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TRADUTTORAMA

La traduzione dei testi scientifici, l'esempio dei "Taccuini" di Charles Darwin
di: Isabella C. Blum / editore: Laterza, 2008

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Isabella C. Blum

 
Nota del Traduttore

La traduzione dei tre taccuini darwiniani qui raccolti ha costituito, per me che l’ho eseguita, un’operazione che, se non proprio unica è stata di sicuro, e per diversi aspetti, profondamente inusuale. Non solo mi sono confrontata con nodi da sciogliere di natura diversissima: spesso si è trattato di problemi di difficile soluzione; nei casi più ostici, poi, una soluzione unica non esisteva ed è stato necessario, molto più di quanto richiesto in altre situazioni, intraprendere una sorta di negoziato, nella ricerca di un non facile equilibrio fra riproduzione attenta e rispettosa del testo e realizzazione di una traduzione che risultasse leggibile per il lettore moderno non specialista. Come è ovvio, ogni negoziato

richiede una certa disponibilità ai compromessi, e calibrare l’entità di questi ultimi senza sacrificare nessuna delle peculiarità del testo non è stata cosa facile. Spero di esserci riuscita, almeno in parte.

I testi qui proposti, come dicevo, hanno caratteristiche inusuali. Normalmente un traduttore lavora su un testo finito e pubblicato, al quale dunque l’autore ha dato, secondo il proprio sentire, una forma definitiva, destinata al mondo. A volte può capitare anche di lavorare su testi non ancora pubblicati, ai quali l’autore stia ancora apportando perfezionamenti e modifiche; oppure su scritti interrotti o lasciati incompiuti e che quindi non hanno raggiunto (e spesso mai raggiungeranno) una forma definitiva. Si tratta sempre, però, di materiali che l’autore intendeva destinare a una lettura altrui, se solo non fosse stato sviato dalle circostanze della vita o interrotto dalla morte. In tutti questi casi, il pensiero ha compiuto, comunque, il fondamentale passo che porta dal discorso interiore alla conversazione con altri, sia pure solo immaginata. Le idee si sono cristallizzate in una forma solida, ordinata, socialmente presentabile. I taccuini di Darwin non sono riconducibili a nessuna di queste situazioni. Non sono cristalli: sono un magma.

I taccuini rappresentavano per Darwin una trascrizione, spesso in codice, sempre ad uso privato e personale, dei suoi pensieri. A rigore, alcuni degli appunti fissati da Darwin in questi scritti non sono nemmeno definibili “pensieri”, ma semplici memorandum. Libri che si proponeva di leggere, disegni, schemi, dati da ricordare, informazioni da cercare, citazioni di passaggi interessanti reperiti nelle sue letture e domande da porre ai personaggi che componevano la sua ricchissima rete di consulenti e corrispondenti. Altre annotazioni, d’altra parte, sono “pensieri”; si tratta di appunti sulle strategie con cui si proponeva di difendere quella che già chiamava “la mia teoria”: esercizi retorici, appena schizzati, per respingere contestazioni e sostenere le sue posizioni. In altri casi, e sono forse i passaggi più affascinanti, le sue note fotografano, registrandoli in tempo reale, diversi momenti della gestazione, più o meno lenta, faticosa e  travagliata, di idee che un giorno, diventate adulte, rivoluzioneranno non soltanto il pensiero scientifico, ma il nostro modo di concepire la posizione dell’uomo nella natura; idee che qui sono ancora appena accennate, imboccano false piste e poi tornano indietro, acquistano forza, sono abbandonate, poi riprese e infine si presentano al vaglio dell’autore che ne percepisce appieno tutta la portata e la bellezza; ma a questo stadio il quadro che Darwin sta componendo è ancora sul cavalletto, coperto da un drappo.

Giacché la natura di questi appunti è privata, e per suo uso esclusivo, Darwin non si dà alcuna pena di curare sintassi, grammatica e ortografia; libero dalle convenienze e incurante di tutti gli aspetti sociali della scrittura, salta con disinvoltura da un tema all’altro senza alcuna sistematicità, spesso omettendo nessi logici che per noi sarebbero stati preziosi (per lui, l’essenziale era di poter rintracciare il filo dei propri pensieri, rileggendosi a distanza: in altre parole, a buon diritto, non aveva messo in conto noi). Vi sono passaggi in cui si intravede un Darwin umanissimo, spontaneo e ironico; altri punti in cui si percepisce il suo sarcasmo contro idee che gli paiono assurde. Spesso Darwin sviluppa il discorso scientifico con il linguaggio del quotidiano: espressioni adatte a una riunione familiare, insomma, e non a un incontro della Royal Society. Non ci sono filtri. È una mente che pensa in diretta; e trattandosi di una delle menti più grandi nella storia della nostra civiltà, è bellissimo starla a guardare mentre lavora.

A monte della traduzione, i manoscritti dei taccuini hanno comportato oggettive difficoltà di trascrizione per i curatori dell’edizione originale, giacchè Darwin non aveva una calligrafia chiarissima (e i taccuini stessi andarono incontro, per sua mano, a correzioni, cancellature, inserimenti contemporanei e aggiunte successive). Nel lavoro di trascrizione, per esempio, sono state registrate come punti fermi anche le tracce lasciate dalla penna o dalla  matita quando Darwin le appoggiava sul foglio. La grafia di alcune parole si è prestata, a volte, ad ambiguità di interpretazione.

La situazione è complicata dall’abitudine di Darwin di servirsi di abbreviazioni (spesso ambigue, in quanto potrebbero avere più di un significato ugualmente accettabile nel contesto) e da un uso della punteggiatura che rende molto faticosa la lettura. Il punto e la virgola (che Darwin usa con maggior frequenza rispetto ai due punti e al punto e virgola) sono adoperati in modo quasi intercambiabile e comunque senza seguire le norme a cui è abituato il lettore moderno. Molto spesso esistono notevoli problemi nell’individuare l’inizio e la fine dei periodi. Il “punto”, infatti, potrebbe avere il valore di una virgola (e viceversa) o addirittura, come accennavo prima, essere un segno lasciato inavvertitamente dalla penna posata sulla carta; né ci soccorre l’uso delle maiuscole, perché Darwin le distribuisce generosamente anche all’interno della frase (dove noi, secondo la moderna consuetudine, ne limitiamo la quantità) e non sempre le rispetta all’inizio del periodo. Del tutto peculiare anche l’uso del punto di domanda: a fronte di frasi morfologicamente e concettualmente riconoscibili come interrogative, spesso Darwin omette il punto di domanda finale (altre volte ne mette più d’uno; e in molti casi ne mette uno anche all’inizio della frase, capovolto: non però secondo l’uso spagnolo, ossia a testa in giù, ma come se fosse riflesso in uno specchio). Un’ulteriore caratteristica dell’uso darwiniano della punteggiatura in questi taccuini è il trattino lungo: frequentissimo, spesso usato con valore di punto fermo; a volte adoperato per delimitare gli incisi, spesso impiegato come segno di punteggiatura multifunzione, e in numerose occasioni collocato in posizione del tutto arbitraria. I taccuini, insomma, si dispiegano davanti a noi come uno spartito senza divisioni fra le battute, in cui il ritmo non segue le regole a cui siamo normalmente abituati e i simboli sono spesso utilizzati con un significato diverso da quello che noi siamo soliti dare loro, il tutto reso a tratti ancor più ambiguo dalla presenza di lacune (fogli mancanti che non è stato possibile reperire).

A complicare ulteriormente il compito già arduo di delimitare i periodi, e individuare una struttura sintattica alla quale far corrispondere la struttura logica del contenuto, c’è l’inserimento di aggiunte o correzioni contemporanee alla stesura dei taccuini da parte dello stesso Darwin. Nella trascrizione, questi inserimenti sono stati riportati nel punto esatto indicato nel manoscritto. In diverse occasioni doveva trattarsi di aggiunte o ripensamenti che Darwin appuntava qui e ora, ossia nel momento stesso – e nel luogo preciso, all’interno del periodo – in cui gli si erano presentati alla mente; una volta fissatili sulla carta, poi, egli non si curava di rileggere e adattare la frase così modificata, ma procedeva in una scrittura che con ogni probabilità era veloce, giacché la mano doveva tenere il passo del pensiero. Di conseguenza, tali inserimenti appaiono spesso come corpi estranei di difficile collocazione all’interno del periodo, sicuramente di difficile lettura se lasciati nella posizione in cui si trovano. In alcuni casi particolarmente problematici, procedendo alla traduzione, essi sono stati chiusi fra parentesi o spostati all’interno del periodo in modo da isolarli e rendere possibile, se non proprio agevole, la lettura. Nei taccuini sono inoltre presenti aggiunte non contemporanee alla stesura originale dei testi, ovvero annotazioni fatte da Darwin anche a distanza di anni, nel rileggere i propri appunti. Nella traduzione, questi passaggi sono riportati in grassetto e il lettore può quindi riconoscerli facilmente.

Per quanto riguarda gli aspetti toccati finora, la mia strategia traduttiva è stata orientata a conservare tutto quello che si poteva mantenere inalterato tenendo conto del lettore a cui questa traduzione è rivolta: un lettore colto, interessato e curioso, ma non un filologo e non uno specialista di testi darwiniani. In tutti i casi in cui la conservazione della punteggiatura originale sarebbe andata a discapito della comprensibilità del testo, ho dunque provveduto a un suo adeguamento. Questo è uno dei compromessi a cui accennavo in precedenza: per quanto riguarda la punteggiatura, ho cercato di andare incontro al lettore, introducendo necessariamente – seppure nella misura del minimo ritenuto indispensabile – qualche arbitrio. Ogni volta che era possibile farlo con un margine di sicurezza accettabile, per esempio, ho provveduto alla delimitazione dei periodi, e ho “forzato” l’uso darwiniano della punteggiatura utilizzando il punto fermo solo a chiusura del periodo (e non al posto delle virgole). Per contro, ho mantenuto l’uso originale del trattino lungo quasi sempre, salvo nei casi in cui, spezzando in modo incongruo una frase, ne avrebbe reso difficile la comprensione. Ancora, sono intervenuta sulla punteggiatura originale cercando di chiudere gli incisi (che Darwin spesso apre ma poi si dimentica di chiudere) e ho sempre messo un punto di domanda al termine di una frase identificabile come interrogativa. Quest’ultimo intervento era sicuramente necessario, giacché in italiano una frase che non termini con il punto di domanda non è sempre riconoscibile come interrogativa (mentre in inglese vari indizi concorrono a ridurre l’ambiguità). Sarebbe stato possibile, per amor di rigore, indicare tutte queste mie “microinvasioni” nella punteggiatura del testo tradotto, ma ciò avrebbe procurato, data la loro presenza diffusa, un notevole disturbo al lettore, inducendolo forzatamente a concentrarsi su questi dettagli linguistici, per lui meno importanti, a discapito dei contenuti; e di conseguenza compromettendo il piacere della lettura. Ho pertanto deciso di segnalare qui la strategia adottata, senza indicare poi nel testo, puntualmente, i singoli interventi. D’altronde, chi fosse interessato a una lettura filologica dei taccuini, dovrà ovviamente consultare i manoscritti e la loro trascrizione in lingua originale.

Al di là di questi scogli strettamente tecnici, in particolare la difficoltà di delimitare i confini fra periodi e pensieri e di decifrare esattamente tutte le parole (compresi i nomi – geografici e di persona, spesso scritti con grafia antica o errata – e le abbreviazioni) ho dovuto affrontare anche non poche difficoltà di ordine terminologico. Il linguaggio della scienza usato due secoli fa da Darwin è molto diverso da quello odierno. Basti solo pensare alla completa assenza di un linguaggio proprio della genetica, per il semplice fatto che la genetica, così come noi la intendiamo, era ancora da venire. Questo naturalmente complica la traduzione di tutti quei passaggi in cui noi, a posteriori, ci serviremmo spontaneamente di un linguaggio più moderno (in particolare i numerosissimi passaggi sull’ibridazione, sulla selezione artificiale, sulla biologia della riproduzione in genere). Senza contare che anche la terminologia tipica delle opere della maturità di Darwin – quella alla quale ci ha abituati la lettura dell’Origine delle Specie e delle altre grandi opere successive – è qui ancora in gestazione (“in germe”) e il lessico dei taccuini contiene espressioni che lo stesso Darwin si lascerà poi alle spalle. Qui, la strategia traduttiva è stata quella di conservare e non forzare in nulla il testo darwiniano, lasciando che la traduzione rispecchi il linguaggio scientifico della prima metà dell’Ottocento. Una scelta diversa sarebbe stata antistorica e seppure animata dall’intenzione di favorire il lettore, in ultima analisi non avrebbe reso un valido servizio né a lui né al testo.

Infine, ho dovuto decidere che forma dare, più in generale, alla prosa dei taccuini. L’approccio sopra descritto relativamente alla punteggiatura, ossia un adeguamento – con la dovuta discrezione – ai nostri criteri moderni di leggibilità, avrebbe potuto essere adottato anche per quanto riguarda l’architettura sintattica dei periodi, e in generale la prosa dei testi qui raccolti. Sarebbe stato possibile dare un aspetto più “formale” e “compiuto” alle frasi, correggendo le incertezze sintattiche, grammaticali e ortografiche. Alcuni errori ortografici e grammaticali, legati in modo indissolubile alla lingua inglese, sono stati automaticamente corretti nel processo di traduzione (in quanto intraducibili, o traducibili solo mediante l’introduzione di artificiose forzature: prassi che ovviamente ho evitato). A parte questi casi, tuttavia, ho cercato di lasciare inalterato il carattere frammentario, provvisorio e spesso tronco dei pensieri, per non introdurre elementi arbitrari nel testo darwiniano. Pertanto, non ho eseguito operazioni “cosmetiche” sulla prosa, evitando quello che sarebbe stato comunque un goffo tentativo di dare una parvenza di finitura a un materiale che nacque senza la prospettiva di essere mai sottoposto a sguardi altrui. In fondo, l’interesse dei taccuini sta proprio nel loro carattere di espressione privata, imperfetta nella forma – perché la perfezione della forma non era necessaria alla loro funzione – ed embrionale nella sostanza. Il loro fascino sta nella freschezza e nella spontaneità della scrittura, usata qui senza finalità espressive o di comunicazione, ma solo come personale strumento di appoggio al pensiero. Spero che almeno una parte del fascino di questi testi sopravviva nella traduzione.

Che l’impresa fosse ardua era ben chiaro fin dall’inizio. Evidente era soprattutto l’immensa difficoltà di penetrare e rispettosamente riportare in un’altra lingua, un’altra epoca e un’altra cultura, il pensiero di un uomo che, in questi testi, non scriveva per comunicare con gli altri, ma solo per se stesso. È un atto di presunzione, forse, il solo averci messo mano: la presunzione di poter capire non solo quello che ci è stato consegnato in eredità, ma anche quello che, per così dire, abbiamo trovato frugando nei cassetti, e che non era destinato a noi. La ragione che mi ha spinto a lavorare sui taccuini, d’altra parte, sta nel grande fascino che essi esercitano proprio a causa di tutte le difficoltà a cui ho accennato sopra. Per me, la sensazione è stata quella di intraprendere uno scavo archeologico; in questo caso, non per portare alla luce resti di manufatti ma, piuttosto, tracce di pensiero: i processi e i travagli da cui nacque una grande idea. La prospettiva era irresistibile: nonostante le palesi difficoltà, mi è parso che un’impresa così non si potesse non tentare. Ora sta al lettore intraprendere il viaggio.

Isabella C. Blum









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