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ROMANZO

In viaggio contromano, The Leisure Seeker
di: Michael Zadoorian / editore: Marcos y Marcos, 2009
traduttore: Claudia Tarolo - Traduzione dall'inglese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Claudia Tarolo
pag. 2 Nota del Redattore - Ana Ciurans

 
Nota del Redattore - Ana Ciurans

Qualsiasi cosa attendano Ella e John in fondo alla route 66 “è sempre meglio della vecchiaia, della malattia o di cadere dalle scale della cantina.” Anche se nelle due prime situazioni ci sono fino al collo.
Due vecchietti, lei malata di cancro e lui di Alzheimer, allo stadio terminale e medio, rispettivamente. Con tutti gli imbarazzanti effetti collaterali che questo comporta.
La dipendenza dai farmaci, dalle cure mediche fautrici della vita a tutti i costi e gli atteggiamenti ultraprotettivi dei figli. Tutte belle cose che si aggiungono alle gioie di “default” della vecchiaia sana: moria di amici e conoscenti, regolari visite agli ospizi e orrore per le cadute. Tirare le cuoia è brutto. Quindi meglio che sia veloce. L’unica loro fortuna è che “insieme fanno una persona intera”, con tutte le sue, pur vecchie, risorse.
Così, alla frutta, sbuca un’indole inaspettata che non sospettavano neanche di avere e che, paradossalmente, malattia e vecchiaia riescono a stanare. Proprio loro, turisti e non viaggiatori, gente di quella che parte per il gusto di tornare alla solita vita, al solito posto, intraprendono un viaggio di andata sul “leisure seeker” di famiglia. Destinazione Disneyland, California. La voce di Ella, io narrante, dal primo atto di ribellione, quello di sbarazzarsi dalla parrucca che porta a causa della perdita dei capelli, si riappropria chilometro dopo chilometro del diritto alla propria vita (e alla propria morte). La sua e quella del marito di cui, lei casalinga e donna finora mite, è diventata la custode.
Tra incontri, cocktail, birre, analgesici e diapositive, una route 66 che a tratti sparisce, inghiottita dalle autostrade, fa da traccia al lento e consapevole recupero della dignità di questi due vecchi.
Michael Zadoorian, bravo nell’uso di un’ironia elegante, equilibrata, consapevole di dove vuole arrivare, senza vantare diritti su nessuna verità né animi didattici (grazie) ci pone di fronte a qualcosa che riguarda tutti, prima o poi. Il diritto alla propria morte come qualcosa che fa parte del diritto alla vita. Senza traccia di patetismo.
Sorprendentemente neanche di nostalgia.
C’è solo un realismo spiazzante, paradossalmente tenero che ci risparmia per quanto possibile la tristezza. Che fa perdonare, insieme all’epilogo prevedibile ma realistico, l’eccessiva lunghezza del romanzo. Una sorta di eutanasia festosa nei limiti del possibile. E leggerezza. Qui più che mai rimane apprezzabile e profondamente onesto. “Abbasso completamente il finestrino e sporgo il braccio. Il vento cerca di sospingere all’indietro la mia mano, ma io apro il palmo e oppongo resistenza, la metto orizzontale, poi a coppa, come se stessi nuotando. Muovo il braccio su e giù, una bracciata laterale nell’aria. Ē un gesto che mi trasmette un buffo senso di libertà, infantile finché vuoi, ma un po’ di stupidità fa bene. C’è così poca leggerezza in questo periodo della vita, mentre è il momento in cui ce ne sarebbe più bisogno.”
Chi può darle contro?

Ana Ciurans









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