| MIGRAZIONI |

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Terra di confine
di: Sherko Fatah
/ editore: ISBN edizioni, 2007
traduttore: Cristina Vezzaro - Traduzione dal tedesco
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Cristina Vezzaro
Nota del Traduttore
I personaggi: un contrabbandiere, il figlio, la moglie, la sorella. I servizi
segreti, le guardie di confine e pochi altri. Questa la trama: un contrabbandiere
approfitta dell’embargo imposto all’Iraq per “arricchirsi” muovendosi nell’area
minata tra Iraq, Turchia e Iran e portando da oltre confine merce introvabile
in patria. Avvicinato da un misterioso personaggio dei servizi segreti viene messo
in guardia contro le attività del figlio tredicenne, che frequenta una scuola
islamica ed è in odore di terrorismo. Incredulo, non adotta subito le misure che
potrebbero impedire la tragedia e finisce per perdere le tracce del figlio che
invano proverà, tra ricerche e allucinazioni, a rintracciare.
Quando l’editore mi contattò per tradurre “Terra di confine” mi spaventai all’idea
di affrontare un autore di padre curdo e madre tedesca in una lingua (il tedesco)
che pensavo impregnata di espressioni e termini che non avrei conosciuto. Ma mi
resi presto conto che non sarebbe stato così. Quella di Fatah è una lingua sicura,
scarna, che si muove di periodo in periodo con una stretta selezione di termini
solidi. Ma di forte impatto. E la forza espressiva delle descrizioni ricrea per
noi paesaggi sconosciuti che pure ci sembrano familiari, situazioni a noi estranee
che pure ci risultano vicine come spesso è per i libri che sanno descrivere microcosmi
universali.
“Terra di confine” – sottotitolo dell'edizione italiana di Isbn Edizioni: “Romanzo
iracheno” – è uno di quei libri che dopo l’11 settembre si leggono diversamente.
Per la necessità di interagire con mondi così diversi e cercare di comprenderli.
La sensazione è che le nuove storie di immigrazione europea produrranno sempre
più autori che, come Fatah, porteranno vicino a noi, scritti nelle nostre lingue,
mondi a noi lontani. Fatah si astiene da giudizi morali sul conflitto e si limita
a presentarci una terra e abitudini che pesca dai ricordi dei suoi viaggi e dalla
sua conoscenza di un mondo che pure non è la sua patria. I suoi personaggi non
hanno nome e la distanza che tiene rispetto a loro li rende ancora più universali.
Le loro esperienze sono reali, concrete, ma al contempo metaforiche. Il contrabbandiere
percorre i campi minati, solo lui conosce il sentiero per attraversarli, e ogni
impercettibile cambiamento dovrà allora, nella personale superstizione che ha
sviluppato, avere un significato preciso per lui. Passa così il tempo a scovare
e interpretare segnali, mutamenti, diverse percezioni della realtà che lo possano
condurre sano e salvo attraverso il campo minato così come attraverso la vita.
Infatti, finito nelle mani dei soldati al confine, sarà forse la sua capacità
di interpretare i gesti e i pensieri dei suoi torturatori a salvargli la vita.
Il campo minato come metafora di vita e la terra di confine come situazione esistenziale.
La critica tedesca ha rilevato alcune imprecisioni stilistiche e confusioni compositive.
Il libro apre su un non meglio identificato nipote che sembra una figura centrale
(forse è sua la prospettiva dell’intero romanzo) ma di cui si perdono presto le
tracce. Ancora, aggiungo io, l’assenza di nomi attribuiti ai personaggi ha complicato
enormemente la distinzione delle parentele, ad esempio delle due sorelle del contrabbandiere
che vengono sempre indicate come “la sorella”. E infine, per l’edizione italiana,
vi è un rischio di incomprensione quando si parla di prima e seconda guerra, che
ora come ora risulta immediato interpretare come prima guerra del Golfo e invasione
americana del 2003, mentre in realtà, essendo l’originale tedesco del 2001, sono
la guerra con l’Iran e la prima guerra del Golfo.
Nonostante questi dettagli, tuttavia, “Terra di confine” è un ottimo romanzo
d’esordio. Insignito del premio letterario “aspekte”, l’autore, per il quale la
critica tedesca ha scomodato nomi come Kafka, Sartre e Buzzati, mantiene viva
la tensione fino all’ultima riga.
246 pagine nell’edizione italiana non sono tantissime ma nemmeno poche. Per entrare
nella scrittura di un autore ci vuole un po’ ma è anche vero che se è nelle tue
corde poi fai fatica ad uscirne. Raccogliere la sfida di una scena di tortura
(per tradurre la quale mi ci è voluta un’adeguata preparazione), di una scena
d’amore, di dettagliate descrizioni di campi minati, di scarsissimi dialoghi e
pagine e pagine di paesaggi e umori e pensieri è stato talmente appagante che
alla fine del libro ho rimpianto il lavoro concluso.
Per questo libro (è solo il terzo per me) sono anche riuscita a collaborare ottimamente
con la redazione della casa editrice nella revisione finale delle bozze, e condividere
con i primi lettori e critici del lavoro italiano dubbi e soluzioni è stato un
vero privilegio.
Cristina Vezzaro
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