SPECIALE BABELFESTIVAL 2007
Giovedì 20 settembre 2007 - 20.30 Cinema Forum - cineBabel - "Il cerchio perfetto"
A. Kenovic, A. Sidran
Per l’apertura di giovedì 20 settembre, al pubblico è stato proposto un lungometraggio
d’autore, "Le cercle parfait", di Ademir Kenovic (1997), il primo film girato
nella Sarajevo distrutta dalla guerra, sceneggiato dal poeta serbo Abdulah Sidran,
presente in sala. Nel film la parte del protagonista è un poeta, Hamza, che sceglie
di restare nonostante la guerra. Al posto della moglie e della figlia, espatriate,
il destino affida ad Hamza due bambini giunti in casa sua orfani dal furore della
guerra. Entra in scena la poesia del film. Gli interrogativi si manifestano allo
spettatore attraverso le parole di Hamza che si interroga sul senso di tutto,
poeta suo malgrado. La proiezione in versione originale è stata apprezzata da
quanti non conoscessero il serbo grazie ai sottotitoli in tedesco e in francese,
a marcare il dialogo tra i diversi linguaggi artistici, Oltre i confini della
parola.
Dori Agrosì
Venerdì 21 settembre 18.00 Palazzo Civico Venerdì 21 settembre 2007 - 18.00 Palazzo
Civico -Saluto, con una lettura di Pietro De Marchi e Klaus Mertz
Il Festival è ufficialmente aperto al pubblico nella bellissima corte del Palazzo
Civico di Bellinzona con il saluto da parte degli organizzatori e con una lettura
da parte di Pietro De Marchi e Klaus Merz.
Venerdì 21 settembre 2007 - 18.30 Teatro Sociale - Ornela Vorpsi dialoga con
Fabio Pusterla
Il primo incontro si è tenuto subito dopo il saluto, alle 18.30, nel Teatro Sociale,
con la scrittrice Ornela Vorpsi e lo scrittore-poeta-traduttore Fabio Pusterla,
ticinese di lingua italiana. Il teatro è raccolto e restaurato. Il fascio di luce
è puntato al centro del palco sui due autori. La Vorpsi rappresenta a tutti gli
effetti la figura del personaggio babelico, albanese migrante, ha vissuto e studiato
in Italia, vive tra Parigi e Berlino. Scrive in italiano, una lingua di cui sente
ancora il bisogno per esprimere il processo creativo della sua scrittura. Ad ascoltarla
si capisce l’influsso del francese, un’altra lingua della sua quotidianità, probabilmente
la terza, in cui alterna espressioni e modi di dire di chi questa lingua la conosce
già piuttosto bene.
Fabio Pusterla, tra i migliori poeti della sua generazione, eccellente moderatore,
ha intrattenuto Ornela e il pubblico con una conversazione in cui la scrittrice
rivela la sua particolarità di essere migrante, la motivazione della sua scelta
linguistica per un processo narrativo che volutamente prende spunto dal gioco
per descrivere realtà difficili. Un espediente che produce un impatto contrario
forte, tutt’altro che divertente.
Nel libro "La mano che non mordi" (Einaudi), Ornela parla di viaggio, sia in
senso fisico sia in senso metaforico. Rivela che odia viaggiare, ha paura dell’aereo,
prova fastidio, noia e tensione. Si potrebbe addirittura definire “un libro contro
il viaggio”. Ma no, non può essere… una scrittrice babelica… un libro contro il
viaggio… Ma c’è di più, la Vorpsi è più sofisticata di quanto appare, è innanzitutto
fotografa, pittrice e videoartista. Tutto questo la porta a viaggiare lontano,
molto lontano, a sperimentare la sua arte con servizi fotografici fino in Cina
per “raccontare” la condizione della donna.
Ci racconta che la scrittura è stata per lei stessa una sorpresa e che mai avrebbe
sospettato di trovare un’altra forma d’arte in cui realizzarsi tanto e così in
fretta. Contava all’inizio di investire nel suo talento per le arti visive che
considera la sua vera vocazione.
La condizione di artista babelica le ha fatto scoprire un’altra faccia del suo
talento, quello di raccontare dell’altrove in una forma narrativa in cui l’incontro
con l’altro avviene nell’incontro con il lettore. In questo intento la Vorpsi
sperimenta una forma molto efficace di scrittura, quella dello “stile diretto
e sintetico, senza fioriture”, così come lei stessa afferma.
Del mistero per cui un autore migrante scriva nella lingua del paese che lo ospita
è evidente che le motivazioni sono singolari, per ciascuno diverse. La Vorpsi
stupisce tutti sostenendo che scrivere in italiano, o comunque in una lingua diversa
dalla sua, significa per lei liberarsi dalla lingua dell’infanzia, un bagaglio
troppo pesante. In questo senso in un’altra lingua tante cose appaiono addirittura
più leggere.
Dori Agrosì
Venerdì 21 settembre 2007 - 20.30 Cena balcanica
Siamo alla cena balcanica che il Festival ha predisposto per gli ospiti e per
tutti i visitatori che desiderano fermarsi a mangiare. Una cena molto informale
e per questo ben riuscita. Dall’alto si intravedono le mura merlate, si immaginano
le porte e le torri di un apparato difensivo possente che un tempo sbarrava la
valle del Ticino in tutta la sua larghezza. Un gioiello dell’architettura fortificata
medievale dell’arco alpino. Dal basso, nel piazzale che ospita lo spazio BarBabel
si vedono personalità balcaniche che girano tra i tavoli o sedute a discutere.
Tra loro Ismail Kadaré, Ornela Vorpsi, Predrag Matvejevic, Ivana Sajko, Ljiljana
Avirovic, Dejan Ilic. Tra gli autori ticinesi e italiani, poeti, scrittori, saggisti,
traduttori. Fabio Pusterla, Pietro De Marchi, Federico Italiano e diversi altri.
Altri tavoli sono occupati dai partecipanti al workshop giunti a Bellinzona da
diverse parti d’Italia. Tutti parlano del concerto balcanico della sera dopo,
Ljiljana Petrovic Buttler accompagnata dai Mostar Sevdah Reunion.
Dori Agrosì
Sabato 22 settembre 2007 - 9.30 Castelgrande - Giorgio Orelli dialoga con Pietro
De Marchi
Sabato 22 settembre i primi due incontri della mattina si sono svolti nel Castelgrande.
Il primo alle 9.30 tra due poeti, Giorgio Orelli che racconta delle sue traduzioni
di Goethe e Pietro De Marchi. Babel è anche un Festival che, a ragione, pone in
rilievo l’importanza della poesia e l’importanza della sua traduzione, un lavoro
di sensibilità poiché non può affrancarsi dal trasferire in altre lingue elementi
in più rispetto a quelli della narrativa. Oltre alla voce, Orelli parla di musicalità
della lingua e fa degli esempi molto chiari citando anche dei passi di Dante.
È sabato. Per arrivare al Castello si partecipa direttamente a una delle più
sentite manifestazioni popolari di Bellinzona, il mercato, riportato in auge nel
centro storico a riproporre l’antica tradizione che caratterizzava la vita commerciale
della città nel Medioevo. Un ritorno alle antiche abitudini che mira al piacere
di ritrovarsi al sabato mattina in un contesto pittoresco, nella più antica piazza
della città, Piazza Nosetto, il cui nome deriva dalla presenza di un noce già
fin dai tempi più remoti.
Una volta entrati nel Castelgrande colpisce inevitabilmente il contrasto tra
architettura medievale e i risultati degli ultimi restauri (1984-1991), l’aggiunta
del comfort: per salire alla collina si può scegliere se percorrere l’antica e
lunga gradinata oppure servirsi dell’ascensore. Giorgio Orelli parla della musicalità
e della prosodia con cui cura le traduzioni delle poesie e della stessa cura con
cui compone. Parla del concetto di “voce” che solo un buon testo e una buona traduzione
riescono a produrre. Il resto è scrittura che stride, fatta con le pietre.
Dori Agrosì
Sabato 22 settembre 2007 - 11.30 Castelgrande - Ivana Sajko dialoga con Ljiljana
Avirovic
Ivana Sajko è una giovane scrittrice, drammaturga e attrice teatrale di Zagabria.
Una personalità che attraverso la sua arte riesce a comunicare con forza la tensione
drammatica di fatti realmente accaduti durante la guerra. Dialoga con Ljiljana
Avirovic, traduttrice di scrittori quali Magris, Jergovic, Kis, Bulgakov, Pasternak,
Lermontov e docente di Teoria e Pratica della Traduzione presso l’Università di
Trieste. L’incontro inizia con una proiezione che allude alla guerra. Seguono
le letture di alcuni brani di “Donna bomba”, sia in croato sia in italiano.
Ivana è una giovane speranza della drammaturgia croata. L’autrice ha dapprima
scritto in inglese e si è poi autotradotta in croato. Un passaggio che incontra
il dissenso della Avirovic “lo scrittore scrive, per tradurre esistiamo noi traduttori”.
La Sajko si è spesso scontrata con l’etichetta di “scrittrice femminile”, poiché
rappresenta spesso donne durante la guerra. Sia amanti sia terroriste. Non è d’accordo,
è innanzitutto un autore.
La guerra degli anni '90 e la tragedia diventano ispirazione per la sua scrittura.
Il materiale di cui si serve per fomentare la creatività è il documento di guerra
attraverso cui riesce a raccontare fatti realmente accaduti. Intreccia vari strati
del discorso: la poesia, i riferimenti alla poesia, le citazioni, le evocazioni
personali. Tutti elementi mirati a scontrarsi. Guerra e sentimentalismo. Attraverso
l’argomento “bomba” tocca il tema della tragedia jugoslava e quello del terrorismo.
La ricerca e la scrittura della Sajko sono una sorpresa. La narrazione è inquietante
e cruda, è una narrazione di guerra. Entrano in scena il livello poetico e quello
politico.
Dori Agrosì
Sabato 22 settembre 2007 - 16.30 Teatro Sociale - Michael Kruger dialoga con
Federico Italiano
Da questo momento in poi tutti gli incontri del Festival hanno luogo nella sede
del Teatro Sociale, una struttura restaurata di recente che, in proporzioni molto
più piccole, ricorda benissimo la facciata neoclassica del Teatro alla Scala di
Milano e la relativa struttura a ferro di cavallo all’interno. Progettato da un
architetto milanese, il Teatro Sociale di Bellinzona è l’unico esempio di teatro
all’italiana in Svizzera.
L’incontro con l’editore e poeta Michael Kruger è stato un susseguirsi di poesie
lette ad alta voce dall’autore in lingua tedesca. La rispettiva traduzione in
italiano è stata letta ad alta voce dal traduttore Federico Italiano, spesso corretto
dallo stesso Kruger al momento della conversazione con il pubblico. Kruger a quanto
pare non parla italiano ma lo capisce benissimo.
Kruger si è anche riallacciato all’incontro precedente con Giorgio Orelli sulla
traduzione di Goethe, per parlarcene come esempio straordinario di traduzione
di poesia in italiano. Ci fa inoltre notare che alcune traduzioni della poesia
di Mandelstamm nulla hanno a che vedere con Mandelstamm ma restano delle ottime
poesie. Spera che ci siano sempre più traduttori come Orelli così capaci di occuparsi
di traduzione restituendo poesia alla poesia. E autori come Philippe Jaccottet
che ha scritto teorie bellissime e da cui si può davvero imparare quanto necessario
per scrivere una poesia.
La poesia di Kruger è drammatica e si collega al tema della guerra, qui a caratterizzare
i Balcani nel contenuto di denuncia e nell’effetto di immediatezza che suscita.
Si sofferma a spiegare che la letteratura non è sempre evasione dal mondo ma specchio
della storia e quindi coscienza dell’intellettuale che non può tacere. Prevalgono
le sillabe aspre, graffianti, dure, unite al ritmo a sottolineare lo stato di
guerra. Nella versione in italiano non deve essere stato facile trasmettere appieno
la durezza del testo in tedesco.
Dori Agrosì
Sabato 22 settembre 2007 - Ismail Kadaré dialoga con Michele Fazioli
Siamo ancora nel Teatro Sociale, adesso è di scena Ismail Kadaré grande scrittore
albanese, insieme al giornalista svizzero Michele Fazioli. Tra i due inizia una
lunga conversazione in cui Fazioli espone in italiano e Kadaré commenta e risponde
in francese. Affascinante. Ismail Kadaré esule dall’Albania vive dal 1990 in Francia.
Nel 2005 è stato insignito del Booker Prizer e più volte candidato al Nobel.
Kadaré è emblematico per il tema della traduzione, uno scrittore albanese è inevitabilmente
tradotto. Esule volontario, i suoi libri hanno un impeto di passaggio da un’epoca
all’altra. Parla di frontiere del tempo e di frontiere geografiche. Della fuga
oltre il mare, del pericolo, del rischio. I suoi libri sono tutti tradotti in
altre lingue a partire dal francese, ma scritti in albanese. Una cosa inaccettabile
questa, che gli editori italiani non si adoperano a pubblicare una traduzione
dall’originale. Addirittura “Il generale dell’armata morta” porta l’inaccetabile
scritta: “Tradotto dall’originale francese”.
Da adolescente Kadaré si appassiona a Macbeth, Cervantes e Shakespeare.Trova
interesse per l’elemento “fantastico” di Shakespeare popolato da fantasmi e streghe.
Di Cervantes lo appassiona l’elemento del grottesco. La sua opera si colloca infatti
tra il tragico e il grottesco, poiché la vita in un paese socialista è un misto
tra grottesco e drammatico.
Lo ispirano le poesie di Ovidio perché gli ricordano la condizione drammatica
di chi deve lasciare il proprio paese. Gli evocano la condizione legata al mistero
per cui bisogna lasciare il proprio paese, come in Ovidio.
Studente a Mosca ha scritto un romanzo mirato a descrivere la spregevolezza dello
stato sovietico. Si è poi recato in Cina per assistere alla rivoluzione culturale.
Ci tiene a precisare che la letteratura e la politica sono due cose a sé, la letteratura
non può scrivere la politica e non si può parlare di “letteratura politica”. Allo
stesso modo non si può parlare di “romanzo storico”, di “romanzo filosofico”,
e via dicendo. O è un romanzo o è un testo di storia. È affascinato dal concetto
del tempo ed è d’accordo con l’affermazione di Pessoa “Il tempo non basta”.
Interessante il concetto di letteratura e mediocrità di cui parla l’autore: “La
letteratura non sopporta la mediocrità, gli scrittori mediocri sono i soldati
della letteratura, coloro che avvicinano il lettore. La grande letteratura è complessa,
è di nicchia. Senza lo scrittore mediocre non c’è letteratura mondiale. Il dramma
arriva quando la letteratura mediocre pretende di essere grande.”
I romanzi di Kadaré raccontano della vita come “Il generale dell’armata morta”,
tra inferno dantesco e il grottesco di Cervantes. Sicuramente un romanzo da rileggere,
e siamo qui nella sfera della letteratura alta, quella che i battaglioni della
letteratura mediocre dovrebbero raggiungere.
Dal pubblico, Predrag Matvejevic gli rivolge la domanda: “Come vedi l’avvenire
dei Balcani?”, Kadaré risponde: “Non sono d’accordo con le affermazioni riguardanti
la fatalità e cioè che i Balcani siano una penisola senza speranza. Sono molto
bravi a fare cavolate ma anche a fare cose nobili. Non bisogna dimenticare che
non c’è un altro posto come i Balcani ad aver vissuto cinque secoli di guerra,
una macchina infernale che ha lasciato ferite enormi. Credo che i Balcani siano
capaci di entrare in Europa e che l’Europa stessa farà di tutto per aiutare l’Albania.
I Balcani hanno un’aspirazione comune e cioè quella di entrare in Europa. Troveranno
la strada verso la libertà. Verso la normalità delle cose.”
Dori Agrosì
Domenica 23 settembre 2007 - 9.30 Teatro Sociale - Dejan Ilic dialoga con Giorgio
Orelli e Fabio Pusterla
Dejan Ilic è poeta e traduttore croato. È attentissimo alla poesia italiana nel
mondo serbo. La sua opera di traduzione è vastissima, copre la poesia italiana
dal 1945 ad oggi, ha tradotto poeti quali Pavese e Quasimodo. Oggi si occupa della
corrente di poeti giovani come Valerio Magrelli, Umberto Fiori, Fabio Pusterla,
Damiani, Rondoni, Anedda, Villani, Dal Bianco, Riccardi, Benedetti, Bretti, Lombardo.
Ilic ha studiato nella sua città, Belgrado e sin dall’inizio ha nutrito grande
interesse per Ungaretti, poi per Magrelli, il primo autore giovane che ha conosciuto
e che lo ha portato nella poesia italiana contemporanea. È inoltre il traduttore
croato del poeta ticinese Giorgio Orelli, a sua volta traduttore dal tedesco.
Ilic: “Il mio lavoro di scrittura coincide con il processo del tradurre, addirittura
la scrittura e la traduzione sono arrivate per me contemporaneamente. La traduzione
si svolge tra due lingue e perciò due scene poetiche.” Tra lingua italiana e lingua
croata esiste una diversità fonetica molto profonda. La lingua croata è caratterizzata
da numerose consonanti, differisce molto dall’italiano in cui c’è invece proporzionalità
tra vocali e consonanti e musicalità nella poesia. In questo caso la resa poetica
in traduzione diventa un problema, ma molto si gioca nella voce che emana. La
voce sta nella lingua ma anche nel significato. “Captare questa voce è fondamentale
e per quel che mi riguarda ritengo che sia ancora più importante la voce che non
trasportare le sonorità. Il simbolismo implica che bisogna suscitare le qualità
della lingua.”
Addirittura un poeta croato, Dubravko Pusek, sta cercando di fare una cosa complicata
e cioè modificare la prosodia e perfino la fonetica del linguaggio italiano per
tentare di riprodurre le caratteristiche croate delle sue poesie.
Giorgio Orelli conferma l’importanza assoluta della voce. “In Dante e in Leopardi
ho notato il suono della voce, un’impresa quasi disperata. Quando leggo un verso
di Dante mi rendo conto che ho impiegato più di sessant’anni per capirlo, anche
come traduttore. Sento subito quando un testo stride."
“Per quanto riguarda la guerra ritengo che sia stata una sorta di divisione.
Sentivo gli effetti di una vita povera e difficile da vivere. Facevo parte della
resistenza e questo nell’arte era presente come un effetto di design. La resistenza
non è compresa nel discorso dell’arte, non merita di esservi incorporata.”
Seguono delle letture delle poesie di Ilic, tra cui una poesia ottimistica “Oltre
i confini”, seguite da alcune poesie di Orelli e le rispettive traduzioni di Ilic.
Infine le letture di alcune poesie di Fabio Pusterla e la relativa traduzione
in croato.
Dori Agrosì
Domenica 23 settembre 2007 - 11.30 Teatro Sociale - Abdulah Sidran dialoga con
Silvio Ferrari e Claudia Cotti Zelati
Negli anni ’80 Abdulah Sidran, artista bosniaco, compare nei film del regista
Kusturica come sceneggiatore. La sua autonomia si manifesta pienamente intorno
al 1996 con straordinaria capacità. La sua originalità e maturità professionale
vengono colte dopo la guerra diventando a tutti gli effetti un intellettuale a
livello europeo. Un intellettuale che deve fare i conti con la sua città, Sarajevo,
distrutta e descritta in mille modi. “Perché al mondo non deve esserci il popolo
bosniaco?” Si chiede Sidran. Con i suoi film restituisce la tragedia del decennio
servendosi della naturalezza della narrazione. Pubblica una raccolta di versi
dedicata ai cittadini sopravvissuti. Una sorta di “Saluto della memoria”. Nel
suo paese è onorato, per i suoi sessant’anni sono state pubblicate le opere riunite.
Per generazioni fa parte di quella umanità che non si può rimuovere, l’esito del
primo grande scisma. Ha rappresentato lo scisma delle grandi coscienze. Mette
in risalto uomini e donne della quotidianità, coloro che hanno restituito la storia.
La proiezione del film “Le cercle parfait”, in apertura del Festival descrive
una città distrutta e ancora sotto i cecchini. La storia di personaggi della realtà
quotidiana, gente che rimane, altri che partono. La poesia dell’artista intellettuale
il cui ruolo è anche quello di indignazione e denuncia della guerra.
Nel 1910, l’Austria-Ungheria, Signora della Bosnia, fece una sorta di censimento
riguardante la lingua degli abitanti di Sarajevo. Il risultato di questi dati
fu la convivenza di 48 lingue parlate tra le diverse etnie e per tutti il serbocroato
come lingua nazionale. Per quanto riguarda l’attuale Bosnia, Sidran non riesce
a darne una valutazione positiva. “La società che avevamo costruito è schiantata”.
La tristezza di cui parla è ciò che riunisce coloro che sono rimasti. “Una grande
esperienza storica è andata distrutta.”
Poco tempo fa su un muro di Spalato un graffito parafrasava così: “Morte al fascismo,
libertà al popolo”. Oggi questo graffito geniale aggiunge: “Libertà - Stella Rossa
= 3 - 0”.
Dori Agrosì
Domenica 23 settembre 2007 - 14.00 Teatro Sociale - Viceversa Letteratura
Sempre nella cornice del Teatro Sociale assistiamo alla presentazione di una
nuova e originalissima rivista “Viceversa Letteratura”. I relatori si sono lanciati
in una presentazione corale, uno leggeva ad alta voce in una lingua cantonale
(francese) e l’altro leggeva sottovoce lo stesso testo in un’altra lingua cantonale
(italiano), alternandosi ad alta e a bassa voce paragrafo dopo paragrafo e tornando
a rileggere il testo da capo invertendo la lettura ad alta o a bassa voce rispetto
alla lettura precedente, in questo senso e non a caso… viceversa. Un bel modo
per restituire teatralità alla narrazione e all’anima trilingue di coloro che
vivono a cavallo tra lingue e culture diverse, racchiuse in un paese piccolo,
mostrando nel miglior modo la singolarità di valori culturali invidiabili.
Viceversa Letteratura è perciò una rivista di scambi letterari e uno strumento
inedito. Propone inediti di scrittori svizzeri sconosciuti che vanno aiutati e
pubblicati. Oltre ad essere una rivista è in più un annuario esaustivo della letteratura
locale. Si tratta perciò di un progetto singolare e difficile da realizzare.
In questo primo numero si parla di entendre le texte, la letteratura in forma
di lettura, dando un panorama unico della realtà svizzera contemporanea. “Viceversa
Letteratura”, “Viceversa Littérature” e “Viceversa Literatur” raccontano in tre
lingue e in tre volumi lo stesso progetto, partendo dall’esempio della rivista
neorealista “Feuxcroisés”.
L'associazione che la pubblica, che è la stessa di “Feuxcroisés” è nata nel 1943.
Nel corso degli anni ha preso la forma di un neorealismo letterario a informare
sulle realtà nelle altre regioni evitando sempre i toni universitari. Questo ha
guidato a fondare i propri media collaborando con culturactif.ch. Viceversa ha
voluto perciò triplicare “Feuxcroisés” con un concetto redazionale nuovo in un
lavoro di dialogo e confronto.
Il progetto è realizzato con tre editori, tra cui Casagrande per la versione
in lingua italiana, è inoltre consultabile sul web attraverso la piattaforma svizzera
dedicata alla cultura: www.culturactif.ch/viceversa
Dori Agrosì
Domenica 23 settembre 2007 - 14.30 Teatro Sociale - Predrag Matvejevic dialoga
con Sergej Roic
In un Festival babelico, quest’anno dedicato ai Balcani, non poteva mancare una
personalità come Predrag Matvejevic, intellettuale di Mostar, ex docente a Zagabria,
esule dal 1991, anno in cui si stabilisce in Francia e poi dal 1994 in Italia,
dove tuttora vive.
Predrag Matvejevic ha coniato il termine “democratura” per definire la finta
democrazia dei regimi dell'est. La sua vita è un lungo periplo, emigrato all’inizio
della guerra nella ex-Jugoslavia scegliendo una posizione “tra asilo ed esilio”.
Si distingue come parte di quegli intellettuali esuli che offrono una visione
critica della realtà del loro paese. Tenace combattente per la libertà di parola,
ha rinunciato a schierarsi. In “Breviario Mediterraneo”, che l’autore definisce
“gaia scienza”, ricostruisce in forma narrativa la storia del Mediterraneo e dei
paesi che vi si affacciano, racconta dei Balcani come un’area in cui la divisione
si ripete ciclicamente ponendo fratture tra Oriente e Occidente, come scrive Leonardo.
Dall’occupazione turca fino alle recenti guerre interetniche che hanno frantumato
la Jugoslavia, ex madre-patria.
Critico aspro e duro, con il romanzo epistolare “Tra asilo ed esilio” ripercorre
la sua storia personale. Di madre croata e padre russo, si addentra nelle regioni
dell’est, nella loro storia e nelle loro contraddizioni. Narra un’esperienza difficile:
“Andai per la prima volta in Unione Sovietica nel 1972 dove un amico mi permise
di andare da Mosca a Odessa. Vidi la tragedia. La follia dello stalinismo.” Già
in esilio, anni dopo, nel 1991 si stabilisce in Francia e il successo come saggista
lo incoraggia moralmente. Torna a Sarajevo e viene tacciato da traditore per i
suoi testi critici sui Balcani. “Nei Balcani, il caso della Bosnia è disperato,
ha vissuto la tremenda stupidità riconducibile alla mitologia della battaglia.
Oggi i Balcani soffrono di un provincialismo di chiusura che si sente molto e
le riviste nazionaliste pubblicano cose illegibili.”
Durante i vari i ncontri del Festival è spesso intervenuto dal pubblico per dialogare
con i relatori e spiegare la situazione dei Balcani. Matvejevic non è un’esule
vittima, è un intellettuale realizzato e riconosciuto. Senza trafile di concorsi
ha insegnato alla Sorbona, è da tredici anni professore ordinario di Slavistica
presso l’Università la Sapienza, nominato “per chiara fama”. Ha ottenuto numerosi
Premi Letterari e i suoi libri sono tradotti in oltre venti lingue.
Tanto si è detto sui Balcani durante il Festival e tanto ancora non si sa della
cultura balcanica, della poesia e della letteratura. Addirittura a Sarajevo esiste
dal 2004 un Festival dedicato alla poesia. A Pola esiste un altro Festival dedicato
alla letteratura. Anche i giovani che non hanno vissuto la guerra ma che la vedono
ora nei riflessi di una società ancora ferita, la raccontano.
Dori Agrosì
Domenica 23 settembre 2007 - 16.30 Teatro Sociale - Helena Janeczek dialoga con
Franco Buffoni
L’ultimo incontro del Festival è con Franco Buffoni che presenta e dialoga con
la scrittrice babelica Helena Janeczek, poetessa in lingua tedesca e narratrice
in lingua italiana. Tedesca, figlia di ebrei di origine polacca, in Italia da
molti anni. La sua presenza al Festival è importante poiché mostra un’ulteriore
particolarità degli scrittori migranti. Se Buffoni le chiede quale sia la sua
lingua madre, lei diffida infatti dal dire “il tedesco”. I suoi genitori parlano
il polacco, tra loro, una lingua da cui lei sembra sia stata esclusa. E perciò
una lingua che la riconduce alle tenebre, intese come memoria, di cui narra nel
romanzo “Lezioni di tenebra”.
Ha pubblicato in Germania, nel 1989, poesie di ispirazione celaniana “Ins Freie”
(Suhrkamp). Esordisce in Italia con un romanzo, scritto in italiano, “Lezioni
di tenebra”, che si può leggere come un documento storico, un reportage sul lager
vissuto in passato dalla sua famiglia. La scrittura ha l’obiettivo di vincere
il trauma, le tenebre. In alcuni passaggi che legge per il pubblico evidenzia
due caratteri diversi, il suo e quella della madre, che si scontrano e che spingono
l’autrice a porsi delle domande, a chiedersi qual è il motivo per cui la madre
si mostra così tanto autoritaria e intransigente. Il romanzo fa molti riferimenti
alla lingua, anzi alle diverse lingue che interagiscono in maniera continuativa
nella vita della Janeczek, il tedesco, il polacco e l’italiano.
Dori Agrosì
Workshop
Il workshop dell'edizione Babelfestival 2007 è stato dedicato alla traduzione
da e verso il tedesco con lezioni collettive di carattere sia introduttivo sia
generale e laboratori di traduzione suddivisi per combinazione linguistica (il
laboratorio di traduzione verso l'italiano è stato inoltre sdoppiato in due gruppi
a causa del gran numero di partecipanti). Fra i momenti collettivi, la lezione
di Franco Buffoni sulla teoria della traduzione, con esempi tratti dalla traduzione
poetica, cui si è aggiunto l'incontro con un editor a lingue separate: per i gruppi
di italiano il vulcanico Roberto Cazzola, responsabile di germanistica presso
Adelphi; per il gruppo di tedesco Roman Bucheli, responsabile di germanistica
per le pagine culturali della "Neue Zürcher Zeitung" e revisore di "Collana Ch".
Per il resto, il workshop è stato "esperienza di bottega", di quelle con carta,
penna, dizionari, internet e animate discussioni sui testi, in parte già tradotti
a casa dai partecipanti come esercitazione e preparazione all'incontro. Entrambi
i gruppi di italiano hanno affrontato un articolo di Joseph Roth sotto la guida
di Gabriella de'Grandi che sta svolgendo personalmente la traduzione dell'intera
raccolta: di qui il vivace scambio di opinioni su una traduzione in fieri alla
ricerca delle soluzioni più convincenti. Uno dei gruppi ha poi lavorato su Jakob
schläft di Klaus Merz con la sua traduttrice Donata Berra, svolgendo un percorso
anche umanamente intenso su vari capitoli della prosa poetica dell'autore. Quest'ultimo
è intervenuto con grande disponibilità l'ultimo giorno di lezione per rispondere
alle domande dei partecipanti e chiarire alcuni nodi del testo. Molto apprezzata
dai traduttori anche la "puntata" sulla traduzione poetica della docente, poetessa
in prima persona oltre che traduttrice. Ci siamo ripromessi di approfondire l'argomento
nell'edizione del 2008.
Il secondo gruppo di italiano ha lavorato, oltre che su Roth, con Anna Ruchat,
traduttrice, scrittrice e docente alla Scuola europea di traduzione di Milano.
A due lezioni più teoriche su Bernhard e Klemperer è seguita un'esercitazione
seminariale sulla Engführung di Celan. Vista la forte partecipazione dei presenti,
si pensa a una piccola pubblicazione dei risultati.
Il gruppo di tedesco, infine, si è cimentato su un testo non facile di Ornela
Vorpsi, insieme a Karin Fleischanderl, traduttrice del suo romanzo d'esordio.
Da esperta professionista, la docente ha rivelato ai partecipanti utili trucchi
del mestiere, concentrandosi con particolare attenzione sulla lingua di arrivo.
Com'era prevedibile non sono mancate discussioni stimolanti sulla strategia traduttoria
più adeguata a un testo così particolare, scritto in italiano da un'autrice albanese:
sarebbe stato bello averla a lezione per chiedere il suo parere su alcune scelte
stilistiche!
Particolare anche l'esperienza sui testi di Helena Janeczek, presente al festival
come scrittrice nella lingua "di adozione", l'italiano, e intervistata da Franco
Buffoni (v. articolo). I traduttori hanno lavorato sul primo capitolo del suo
romanzo Lezioni di tenebra (tradotto in tedesco da Moshe Kahn), incoraggiati dalla
stimolante atmosfera di scambio che la docente ha saputo instaurare e dalla ricerca
del tono, del ritmo, della parola giusta in un testo autobiografico di grande
intensità emotiva.
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Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
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