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Si è suicidato il Che
di: Pètros Màrkaris
/ editore: Bompiani, 2004
traduttore: Andrea Di Gregorio - Traduzione dal greco
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Il commissario Charìtos, tra cucina e metafisica del giallo
pag. 3 Andrea Di Gregorio
Nota del Traduttore
Tradurre Màrkaris mi ha confermato una volta di più in una mia vecchia convinzione:
ovvero che "l'italiano comune", (per dirla con Luca Serianni, grande linguista,
autore della migliore grammatica italiana in circolazione (Italiano, Garzanti 2000), "quello che chiunque scrive (o dovrebbe, o vorrebbe scrivere) e che non
è solo scritto ma anche parlato dalle persone colte in circostanze non troppo
informali", ha un livello di uniformità e di normatività superiore al corrispettivo
livello del greco.
La questione è complicatissima, e interessa una gran quantità di fattori storici,
ovviamente, ma anche sociologici, per dir così, che influenzano la sintassi e
la grammatica delle due lingue e di cui non è questa la sede per parlare.
Ma è ovvio che, in una traduzione, bisogna tenerne conto e proporre, operativamente,
una qualche soluzione, seppure provvisoria e sempre, per dirla con Popper, falsificabile.
Restringo le questioni a quattro, che mi paiono esemplificative.
1. I pronomi pleonastici. Tutti conoscono l'antica diatriba sui pronomi pleonastici,
di cui in italiano si fa grande uso, ma che allo stesso tempo vengono spesso anche
duramente stigmatizzati. Il parlante italiano medio ha, nei confronti dei pronomi
pleonastici, un atteggiamento piuttosto ambiguo: Li fustiga in espressioni come:
"A me mi piace il gelato", e sembra, invece, farsene vanto in altre, come: "Di
questo argomento dovremo parlarne ancora".
In greco, invece, la questione non si pone. Frasi come (traduco letteralmente):
"Mio fratello mi ha mandato a me una lettera", oppure "A Adriana, quel modo di
parlare non le piaceva affatto" sono perfettamente grammaticali. Come regolarsi
in un caso come questo? Se opto per eliminare il pronome pleonastico ottengo,
da un lato, una maggiore aderenza alla correttezza grammaticale e sintattica dell'italiano,
ma perdo indubbiamente in enfasi. Se mantengo il pleonastico creo una frase che,
in italiano suona indubbiamente troppo colloquiale, ai limiti del solecismo, mentre
in greco non ha questa connotazione.
2. Il doppio soggetto non espresso. Un'altra caratteristica del greco standard
è la possibilità di creare frasi complesse in cui non si sente la necessità di
segnalare il cambio di soggetto. Traduco, di nuovo, letteralmente: "Il commissario
le fece presente che se andava a Liossia avrebbe corso grossi rischi". Chi doveva
o non doveva andare a Liossia? In italiano standard questa frase, se ammettiamo
che sia sintatticamente corretta, può avere solo un significato: "Il commissario
le fece presente che (lui) non sarebbe andato a Liossia perché era troppo rischioso".
Come si comprende dal prosieguo del testo, invece, è la signorina Karamitri che
farebbe meglio a non andare a Liossia. Ora, che fare? Se esprimo il soggetto,
come la sintassi italiana impone, allungo la frase, la diluisco e perdo di rapidità,
di icasticità. Se, invece, non lo esprimo, corro il rischio di non farmi capire.
Se, ancora, la modifico, corro il rischio di complicarla.
3. Il passaggio dal "voi" al "tu". In questo caso, più che il sistema linguistico,
a creare un problema di traduzione sono le convenzioni sociali. È indubbio che
i greci usano molto più di frequente il "tu", rispetto alla forma di cortesia
(che è il "voi"). C'è, in quest'uso del tu, a volte una chiamata a correo ("Commissario,
lo sai anche tu che la vita è dura per gli onesti"); a volte, invece, una certa
sprezzatura, quasi un'intimidazione; altre volte, ancora, un residuo di quell'immediatezza
che fu degli antichi greci e dei romani prima dell'impero. Anche in questo caso,
la soluzione non è scontata. Seguire pedissequamente il greco può portare a fraintendimenti,
perché, in italiano, nessuno darebbe del tu a un commissario di polizia, (a meno
di non essere in una situazione di grande drammaticità e violenza). Forse solo
un analfabeta di ritorno o uno straniero con poca dimestichezza con le nostre
consuetudini linguistiche e le buone maniere. Del resto, però, perdere questo
tu, fa perdere quell'icasticità, quella non-convenzionalità che è così tipica
della lingua e della società greca.
4. L'ultima questione che pongo (ma ce ne sarebbero altre, come ad esempio la
ricchezza di frasi ellittiche o di costrutti anacolutici o, ancora, i "salti temporali"
e l'uso modale di alcuni tempi verbali), è l'uso del greco antico e delle citazioni
dotte. L'uso del greco antico nella società greca contemporanea è di gran lunga
più diffuso e consapevole di quanto non sia l'uso del latino in Italia. Del resto,
il rapporto che c'è tra latino e italiano (che sono due lingue diverse e distinte
tra cui esiste una forte soluzione di continuità) è del tutto diverso da quello
che c'è tra greco antico e greco moderno: qui, infatti si tratta della stessa lingua, che si è evoluta, ma che mantiene nel tempo, sebbene modificate, quasi tutte
le sue originarie strutture portanti. Ecco quindi che, volendo rendere una citazione
proverbiale dal greco antico, che per un greco moderno è immediatamente comprensibile,
mi sono posto il problema di come tradurla. Se l'avessi tradotta in latino, l'avrei
allontanata; se l'avessi tradotta in italiano tout court l'avrei banalizzata.
Potevo trasformarla in una citazione dantesca, e certo ne avrei mantenuta la patina
di "antichità", e allo stesso tempo di identità linguistica, ma avrei creato,
per un altro verso, una specie di non sequitur…
Senza entrare nello specifico di tutti questi problemi, in generale, posso dire
che un'ipotesi sicuramente praticabile sarebbe stata quella di normalizzare la traduzione. Elevarne leggermente il tasso di letterarietà, la politezza. Scegliere un registro medio che appiana le asperità e permette una lettura
sostanzialmente corretta, anche se un po' anodina. È un'operazione costante, del
resto, nel tradurre la poesia greca (e questo sarebbe, di per sé, un argomento
interessantissimo da trattare).
Io ho preferito, invece, mantenermi per quanto possibile (e, naturalmente, anche
con scelte che possono essere discutibili) il più vicino alla colloquialità, e
al colore del greco contemporaneo. Consapevole anche di quel che afferma Eco, nel suo
Dire quasi la stessa cosa: ovvero che ogni traduzione è una negoziazione, in cui
è praticamente impossibile conservare tutto. Qualcosa si deve perdere per mantenere
quel che si ritiene più importante. A me, le cose più importanti da conservare
sono sembrate:
1. La fluidità e scorrevolezza del testo in italiano.
2. Il mantenimento del colore e del ritmo originari.
Quanto ho perduto per conservare questi elementi e se, poi, sono riuscito nel
mio intento non sta a me dirlo, ma al lettore.
Andrea Di Gregorio
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