderno e romanzesco, la miglior risposta
alla domanda "Perché scriviamo?"