Il lavoro del traduttore-poeta e del poeta-traduttore vaga tra l’intraducibilità
teorica della poesia che
affermò Croce, la scarsa traducibilità di cui parlò Montale e la trasposizione
creatrice di Jakobson.
Nel migliore dei casi, parafrasando Umberto Eco, la poesia tradotta è quasi la
stessa cosa, ma mai la
stessa, della poesia originale. O, come diceva Caproni, la prima è solo una imitazione
della seconda «perché una restituzione perfetta rimane sempre, quando si tratta
di poesia traslata, una chimera, non fosse che per l’inevitabile usura che le
parole, come le monete, subiscono attraverso il cambio. Perché anche ammettendo
che la poesia sia più resistente della lingua che la dice, quella lingua rimane
comunque il materiale di cui è fatta la poesia, quindi è inevitabile un logorarsi
della parola».
Da queste considerazioni si potrebbe dedurre che sono i poeti a dover tradurre
i poeti. Lo sostiene, per esempio, Annelisa Alleva, poetessa e traduttrice, pur
precisando che in questo caso il poeta non deve farsi “traduttore”. Questo non
significa che un poeta possa permettersi di essere più libero quando traduce.
È sempre schiavo del testo, ma è proprio qui, con le mani legate da un testo scritto
da un altro, che mette alla prova le abilità che trasporrà nella sua poesia. Personalmente,
da traduttrice e lettrice, ritengo che una buona traduzione poetica sia quella
in grado di suscitare le stesse o quasi le stesse emozioni della poesia prima
di essere tradotta.
Ana Ciurans