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La terra del vello d'oro
di: Wojciech Górecki
/ editore: Bollati Boringhieri, 2009
traduttore: Vera Verdiani - Traduzione dal polacco
Ogni volta che qualcuno mi chiede quali siano le qualità necessarie per tradurre
o come si diventi traduttori, rispondo che le doti indispensabili sono esattamente
le stesse che attengono al mestiere di scrittore, alle quali bisogna aggiungere
la conoscenza del paese dalla cui lingua si traduce e una tendenza al sospetto
che non consenta di dare niente per scontato.
Oggi come oggi, tuttavia, dopo le ultime tre o quattro traduzioni che mi è capitato
di fare, sarei abbastanza incline a mettere in evidenza un altro aspetto e a dire
che in realtà al traduttore si chiede di essere una persona onnisciente. Un traduttore
dovrebbe sapere a memoria l’Enciclopedia Britannica, l’Atlante Universale e la
grafia di tutte le lingue del mondo, dal cinese all’amarico. Dovrebbe sapere che
Reduktorny è un quartiere di Machačkala (capitale del Daghestan), che Achilla
con la “a” non è un errore di stampa, ma il nome di un vescovo del II secolo,
che in filosofia esiste una teoria del “rizoma” e che seksot non è uno spettacolo
a luci rosse ma l’abbreviazione russa di “SEKretnyj SOTrudnik”, collaboratore
segreto; che genzek sta per segretario generale, specnaz per corpo speciale, e
narkompros per commissario popolare per l’istruzione.
Tutte le difficoltà che fanno abitualmente parte di questo lavoro si presentano
per così dire al quadrato quando si affrontano opere che, come il precedente libro
di Górecki “Pianeta Caucaso” (dedicato al Caucaso settentrionale) e questo nuovo
sulla Georgia, primo pannello di una trilogia dedicata alla Transcaucasia, cui
seguiranno l’Armenia e l’Azerbaigian, parlano di mondi per noi sconosciuti, come
appunto le repubbliche caucasiche settentrionali e meridionali. Il primo ostacolo
che si presenta è una foresta di toponimi talmente ignoti che ci si domanda se
si tratti della realtà, o di un romanzo di Tolkien, pieno di nomi fantastici e
di pura invenzione. Traslitterare dal polacco o dal russo una parola nota è relativamente
semplice, mentre è un po’ meno facile risalire al nominativo di nomi quali come
Šandag, Tufandag e Kyzylkaja che nel testo si presentano nella grafia polacca,
e magari al genitivo. Che cosa saranno i Nart: una catena montuosa o un’antica
popolazione? E Khinalug è un luogo, o un’etnia? Che differenza passa tra gli adighi
e gli adigezi? Chi saranno i megrel e gli svan? Come si dovrà dire: rutul o rutuli?
Che differenza passa tra un krajkom e un obkom?
Ovviamente le enciclopedie di cui normalmente ci si serve non spiegano che tutti
gli adigezi sono adighi ma non tutti gli adighi sono adigezi, o che la sigla KCzR
è l’abbreviazione del Karačajevo-Cerkessia per cui, dopo ore passate in ricerche
spesso inutili su Internet, si è presi dalla disperazione. Il curioso è che, finché
si combatte con questa paranoia interpretativa, si perde completamente di vista
l’insieme dell’opera e si tende a vederla soltanto come un drago dalle cento teste
che bisogna sconfiggere con le poche forze a nostra disposizione. Non è raro che,
a quel punto, ci si chieda sconsolati chi ce l’abbia fatto fare.
Ma quando finalmente l’ultimo mostro è sconfitto e si approda alla meta, ci si
accorge, come in questo caso, di aver tradotto un libro bellissimo, dal quale
abbiamo imparato cose alle quali altrimenti non ci saremmo mai accostati. Siamo
contenti, forse abbiamo fatto un altro piccolo passo verso la sognata onniscienza…
Fino al momento in cui un dotto specialista in lingua georgiana, dopo avere letto
il libro, ci spedisce quattro pagine fitte di esempi, informandoci che, per quanto
riguarda la traslitterazione, ci siamo resi colpevoli “di oscillazioni e inconsistenze
ortografiche, oltre che di una serie di soluzioni che appiattiscono distinzioni
importanti a livello fonologico”. E, purtroppo, ha ragione. Si passa all’atto
finale: l’attesa di una seconda edizione che ci permetta di rimediare. Anche per
questa volta, l’onniscienza si allontana…
Vera Verdiani
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