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Tavola rotonda: "Il piacere della traduzione"
di: Chiara Marmugi

Ci sono giornate che una persona capisce di aver speso bene. E io ho speso splendidamente la giornata di sabato 15 ottobre, che ho trascorso al Festival del Libro di Pisa. Ho assistito a un'interessantissima tavola rotonda sul tema Il piacere della traduzione e ne sono uscita rincuorata e soddisfatta. L'organizzazione e la moderazione di Anna Rusconi sono state ineccepibili, i relatori hanno parlato con cognizione di causa, senza troppe divagazioni e hanno rispettato i tempi stabiliti. Dieci e lode a tutti.

Anna Rusconi ha aperto il dibattito ricordando che a parlare sarebbero stati dei praticanti e non dei teorici della traduzione, cosa che ha fatto tirare un bel sospiro di sollievo a tutto il pubblico presente. Ha ricordato il tema dell'incontro, il piacere della traduzione, o meglio, il piacere di tradurre, argomento spesso trascurato nelle tavole rotonde e nei convegni. Quel piacere che ci spinge a fare con passione un lavoro mal pagato, a misurarci con una concorrenza forte e alle volte sleale e ad accontentarci di pochi riconoscimenti. La moderatrice ha definito l'atto del tradurre un'abitudine salutare, un'igiene quotidiana, il lavoro perfetto per chi ama raccontare bene e non ha tempo di pensare a cosa scrivere. Il fatto che il cosa ci venga dato è al tempo stesso un aiuto e una sfida. E ha ricordato il piacere che si prova nel trovare la parola giusta, dopo averla cercata a lungo, un fremito che giustifica ogni fatica.
 
Il primo intervento è stato quello di Eva Kampmann, anglista bilingue, traduttrice e interprete, cresciuta con il danese e l'italiano come lingue materne. Ha raccontato che è stata proprio la sua schizofrenia linguistico-culturale a spingerla a fare questo mestiere e ha aggiunto che nel processo giocoso della traduzione si sente dentro le due lingue e contemporaneamente fuori da tutte e due. Per lei la sfida più piacevole sta nel cercare di mantenere la visione del mondo della lingua di partenza nella lingua di arrivo. Quello che secondo Eva Kampmann è un vero e proprio tabù nei congressi di settore è l'argomento economico. Riconoscendo che non è facile per i traduttori che lavorano in Italia parlare di questo tipo di piacere, ha portato l'esempio ben diverso dei traduttori che lavorano con la lingua danese. In Danimarca esiste un ente statale che promuove le traduzioni dalla lingua nazionale, anche dal punto di vista economico. Organizza seminari in occasione della Fiera del Libro di Copenaghen, mette in contatto gli scrittori con i traduttori e gli editori e coordina i rapporti trai traduttori dello stesso libro in varie lingue. Inoltre le case editrici danesi spediscono subito la copia-saggio al traduttore che vuole proporlo agli editori stranieri. Le proposte editoriali alle case editrici straniere vengono pagate dall'ente stesso - e non poco - e, nel caso in cui il progetto andasse in porto, il traduttore può anche chiedere un finanziamento per andare in Danimarca a rivedere il libro con l'autore.

A seguire ha preso la parola Sara Soncini, docente del corso di laurea in Traduzione dei testi letterari e saggistici dell'Università di Pisa, traduttrice dall'inglese di brani teatrali e di sceneggiature, specializzata anche in sottotitoli e doppiaggio. Nel suo intervento Sara Soncini ha parlato del piacere di andare a teatro a vedere e sentire cosa è successo alle sue parole. La parola destinata alla messa in scena non è infatti solo d'inchiostro, è anche di voce e di carne. Il traduttore per il teatro ha a che fare con delle parole nate per attori culturalmente diversi, per una gestualità differente e soprattutto per una relazione tra parola e ritmo che deve rimanere il più simile possibile all'originale. Il far leggere la traduzione ad attori professionisti in fase di stesura è un piacere e allo stesso tempo una forma di rassicurazione. In un mondo ideale il traduttore dovrebbe essere presente alle prove e venire pagato per questa sua presenza, cosa che succede in altri paesi ma non in Italia, dove al contrario il traduttore è visto dal regista come un elemento di disturbo. Il lavoro del traduttore teatrale è anche un'attività promozionale. Si traduce un testo, gli si fa pubblicità e si spera che venga messo in scena. Si traduce una pièce per darle una speranza di vita, e questo è senza dubbio un piacere. Il mondo teatrale italiano trarrebbe enorme beneficio da un maggior numero di testi teatrali. Nessuno insegna a scrivere per il teatro e raramente si mettono in scena opere di autori contemporanei che non hanno già un nome. L'atto di tradurre serve perciò a creare uno spazio per la nuova drammaturgia e a creare una domanda anche per il teatro italiano. Concludendo il suo intervento, Sara Soncini ha paragonato il piacere del traduttore a quello dell'attore, un piacere puramente egoistico, da scrittore vorrei-ma-non-posso, che non ha coraggio e lo prende indossando la maschera di qualcun altro.

 Il terzo intervento è stato quello di Valeria Barboni, storica dell'arte, anche lei insegnante del corso di laurea in Traduzione dei testi letterari e saggistici dell'Università di Pisa. Ha parlato delle difficoltà di tradurre testi riguardanti la critica d'arte, di recuperare quelle parole della lingua madre apprese nel corso di una formazione non specificamente traduttoria, ma artistica. Il problema principale nel suo ambito è quello di adattare il mondo e il linguaggio della critica inglese a quelli italiani, segnati da un approccio e un lessico - derivato principalmente dalle opere di Benedetto Croce - assai precisi. Svolgendo questo tipo di attività si ha a che fare con una terminologia precisa, dalla quale non ci si può affatto allontanare, e che è molto diversa da quella usata da chi traduce opere di narrativa. I testi di natura storico-artistica richiedono delle competenze non solo terminologiche, il traduttore deve avere ben presente la forma visiva che sta descrivendo. Il problema si ha quando non si può vedere l'oggetto artistico con cui si ha a che fare, come per esempio nel caso del catalogo di una mostra che ancora non è stata allestita. Il piacere della traduzione in questo caso è il piacere dell'immaginazione, che ci porta a visualizzare cosa si sta descrivendo.

Il quarto relatore è stato Andrea Sirotti, insegnante di lingue, redattore di Semicerchio, rivista di poesia comparata, ed El Ghibli, rivista on-line di poesia migrante, si occupa di poesia femminile e postcoloniale e di tecnica della traduzione poetica. Sirotti ha sottolineato come il piacere e la fatica di tradurre raggiungano livelli ineffabili nella traduzione poetica. La poesia è corpo, voce, emozione e tutto ciò deve riflettersi nella traduzione, che non può prescindere dalla musicalità, dal ritmo, da una imagery precisa. La traduzione poetica ha ritmi lenti, non ha scadenze brevi, permette il labor limae. È riscrittura vera e propria e il primo piacere è la soddisfazione di venirne a capo. Il piacere di tradurre poesia è un piacere puro, un piacere-soddisfazione legato alla sfida di dimostrare l'infondatezza della celebre citazione di Frost per cui la poesia è ciò che va perso nella traduzione. Sirotti, specializzato in traduzioni di poesia migrante e postcoloniale, apprezza soprattutto la valenza crossculturale e interculturale della poesia, prova piacere nel trovare degli universali in culture diverse e nel capire l'altro, il diverso, al fine di capire meglio se stesso. Un altro piacere fondamentale del traduttore è secondo lui quello dell'ospitalità. Tradurre vuol dire ospitare a casa propria il poeta proveniente da una cultura distante, farlo sentire a proprio agio in panni diversi e far sì che si riconosca in questa sua nuova veste. Questo smentisce in maniera definitiva chi ritiene il lavoro del traduttore un'attività solitaria. A tale riguardo Sirotti ha parlato anche del piacere di collaborare con editor e revisori di case editrici e di scambiare opinioni e punti di vista su Biblit, la mailing-list di traduttori letterari che lavorano con l'italiano.

L'ultimo intervento è stato quello dello psichiatra Vincenzo Barca, giunto alla traduzione in seguito a vari soggiorni all'estero e a una seconda laurea in lingue e letterature straniere. Da medico Barca ha parlato del piacere nevrotico, non sano, del tradurre, della psicopatologia del traduttore. I traduttori si dividono in quelli che provano piacere nel guadare il testo e quelli che provano piacere nell'erigerlo, due personalità diverse che non convivono mai nella stessa persona.
Il primo passo nella traduzione consiste nel creare un intertesto che sta tra l'opera da tradurre e l'opera tradotta. Il traduttore-guadante prova un piacere pervasivo, nevrotico, nel rimanere in questo primo stadio, nella fase della ricerca - terminologica, ma non solo - nella fase delle domande a Biblit, la mailing-list di traduttori già citata da Andrea Sirotti. Se fosse per il traduttore-guadante non si arriverebbe mai al testo definitivo, indugerebbe in questa fase di regressione a un linguaggio infantile, senza mai scegliere i mattoni giusti, senza passare alla fase erettiva. Si tratta di un tipo di resistenza del traduttore a dare consistenza a quello che sta facendo. Fortunatamente chi lavora in ambito editoriale ha delle scadenze precise, altrimenti non lascerebbe mai la fase infantile del guado. Il traduttore-erettore, molto più raro, è invece fobico e deve stare il meno possibile nella fase intermedia, deve vincere subito la fase del disordine.

Un grazie di cuore a tutti i relatori, guadanti o erettori che siano, che hanno illustrato ottimamente il piacere di tradurre. Stare ad ascoltarli è stato un vero piacere per i (traduttori) presenti.

Chiara Marmugi









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