Tutte le lingue del giallo al Pisa Book Festival 2009
di: Ana Ciurans
Lo scorso 10 di ottobre, nell’ambito del Pisa Book Festival, ho assistito alla
tavola rotonda dal titolo “Tutte le lingue del giallo”. Conosco da anni le tavole
rotonde organizzate da Ilide Carmignani che, nell’ambito delle Giornate della
Traduzione Letteraria di Urbino, del Salone del Libro di Torino o altre, sono
sempre interessanti. Devo dire però che questa volta è stata davvero una magnifica
tavola rotonda. Luca Conti, traduttore specializzato in narrativa angloamericana,
Ena Marchi, editor di Adelphi, Claudia Tarolo, traduttrice e editore di Marcos
y Marcos e Marco Vicentini, editore di Meridiano Zero hanno dato veramente tanto:
la loro competenza, la loro voglia di raccontare e soprattutto tanti esempi pratici.
Interessantissima quindi, per i traduttori di giallo e non solo. Sono emersi alcuni
consigli preziosi. Ecco i passaggi più significati degli interventi, coordinati
appunto da Ilide Carmignani che invita i presenti a pronunciarsi sulla traduzione
della letteratura di genere:
Luca Conti: Non ho problemi a usare l’espressione “letteratura di genere”. Il giallo è
una passione che ho sin da piccolo, così sono diventato traduttore di gialli perché
sentivo la necessità di tradurre cose che mi piacevano. Poi le cose sono venute
da sé. Le case editrici sanno che lo faccio bene e mi cercano. Traduco sia cose
proposte da loro che mie proposte personali. In questi ultimi anni, per merito
mio e di altri traduttori, c’è stato un aumento di traduzione di narrativa del
genere giallo. Fino a pochi anni fa questo genere era praticamente in mano a Mondadori
perché avendo forte capacità contrattuale poteva scegliere liberamente e in prima
battuta quel che di più interessante, a loro avviso, c’era sul mercato. Così è
stato dagli anni ‘30 in poi. Giallo Mondadori, collana di narrativa pubblicata
da Arnoldo Mondadori Editore e diretta fino al ’79 da Alberto tedeschi è stata
l’unica offerta di giallo per il lettore italiano. L’editore iniziò a pubblicare
una collana regolare nel ’29, con il titolo “I libri gialli”, mentre il primo
numero della collana intitolata I gialli Mondadori, poi Il giallo Mondadori, uscì
nell’aprile 1946. La collana iniziò essendo pubblicata per decenni con periodicità
settimanale, mentre è oggi un quindicinale. Questa periodicità costringeva la
collana in una gabbia rigida, così se i romanzi erano troppo lunghi venivano tagliati
per cui gran parte delle pietre miliari che sono uscite in lingua italiana erano
versioni parziali. A causa appunto di esigenze editoriali. Di fatti tutt’ora seguono
questo criterio. Ma dalla metà degli anni ’80 si produce una svolta: Ed Mc Bain
e altri ritirano i loro libri esigendo la rilegatura e la pubblicazione integrale.
Qui si produsse il primo passaggio dell’erosione del monopolio. E un avvertimento
per gli altri editori: non era più consigliabile ricorrere a traduzioni rarefatte.
Ilide Carmignani: Quali sono state le competenze specifiche di cui disponevi per specializzarti
in questa traduzione di genere?
Luca Conti: Essendo la mia passione sin da piccolo mi sono specializzato nella tematica
anche se non avevo fatto degli studi specifici. Ho studiato letteratura italiana
all’Università ma negli anni ’80 l’Università italiana non offriva tutte le possibilità
attuali. E quindi le competenze me le sono fatte da solo. Inoltre si tratta di
un settore che richiede un aggiornamento continuo. Io non ho preso un arma in
mano in vita mia ma sono un vero esperto. Ricordo un’intervista fatta da Ilide
Carmignani a Mantovani nella quale emergeva l’aspetto pratico, artigianale, del
traduttore al di là delle teorie di traduzione. Ecco, io mi ritengo un artigiano
della parola.
Ena Marchi: Non ho una grande esperienza di genere. La mia esperienza si circoscrive alla
conoscenza approfondita di Simenon del quale penso che erroneamente sia sempre
stato considerato di genere. La sua produzione è noir in quanto le atmosfere,
d’accordo, ma prendiamo per esempio “Lettera al mio giudice”, è una storia di
amour fou non un giallo anche se c’è anche un assassinio. Prendiamo “Le anime
grigie” di Philippe Claudel o la trilogia di Montale di Jean Claude Izzo. Non
sono solo gialli, son possiamo ridurre quindi le competenze traduttive al genere
perché non sono opere di genere e quindi presentano problemi traduttivi che vanno
oltre la classificazione. Prendiamo anche “Maigret” di Simenon. Il vero cultore
del genere non lo ama perché non è hard boiled, quello che in realtà interessa
a Simenon è cogliere l’atmosfera della provincia francese o di Parigi con gli
occhi di un piccolo borghese, mettere il suo personaggio in situazioni socialmente
diverse, per ciò il “passaggio di classe” è il meccanismo del crimine e Maigret “anarchico di
destra” mette ordine in queste situazioni. Scrive in fretta, serialmente per 40
anni (75 romanzi e 28 racconti) con poche correzioni e molto dettagliatamente,
utilizzando aggettivi materici ed è dai dettagli che scopre il colpevole. È stato
mondadoriano per 40 anni e ha tentato di imporre a Mondadori anche i suoi roman-roman
anche se Maigret lo ha fagocitato. Solo dopo, con il passaggio ad Adelphi e alla sua Biblioteca dei classici del
900 e non solo, gli è stato riservato un trattamento da vero scrittore. Si sono
curate le sue traduzioni, le revisioni. Era il ’95 e la netta distinzione tra
letteratura alta e bassa era sparita, proporre Simenon senza Maigret è stato come
proporlo di nuovo.
Claudia Tarolo: Io vi faccio l’esempio di Carlene Thompson, brava giallista edita da Mondadori
con un 25% di ritagli sui testi. Noi di Marcos y Marcos l’abbiamo recuperata perché
il giallo piace come modo di parlare del male. La Thompson, a differenza di Simenon,
non ripete mai i suoi personaggi ma crea sempre donne nuove, normali che affrontano
la normalità come qualcosa di positivo e il male come qualcosa che è separato,
fuori, che s’insinua a volte. Questa parte quotidiana e normale, come per esempio
la colazione o il dialogo tra amici o in famiglia della vita dei suoi personaggi,
era stata tagliata da Mondadori perché non rispondeva specularmente al cliché
del giallo. Noi l’abbiamo recuperato perché non solo è godibile per il lettore
ma è avvincente per la sua opera. Infatti molti scrittori di gialli, definiti
di genere, sono costruiti da esigenze editoriali e molti sono invece scrittori
molto più complessi. Nella Thompson questa parte della sua scrittura è indispensabile
per capire il male che viene sempre e comunque da fuori di quest’ambito. Wileford,
un altro dei nostri autori, per il contrario vede il male intorno a noi dappertutto.
È difficile da tradurre perché nelle sue opere la violenza è dentro (non dimentichiamo
che Tarantino ha dedicato a lui “Pulp fiction”). I personaggi di Wileford hanno
la ruggine nel cervello, fanno fatica a parlare e i traduttori sono tentati di
migliorare questo ritmo fangoso.
Luca Conti: Sì, si tratta di una lingua studiata. Dietro c’è un lavoro di ricerca molto
lungo. Lo fa apposta. La lingua dei suoi romanzi non lascia niente al caso e in
un universo di stupidi la lingua si adatta a loro.
Marco Vicentini:– Negli anni ’50 c’era una netta distinzione tra letteratura mainstream e letteratura
da poco, se volete di genere o di intrattenimento puro e qui si situavano il giallo
e la fantascienza. Sono strutture schematiche cadute con i ’70. Nei ’70 c’è stato
un continuo rimescolamento di culture e linguaggi provenienti dal mondo del rock,
dal cinema e dalla pubblicità. Il genere ha smesso di essere tale perché tutto
era genere. Chi era giovane nei ’70 andando avanti nel tempo ha sviluppato la
cultura di una generazione che non pescava più solo nel patrimonio cosiddetto
classico ma anche in quello definito fino ad allora popolare. E il genere, come
era inteso fino ad allora, è sparito. Ora si utilizzano punti di caratterizzazione
che possono essere definiti come opere contemporanee di cultura popolare. È indispensabile
che il traduttore conosca le fonti di riferimento, la cultura di base alla quale
attingono. Così il grande traduttore che ha tradotto i classici si può ritrovare
senza riferimenti per il noir. Lo stesso succede per la traduzione di passaggi
carichi di sesso che i poco ferrati traducono in forma stereotipata utilizzando
semplicemente volgarità. Il traduttore non deve essere invisibile ma visibile
perché dietro c’è il suo lavoro, perché non si traduce per stereotipi ma ogni
traduzione è un’ipotesi diversa che si risolve caso per caso. Il traduttore di
oggi, di narrativa contemporanea nella maggior parte dei casi, ha un’impronta
personale e prende decisioni che discute con l’editor o comunque con il suo committente.
Ena Marchi: Tradurre Simenon infatti è come fare editing. Bisogna leggere molto e non solo
tradurre per essere buoni traduttori. Senza aver letto “L’isola di Arturo” della
Morante o “Quel pasticciaccio brutto de via Merulana” di Gadda non si può tradurre.
Ilide Carmignani: Qual è il confine tra traduzione e scrittura? Cioè quando si
smette di essere traduttori per diventare editor?
Luca Conti: In genere serve per sapere di che si parla. Uno degli autori che ho tradotto,
Elmore Leonard, pone dei problemi traduttivi insormontabili. Ha 85 anni, scrive
dagli anni ’50 e ogni romanzo che fa ha uno stile suo, un linguaggio settoriale
dentro al quale si svolge il libro. Ē stato tradotto dagli anni ’60 ma solo dal
suo passaggio a Einaudi, nel ’90, le sue traduzioni hanno funzionato veramente.
A lui la trama non interessa, il libro è fatto dai personaggi che parlano col
loro gergo e lui spesso persino inventa le parole. Spesso nei suoi libri fa riferimento
a personaggi di anni fa, quando glielo fai notare lui dice che al lettore restano
sempre in testa. Ma il traduttore li deve conoscere. Ecco, è indispensabile leggere
tua la bibliografia di un autore prima di tradurlo. Lansdale invece non presenta
problemi di traduzione oltre al ritmo, ha trovato un suo stile e lo segue. Mentre
che , come dicevo, Leonard è uno che si mette in discussione da solo. Con lui
non si traduce solamente. Comunque l’intervento ha un limite, sei autore per interposta
persona e il testo è un limite. Bisogna trovare il tono giusto e soprattutto il
ritmo giusto.
Ilide Carmignani: Tu sei uno specialista in slang…
Luca Conti: Ho collaborato con Roberto Cagliero e Chiara Spallino nella redazione di un
dizionario dello slang americano per Mondadori e curato l’edizione italiana del
“Dizionario delle letterature poliziesche” di Claude Masplède, insieme a Giovanni
Zucca, per Mondadori. L’importante è avere orecchio, non cedere all’uso di localismi
perché bisogna farsi capire da tutti.
Ilide Carmignani: Quali sono i problemi di revisione più ricorrenti nella traduzione
del giallo?
Marco Vicentini: I traduttori alle prime armi no trovano tutto nei dizionari di slang. Si pongono
subito domande come. È slang o lo ha inventato l’autore? O sarà un refuso? Non
è raro che a causa di un cattivo lavoro di editing il traduttore si trovi con
un refuso. In questi casi consiglio sempre di confrontarsi. Poi individuare ritmo,
registro. E anche elaborare un registro narrativo di altre traduzione se l’autore non
è al primo libro. Ai miei traduttori dedico tutto il tempo necessario.
Claudia Tarolo: Il traduttore è creativo ma è vincolato. Al di là dei problemi tecnici l’importante
è la voce della traduzione che deve rispecchiare la voce dell’autore e sapere
usare i ferri del mestiere. Una volta fatta su una cattiva traduzione è molto
difficile rimettere le mani. E come diceva Ena Marchi bisogna leggere tanto in
italiano.
Leggere tanto. In italiano e ovviamente la bibliografia dell’autore del quale
si affronta la traduzione. Avere una buona cultura classica e attingere a quella
che finora è stata definita,erroneamente, popolare. E porsi sempre domande. Questi
i consigli per i traduttori. Per i lettori, ovvero per tutti noi, smettere di
pensare al giallo come letteratura di genere. Era ora. Chi mai potrebbe definire
“Casino Totale” di Izzo, per citare uno che amo, solo come un giallo? Questi editori
ci mandano un messaggio, chiaro e preciso. La letteratura è una e può solo essere
buona o cattiva.
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