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TRADUTTORAMA

Speciale Poesia - a cura di Ana Ciurans

 
Indice dell'articolo
pag. 1 INTRODUZIONE
pag. 2 Intervista ad Andrea Sirotti
pag. 3 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Fabio Donalisio
pag. 4 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Ivano Ferrari
pag. 5 "A chi parlano oggi i poeti?" - Risponde: Pedro Juan Gutierrez

 
Intervista ad Andrea Sirotti

Andrea Sirotti è nato a Firenze dove insegna lingua e letteratura inglese. È redattore di Semicerchio e da alcuni anni si occupa di poesia femminile e postcoloniale e di tecnica della traduzione poetica. È curatore di varie antologie e monografie poetiche (le più recenti: Men/Uomini. Ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea, Le Lettere 2004; e Gatti come Angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Medusa 2006) e traduttore
di autori contemporanei per le case editrici Einaudi, Le Lettere, Medusa, Quarup.

Partendo da una delle classiche coppie oppositive della storia della traduzione, “fedeltà/infedeltà”, secondo lei nel tradurre poesia sono più bravi i poeti o i traduttori? Ed è vero che la dicotomia si rafforza con l’ulteriore aggiunta: traduzione di poeti-infedele, traduzione di traduttori-fedele?
Non credo che quella vecchia dicotomia abbia oggi alcuna validità. Penso che occorra innanzitutto intendersi sul significato di “fedeltà”: fedeltà a che cosa? Certo non alla “lettera”, al contenuto, trattandosi di poesia, ma nemmeno unicamente alla metrica o allo stile. Penso che il tentativo che si debba fare, traducendo poesia, è quello di far rivivere l’atto creativo che ha ispirato l’originale. In una parola, cercare di rispettare il più possibile la poetica dell’autore e produrre un testo letterario che sia in qualche modo una poesia esso stesso, che si ponga allo stesso tempo in un rapporto “intertestuale” di ascolto empatico e di dialettica nei confronti dell’originale (un testo che dialoga con un altro testo). La traduzione di poesia finisce davvero con l’essere il rapporto tra due poetiche, quella dell’autore tradotto e quella del traduttore. Un dialogo alla pari, in cui come dice Franco Buffoni, coesistono «il massimo dell’umiltà e il massimo della pretesa, in primis con sé stessi». È chiaro che in quest’ottica un poeta in proprio può avere “una marcia in più” ed è più probabile che riesca ad attuare quella mirabile sintonia di cui parlavo prima. Ma conosco molti “professori” non “poeti” (per usare un’altra celebre opposizione, quella di Georges Mounin) che se la cavano benissimo senza aver mai pubblicato i propri versi (che magari, chissà, serbano gelosamente nel cassetto o in una cartella ben occultata nel proprio computer!).

Les fleurs du mal di Baudelaire, tradotta magistralmente dal poeta Giorgio Caproni e dal traduttore Antonio Prete che ne riproduce les cages métriques. Come spesso segnala Franco Buffoni, l’importante è cogliere il «respiro» del testo, sia esso in prosa o in poesia e les cages métriques sono solo un fatto storico. C’è una versione che lei preferisce? Pensa che questo esempio distrugga la coppia oppositiva di cui alla prima domanda?
L’esempio citato credo confermi quanto detto prima. In realtà sono contrario a quanto si afferma di solito che «la traduzione perfetta è unica». Credo che possano esistere moltissime ottime traduzioni di poesia, anche se molto diverse fra loro, costruite su presupposti e criteri anche opposti. Sta al traduttore, di volta in volta, decidere quale aspetto far prevalere in quel particolare testo, e di conseguenza operare la traduzione. Una particolare sensibilità al linguaggio della poesia, al ritmo, alla condensazione semantica certamente aiuta, ma, di nuovo, l’obiettivo è quello di creare un testo che stia in piedi da solo, che possa in qualche modo entrare in rapporto dialettico con la lirica originale. Un testo che sia riuscito, in un modo o nell’altro, a trasferire la poeticità da una lingua all’altra. L’ambizione del traduttore di poesia è quella di rovesciare il famoso detto di Robert Frost secondo cui «la poesia è ciò che si perde in traduzione». Sarebbe bello poter affermare, al contrario, che «la poesia è ciò che rimane in traduzione», l’unica cosa che in definitiva viene traghettata da una parte all’altra del confine culturale.

Nella nota alla traduzione delle poesie di Wislawa Szymborska, Pietro Marchesani dice di aver adottato le strategie che sembrano più appropriate: rinunciando alla corrispondenza metrica quando questa potrebbe impoverire o deformare l’aspetto semantico del testo (con ricorso alle assonanze, ai ritorni
ritmici, al numero delle sillabe, alle rime, cercando di ottenere una riconoscibilità fonico-ritmica), altre
volte salvaguardando il principio della corrispondenza metrica, rinunciando alla rima, per evitare fuorvianti soppressioni o mutamenti lessicali, rime abusate da utilizzare solo in modo ironico. Lei quando traduce poesia quali strategie preferisce adottare?

Come dicevo prima, la strategia migliore è quella che prevede un sano eclettismo. Una forma di mimesi che ti porta ad ascoltare e assorbire la voce originale del poeta per interpretarla al meglio e poi adottare consapevolmente le strategie giuste per quel tipo di testo. Questo non significa cancellare del tutto la propria identità o fare, parafrasando Keats, il chameleon translator; significa piuttosto mettere la propria poetica al servizio di quella dell’altro. In alcuni casi l’operazione funziona, in altri casi, quando la distanza tra le due sensibilità, tra le due visioni del mondo e della scrittura è inconciliabile, la possibilità di traduzione riuscita si fa più ardua…

Crede che un traduttore non madrelingua possa tradurre verso la lingua di adozione? Molti autori di frontiera preferiscono scrivere nella lingua di adozione. Come diceva Emil Cioran, l’uso di questa lingua sottolinea la dimensione deliberata della scelta della parola a scapito dell’atto istintivo.
Niente è precluso o impossibile. Per quello che dicevo prima, i poeti-traduttori migranti, diciamo così,
potrebbero essere i più adatti a tradurre le loro controparticontroparti che scrivono in un’altra lingua di adozione (penso per esempio ai poeti migranti anglofoni in Gran Bretagna, magari di seconda generazione). È vero che usare una seconda lingua spinge a una consapevolezza del mezzo linguistico che a volte non avviene con la nostra madre lingua, spesso però la complessità del linguaggio poetico è tale – basti pensare all’accademismo di molti poeti contemporanei italiani – che solo un madrelingua aduso ai linguaggi poetici correnti riesce ad affrontare l’impresa.

Tra l’avviso metalinguistico che contiene la traduzione (e che richiede che il traduttore sia un esperto nella lingua straniera da cui si traduce) e la funzione estetica inerente alla traduzione di un testo, soprattutto poetico (che richiede che il traduttore sia un esperto nella lingua straniera di grado ulteriore o lingua straniera tout court che è la lingua poetica), quale considera più rilevante per un buon risultato? Ovvero, tradurre è questione di passione poetica o anche e forse soprattutto di competenza?

Ho avuto molte esperienze di cotraduzione di poesia in cui un componente della “coppia” assumeva a sé uno dei due ruoli. Nella collaborazione con la poetessa bolognese Loredana Magazzeni (Gatti come angeli. L’eros nella poesia femminile di lingua inglese, Medusa, Milano 2006), per esempio, io svolgevo più il ruolo di revisore linguistico-tecnico, mentre a Loredana spettava il compito di riconoscere e assecondare gli aspetti più prettamente estetico-poetici. In altri casi di collaborazione, magari, mi è toccato l’altro ruolo. Diciamo comunque, ed è una banalità me ne rendo conto, che avere entrambe le caratteristiche aiuta. Il poeta, alla maniera di un attore vecchio stampo, quando si cimenta nella traduzione di un testo poetico, non può correre il rischio di sovrapporre la propria voce a quella del suo autore. Deve accordarla a quella dell’altro.

Lei è un esperto di poesia femminile e post coloniale. Ha curato e tradotto con Giorgia Sensi per Le Lettere Men/Uomini, ritratti maschili nella poesia femminile contemporanea. Ci parli di questi ritratti e delle voci femminili che predilige.
Quello era un tentativo di antologia “a tema”, genere abbastanza popolare nei paesi di lingua inglese,
ma poco praticato da noi. È stato molto divertente lavorare al progetto, cercare i testi, valutare. L’idea era quella di mettere insieme poesie di donne che parlassero dei propri uomini (padri, figli, fratelli, mariti, amanti) in modo da creare un florilegio di voci e di toni che trovassero, proprio dal contrasto e dalla contrapposizione, un nuovo senso, un’imprevedibile polifonia. Molte di queste autrici, effettivamente, provengono dal mondo post coloniale che a mio giudizio produce oggi molte voci poetiche potenti e originalissime.

Cosa sta traducendo adesso e quali sono i suoi progetti?
Attualmente, benché molto impegnato nella traduzione di narrativa, sto preparando insieme a Giorgia Sensi un’antologia della poetessa scozzese Carol Ann Duffy, recentemente salita agli onori della cronaca per essere stata eletta, prima donna (oltretutto gay e working class), alla carica di Poeta laureato della corona britannica. È un’autrice popolarissima e controversa nel Regno Unito, dove le sue opinioni sono molto dibattute e ascoltate. Di quale poeta italiano, dopo Pasolini e Montale, possiamo dire altrettanto? Spero che le nostre traduzioni contribuiscano a renderla un po’meno ignota da noi. Il mio sogno, comunque, è trovare sempre più editori disposti a rischiare sulla poesia, soprattutto quella contemporanea in traduzione. Viceversa sembra che l’editoria restringa sempre di più gli spazi per la pubblicazione di versi, con l’idea che in Italia c’è molta più gente che scrive poesia di quanta non la legga. E in questo quadro di difficoltà vorrei rendere merito a Le Lettere, editore di Firenze, per essere uno degli editori più coraggiosi e attenti verso questa letteratura genuinamente popolare che solo fortuitamente si ritrova a essere relegata in una nicchia. Il ruolo del traduttore di poesia è spesso anche quello di un appassionato talent scout alla ricerca di voci nuove e originali da far emergere, da far conoscere ai propri connazionali nel tentativo di rendere più aperta, meno asfittica e autoreferenziale la scena poetica del nostro paese.








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