
Ci sono libri che un traduttore teme di affrontare, vuoi per difficoltà stilistiche,
vuoi per il tema, vuoi per lontananza culturale. Sicuramente per me
Il viaggio di Lewi è stato uno di questi. Un primo fattore di timidezza è stata la mole: 600 pagine
giuste giuste nell'edizione originale. Poi lo stile particolare. Avevo già letto
altri libri di Enquist, anche se era il primo che traducevo, e avevo avuto modo
di apprezzare la sua prosa, che per quanto affascinante alla lettura intuivo ostica
alla traduzione. Infine il tema:
Il viaggio di Lewi racconta il viaggio attraverso il Novecento di Lewi Petrus, fondatore della chiesa
pentecostale svedese. Inutile dire che nella cattolicissima Italia gli studi sulle
sette protestanti sono decisamente rari, e quindi risulta piuttosto difficile
crearsi una base terminologica e un quadro d'insieme in cui inserire gli avvenimenti
del libro.
Ma per fortuna sull'altro piatto della bilancia c'erano le attrattive del libro,
che a mano a mano che il lavoro proseguiva hanno decisamente preso il sopravvento.
Come traduttore, la prima cosa che mi fa innamorare di un libro in genere è il
linguaggio in cui è scritto. Forse perché in una prima fase del lavoro la lente
di ingrandimento della traduzione tende a farmi perdere di vista l'insieme, il
contenuto, per farmi concentrare sul dettaglio, un'espressione inusuale, una metafora
riuscita. E lo stile di Enquist è perfetto per conquistare a poco a poco anche
il lettore più esigente: uno stile scarno, asciutto, ma illuminato da improvvise
impennate, a volte poetiche, a volte di un'ironia tagliente; un linguaggio apparentemente
semplice ma che nasconde difficoltà impreviste, un improvviso salto di registro,
la sorpresa di un termine usato fuori contesto. Anche la personalissima tecnica
narrativa di Enquist è affascinante: come un collage, disseziona e ricompone gli
eventi per "ricostruire" da un nuovo punto di vista situazioni e personaggi.
Il viaggio di Lewi è suddiviso in sezioni cronologiche, ma in realtà il libro è un continuo gioco
di piani temporali, con eventi che vengono preannunciati o accennati più volte,
o che ritornano in seguito, attraverso brevissimi accenni, poche parole chiave,
quasi
leitmotive manniani. L'impressione finale è quella di un complesso mosaico di tessere che
ritornano e si scambiano posto, un immagine che bisogna guardare a lungo e senza
preconcetti per permettere alle macchie di colore di assumere una forma intelligibile.
E poi, come era già successo con
Il medico di corte, anche con
Il viaggio di Lewi Enquist rivela una pagina pressoché sconosciuta, eppure fondamentale, della storia
scandinava: la storia del movimento pentecostale svedese, il più grande movimento
di risveglio religioso del Novecento, attraverso l'incontro e lo scontro del suo
fondatore, il carismatico Lewi Pethrus, con l'ex-poeta erotico Sven Lidman, poi
predicatore e numero due del movimento. E il pentecostalismo è un elemento fondamentale
per capire la Svezia del Novecento, sospesa tra modernità e oscurantismo, tra
laicità ed estasi, tra illuminismo e irrazionalismo. Ma come negli altri suoi
libri la storia, pur essendo in primo piano, non è mai arida ricostruzione ma
il contesto in cui si muovono personaggi assolutamente vivi, nudi e dissezionati
nei loro sentimenti più intimi.
Insomma, nonostante i timori iniziali e le difficoltà non indifferenti incontrate
in corso d'opera, tradurre Enquist resta un'esperienza emozionante e formativa.