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The Spirit
di: Will Eisner
/ editore: Sony Pictures
traduttore: Sandro Acerbo - Adattamento dall'inglese
IL PARERE DELLA REDAZIONE - Articolo di Andrea Plazzi
Il film The Spirit, tratto dalle storie del personaggio-culto di Will Eisner e diretto da Frank
Miller, l’acclamato autore di Sin City e 300, è uscito in buona parte del mondo il giorno di Natale 2008.
Contrariamente a quanto decine, forse centinaia di blog statunitensi di cinema
e fumetto si sono affrettati a scrivere sin dal tardo pomeriggio del 25 dicembre,
con un’unanimità mai vista, Will Eisner non dev’essersi rivoltato nella tomba.
Dopo un malaugurato TV-movie di Spirit degli anni Ottanta, “fortunatamente dimenticato”
dai più (l’espressione è di Eisner) non aveva mai avuto un grande interesse negli
adattamenti di fumetti per il cinema. E non aveva cambiato idea neanche dopo che
la nuova ondata di film che, a partire da una decina d’anni fa (Blade, 1998; X-Men:
1999; Spider-Man: 2000), aveva mostrato come le nuove tecnologie consentissero
a buone sceneggiature e a registi minimamente sensibili di catturare e restituire
al grande schermo storie e personaggi provenienti da un linguaggio completamente
diverso.
Per anni Eisner aveva rifiutato offerte più o meno improbabili per The Spirit
cedendo infine a Michael Uslan, storico produttore del Batman cinematografico
moderno, da Batman di Tim Burton (1989) a The Dark Knight di Christopher Nolan
(2008). Per Uslan, appassionatissimo ed espertissimo di fumetto, fondatore e docente
di corsi accademici di livello universitario sui comic books, era come vedersi
consegnare il più bello dei giocattoli: The Spirit, scritto e disegnato dal 1940
al 1952 da un giovane e già dotatissimo Will Eisner, è unanimemente considerato
il primo fumetto dell’era moderna, e uno dei migliori di tutti i tempi. Le sue
soluzioni grafiche (celebri le splag page d’apertura delle storie, sempre diverse)
e narrative (Eisner è stato un maestro del racconto breve e in questo ambito ha
dato il meglio di sé nelle brevi section di Spirit, le storie di 7-8 pagine che
comparivano sui supplementi domenicali dei quotidiani) sono considerate ancora
oggi la bibbia di chi fa fumetti. Non solo: in anticipo sui tempi (o forse più
al passo dei colleghi fumettisti con i suoi tempi), Eisner realizzava The Spirit
con un gusto che è sempre stato chiamato “cinematografico”, con tagli e inquadrature
pionieristici e inediti sulla pagina a fumetti. Negli anni, si è sempre schernito
sostenendo che lui, al cinema, aveva rubato e non dato e che, se mai, la sua formazione
era teatrale, ricordando i tanti pomeriggi nel buio di una sala, durante l’adolescenza
negli anni Trenta, a guardare e riguardare i film di Fritz Lang e di Theodor Dreyer,
e i tanti palcoscenici di teatrini yiddish su cui aveva seguito il padre, pittore
di fondali e scenografie. Ciononostante, il nome a cui viene accostato più spesso
è quello del quasi coetaneo Orson Welles, autore da lui amatissimo, e l’elenco
dei registi che riconoscono in Eisner un’influenza importante va da William Friedkin
(Il braccio violento della legge, L’Esorcista) a Brad Bird (Il Gigante di ferro,
Gli Incredibili, Ratatouille).
Questo per dire che, sulla carta, le affinità tra il cinema e Eisner – e in particolare
The Spirit – c’erano tutte ma, in pratica, l’autore non le ha mai riconosciute
del tutto, rivendicando, anzi, l’autonomia e l’originalità del fumetto, amatissimo
linguaggio d’elezione. Nonostante la differenza stellare di mezzi oggi a disposizione
del cinema rispetto a 20 anni fa, è quindi lecito pensare che non si aspettasse
molto neanche da questo nuovo tentativo di portare il suo personaggio sul grande
schermo.
Gli spettatori invece – e certamente i lettori di fumetti – si aspettavano molto
di più da Frank Miller.
Trama e personaggi riprendono con qualche licenza numerosi elementi eisneriani:
Denny Colt, poliziotto nella fittizia Central City (in tutto e per tutto la New
York amatissima da entrambi Eisner e Miller), sopravvive a un agguato e, creduto
morto da tutti, riprende la sua lotta senza quartiere contro il crimine e la corruzione
nei panni di Spirit.
L’arcinemico di turno, il perfido Octopus, è deciso a diventare definitivamente
immortale impossessandosi di un antica anfora contenente “il sangue di Eracle”
ma uno scambio di casse lo pone in rotta di collisione con Sand Saref, nota ma
inafferrabile ladra internazionale. Sand è il primo amore di Spirit, una ragazzina
che anni prima se n’era andata da Central City dopo essere cresciuta insieme a
lui, per poi ritrovarsi indurita e disillusa, senza più alcuna fiducia nella vita
e nella giustizia dopo l’omicidio del padre. I due si ritrovano e volano scintille,
anche perché Spirit è un’autentica calamita per le donne e il film riprende tutti
i personaggi più conturbanti del pantheon eisneriano di dark ladies e femmes fatales:
dal conturbante angelo della morte Lorelei Lox (in originale, una sirena) all’assistente
di Octopus Silken Floss (in originale, una scienziata contesa dai servizi segreti
di mezzo mondo), passando per Ellen Dolan, fidanzata inconsolabile di Denny Colt
che ancora non sa chi è veramente Spirit.
Tra le licenze di cui sopra, quella più contestata è la figura di Octopus, che
in originale non compare mai, mostrando unicamente un paio di mani guantate che
emergono dal buio eseguendo ogni genere di efferatezze. Miller ha voluto espressamente
farne uno sguaiato e improbabile cattivone quanto mai sopra le righe, che disquisisce
perennemente ad alta voce di qualsiasi cosa.
Era già chiaro, ma diciamolo chiaramente: The Spirit non è un film riuscito e,
in ogni caso, non è piaciuto per nulla agli spettatori a cui si rivolgeva.
Certamente, ha deluso la sua base di riferimento di conoscitori di Eisner e del
fumetto originale, piccola ma che poteva garantire un importante effetto di passa-parola,
fondamentale per questo tipo di film.
L’umorismo sardonico e dissacrante di Miller, più vicino ai suoi pigmalioni cinematografici
Robert Rodriguez e Quentin Tarantino, è decisamente troppo iperbolico e pieno
di sé (Octous in uniforme nazista che scioglie un gatto...?!) per reggere il confronto
con l’impareggiabile leggerezza dello humor eisneriano, una delle caratteristiche
più amate di The Spirit.
E l’ansia di padroneggiare tecnicamente il film, per esempio con la spettacolare
ricostruzione – peraltro riuscita – di una Central City favolosa e fuori dal tempo,
in cui convivono anni Quaranta e telefoni cellulari, ha giocato un brutto scherzo
a Miller, a suo tempo uno degli sceneggiatori più innovativi del fumetto moderno:
la storia – semplicemente – gli è sfuggita di mano.
Lo spettatore “non specializzato” si è ritrovato stordito da una coreografia
bene eseguita ma confusa di effetti speciali e di scene a effetto dal sapore fumettistico
(come la tutto sommato divertente trovata dei cloni al servizio di Octopus) ma
che non contribuiscono al senso compiuto della vicenda.
Il giudizio sul film non è inappellabile, anche se va riconosciuto il peccato
di presunzione di Miller, tacciato da molti di delirio d’onnipotenza. Lo riassume
bene Adam McGovern, saggista, studioso di cultura popolare e storico del fumetto:
“Il problema di tante produzioni è che cercano di spacciare la pesantezza per
profondità. Non esiste questo problema con Frank Miller, che rinuncia a consequenzialità
e senso a favore del puro stile, servito a palate sul piatto del grande schermo,
in un Teatro dell’Assurdo dal budget milionario fondato sui resti mai così spogli
della creazione di Eisner. Non esiste un vocabolario narrativo né cognitivo per
ciò che Miller ha fatto, e anche se questo non costituisce in alcun modo qualcosa
di buono in sé, sarebbe troppo semplice e troppo presto per affermare che è una
pessima cosa. Se parliamo di una trama raffazzonata e di una fotografia con ambizioni
pittoriche, si può fare certamente di meglio, ma in termini di exploit supereroistici
dal sottotesto ridotto ai minimi termini e brutalmente spettacolari, si fa solitamente
di ben peggio, e certamente peggio di quanto avrete sentito a proposito di questo
film.”
In altri termini,
“(...) troppo vero per essere un classico del camp e troppo camp per essere veramente
interessante.”
Un’osservazione che fa capire perché The Spirit viene già citato come esempio
su come non si ricavano film da fumetti, insieme ai tristemente noti Batman Forever
e Batman e Robin.
L’approccio di Miller appare sostanzialmente immaturo e questo è certamente un
piccolo mistero in sé: Miller è l’autore che quasi più di ogni altro ha contribuito
a svecchiare il fumetto, facendolo entrare nell’età adulta e inserendo in maniera
credibile nella cornice del comic-book argomenti come sesso, violenza e polemica
politica.
Indeciso tra il suddetto camp, il film noir d’epoca e la caricatura pura e semplice,
con The Spirit Miller rimbalza dall’uno all’altro con effetti a tratti sconcertanti.
Certo, non tutto il film è così, ma questo non basta a salvarlo, come osserva
il blogger Garrie Burr (thebestican.blogspot.com), ricordando una celebre, classica
storia di Spirit, la preferita da Eisner: “Le parti più divertenti lo sono davvero
molto (...) e il film s’impantana nelle scene fin troppo numerose riempite da
dialoghi noiosi che proseguono all’infinito (...).
A causa di questo e delle pessime recensioni che hanno accolto il film, nessuno
saprà che Miller, come il Gerhard Shnobble di Eisner, in questo film sapeva volare.
Ma non abbastanza.”
Il Frank Miller fumettista, disegnatore efficace e splendido story-boarder, sembra
catturare assai meglio su carta non solo lo spirito eisneriano originale ma anche
quello che – probabilmente – voleva dare al film. E i titoli di coda ci concedono una fuggevole occhiata a schizzi e studi dello
splendido Art Book del film che in Italia non è pubblicato e che conferma gli
appassionati nel loro dubbio: cosa è successo a Frank Miller?
Andrea Plazzi
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