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SPECIALE BABEL 2014
articoli di Dori Agrosì


[ Venerdì 12 settembre ore 18.30 – Apertura del festival ]


È sempre un momento unico assistere a Babel, festival di letteratura e traduzione. È qui a Bellinzona che in settembre arrivano autori che difficilmente si incontrerebbero se non in questo calendario di incontri. Il 2014 è stata la volta dei Caraibi con gli scrittori delle Antille e di riflesso le varietà linguistiche dell’arcipelago. Le isole, in passato occupate a turno da tutte le potenze coloniali europee, popolate dagli schiavi africani importati da tutte le popolazioni d’Africa, presentano oggi e da oltre cento anni realtà multietniche non paragonabili al modello europocèntrico. A queste latitudini la lingua creola, o piuttosto le varietà di creolo, hanno una sintassi africana e un lessico in prevalenza francese. Per gli intellettuali come Patrick Chamoiseau sono lo strumento più importante per interpretare e raccontare la natura multietnica e stratificata delle isole. Si tratta di lingue vive e presenti come in nessuna altra parte al mondo tanto in letteratura quanto anche in musica. Lo scrittore, in questo caso, è portatore di una voce, si confronta con il suo creolo di appartenenza e con la realtà che lo alimenta, una lingua che aderisce alla sua realtà e viceversa e l’esempio dei Caraibi è singolare perché un caso limite nell’intento di quello che può essere il fine di ogni letteratura. Attraverso le loro voci, gli scrittori di queste isole vanno visti come gli anelli più forti dell’arcipelago. Cominciamo a immaginarlo geograficamente questo arcipelago quando Vanni Bianconi legge una poesia di Giorgio Orelli – Ragni – come figura della «distanza». Le Antille, in effetti, seppure fisicamente così vicine sono in realtà separate tra loro, soprattutto tra isole di lingue diverse. E i contatti tra isola e isola sono tanto rari che molti degli scrittori presenti a Babel si incontrano qui per la prima volta. Ci credereste?

 
Ragni
Giorgio Orelli

Da quando, se da giorni
e giorni, mesi ormai,
mentre riposo li osservo
e scordo e non senza stupore
riscopro: ombre d’acheni,
più piccoli di mezza formichetta
smarrita nell’acquaio: sempre lì,
lontano quanto basta dalla lampada
che ha bruciato l’incauto calabrone,
diàfani a furia di guardarli, quasi
trascoloranti in rosa:
chi sa mai se lo sanno
d’essere l’uno a una spanna dall’altro
come due nèi su una schiena,
inquilini abusivi del soffitto,
strani compagni della mia vecchiaia:
sempre lì, sempre soli, senza preda,
una volta soltanto
è arrivato dal Nord
un ragno d’altro rango,
quasi robusto, nerastro,
è passato col fare inquisitorio
d’un commissario
tra i due come se fossero
sorvegliati speciali,
senza distrarli, è sparito
in fretta nel gran bianco,
e dunque non li ha visti
sincronici calarsi,
sostare penzolando
nel vuoto dove nemmeno si sognano
di cercare un appiglio
per una tela: intenti alle filiere
troppo presto esaurite e come
saggiando il peso d’essere, il mistero,
già pronti a risalire divorando
filo e distanza:
per fingersi di nuovo
due punti nei dintorni
di me.


[ Premio Babel per la traduzione letteraria – 1a ed. ]

Appena dopo i saluti ufficiali da parte delle autorità, Matteo Campagnoli presenta il Premio Babel per la traduzione letteraria. Un premio presieduto e voluto da Franca Cavagnoli, rivolto ai giovani traduttori come incoraggiamento e risonanza per chi lo riceve. La giuria composta inoltre da Ada Vigliani, Ilide Carmignani e Yasmina Melaouah assegna il premio a Stella Sacchini per la traduzione di Jane Eyre. Se lo avete già letto o se lo leggete per la prima volta vedete che si tratta di un volume piuttosto consistente. Capiamo perciò il motivo per cui Stella Sacchini coglie l’occasione per ringraziare anche Feltrinelli, “per il coraggio nell’avermi affidato un classico così impegnativo” e spiega cosa significa per lei tradurre, spiega che se di un libro diciamo «è un libro», se in qualche modo ci ha cambiato la vita, ci fa pensare che la vita non sarebbe la stessa se non l’avessimo letto. E questo vale anche e forse di più per i libri che traduciamo, e a ragione confessa che la sua vita non sarebbe ora la stessa se non avesse tradotto Jane Eyre perché dopo averlo tradotto “ho capito che di fatto tradurre era diventato il mio mestiere”. Da filologa abituata a frequentare greci e latini le risulta naturale ragionare per metafore e ci spiega che tradurre Jane Eyre ha confermato la sua idea di classico: “non è un monumento immobile nel tempo e non va avvicinato come fosse uno scoglio nel mare, ma è piuttosto una piattaforma galleggiante, qualcosa di vivo e pulsante e la traduzione quindi altro non è che l’incontro unico e irripetibile tra due dinamismi”.


[Sabato 13 ottobre – 10.30 – TRINIDAD, Elizabeth Walcott-Hackshaw vs Giuseppe Sofo]

Siamo al primo incontro, alla parete del palco è appesa una mappa in formato oceanico raffigurante l’arcipelago arcuato delle Antille, piccole e grandi isole punteggiate tra il Venezuela e la Florida. Elizabeth Walcott-Hackshaw è affiancata dal suo traduttore Giuseppe Sofo e dall’interprete Flora Bonetti. A differenza della granparte degli scrittori caraibici Elizabeth Walcott non si confronta in maniera particolare con il vernacolo o il creolo, ha una sua scrittura tesa che si insinua tra le crepe del non detto, dei silenzi e dei tabù della vita in una società così mista e stratificata come Trinidad. A portare l’opera di Elizabeth Walcott in Italia nel 2010, è Giuseppe Sofo con la raccolta Quattro taxi verso Nord (ed. Cartacanta) libro che ha scoperto lui stesso durante un viaggio a Trinidad per una ricerca sul Teatro del Carnevale. È nella biblioteca del piccolo dipartimento universitario che vengono conservati tutti i testi teatrali presentati sull’isola per l’occasione del Carnevale e la maggiorparte nemmeno mai pubblicati. Qui Giuseppe Sofo scopre il libro novità Quattro taxi verso nord, decide di portarlo in Italia e tradurlo, con l’intenzione salvifica di restituirgli una vita nuova.
Composto da undici racconti come undici sguardi sulla città di Port of Spain con al centro la savana, nonché undici strade che partono tutte dal grande parco come 11 taxi diretti verso l’intera città. Siamo tentati a pensare che la raccolta avrebbe potuto essere un romanzo ma Elizabeth Walcott spiega di aver scelto la forma breve perché più vicina alla poesia, come un susseguirsi di onde. I suoi racconti si focalizzano sulla vita quotidiana, elemento chiave per catturare le piccole cose; osservano la città dal basso senza tralasciare i fatti di violenza,“la violenza è una cosa con cui io stessa devo convivere, è come un basso continuo in sottofondo. La gente si abitua a questo modo di vivere e sviluppa delle difese”. Trinidad ha una realtà sociale multietnica e complessa al punto che si può riscontrare anche in un’unica via o in un’unica famiglia. In questo senso nel suo ultimo libro Mrs B, ispirato a Mme Bovary – e senza l’intenzione di farne una riscrittura postcoloniale  –  rimane fedele all’idea di romanticismo, descrive l’isolamento del personaggio nella società, nella città e negli aspetti dell’essere madre in una società che approva e disapprova.


[Sabato 13 ottobre – 13.30 – SANTO DOMINGO, Rita Indiana vs Ilide Carmignani]

Una cosa che subito colpisce di Rita Indiana è l’altezza, due metri di ragazza scrittrice e musicista. Dalle parole di Ilide Carmignani scopriamo che il quotidiano El Pays ha designato Rita Indiana Hernández tra le cento personalità più influenti dell’America Latina. La musicalità della prosa rimanda al suo essere artista musicista, front woman del gruppo Rita Indiana y los misterios.
Nasce a Santo Domingo nel 1977, vive tra Miami e New York. Inizia a scrivere racconti non ancora ventenne. Se nella musica utilizza il merengue nella forma dance e altre forme moderne, allo stesso modo sul piano della scrittura attinge ai linguaggi giovanili. Ne risulta una varietà di spagnolo piuttosto musicale. E all’autrice piace la varietà di spagnolo di Santo Domingo perché legato alla realtà delle persone che la circondano che usano una lingua viva, quella della strada poiché riflette un certo modo di pensare e sentire, come anche la contaminazione inevitabile tra l’inglese e lo spagnolo. Se è vero che l’inglese ha avuto la sua influenza a Santo Domingo, possiamo inoltre constatare che anche lo spagnolo ha avuto la sua influenza sull’inglese. Basta pensare che Santo Domingo è la seconda città più popolata al mondo dopo New York dove la diaspora santodominicana è altissima.
In queste isole le lingue in generale rappresentano un fattore di sopravvivenza; il livello medio di istruzione rimane basso e la maggiorparte della gente si arrangia per cavarsela, si sentono parole in tedesco, italiano, francese e inglese. La lingua è un elemento vivo così come la cultura della poesia di strada con la sua sensualità. Rita Indiana ci racconta che è affascinata dalla beat generation e da quel modo di considerare il mondo, di accendere il motore e andare, affrontare qualsiasi argomento tra cui l’omosessualità, una sorta di liberazione per molti e per lei stessa nel riuscire a parlare e confrontarsi con altri su questo aspetto della sua personalità. Non a caso la protagonista di Nombres y Animales è una ragazza che gira di notte e conosce le dinamiche di certi ambienti. Un capitolo è disponibile in italiano nell’antologia di Babel nella traduzione ottima di Francesca Pe’. È un lungo monologo di una ragazza che parla e si interroga sulla morte del padre di cui sapeva essere un grande impresario ma che scopre essere invece un narcotrafficante. È un romanzo di formazione che attinge all’ autobiografia per raccontare di sé, della propria omosessualità, delle differenze di classe.
Papee è un romanzo feuilleton, con gli immancabili intrecci amorosi e i figli illegittimi. È una storia urbana legata alla cultura pop. Papee è una sorta di dittatore pop con tutti gli elementi del macho latinoamericano in cui ritroviamo un bel senso dell’iperbole catturato dal gusto per il cinema italiano di Pasolini e Fellini, quello dell’esagerazione e dell’eccesso. Papee torna finalmente a casa e trova gli amici che nell’attesa si sono dati da fare per rendergli omaggio, si sono arrampicati sulle palme, le donne si sono preparate per corteggiarlo, le ex fidanzate vogliono farsi riconoscere i figli illegittimi cresciuti nell’attesa di essere riconosciuti, e le mamme sono tantissime.
Da leggere – e da tradurre – per scoprire la creatività di questa scrittrice.
Nombres y Animales invece è una scrittura slegata dalla tradizione santodominicana che include la figura del dittatore, è piuttosto una scittura libera. Rimane l’elemento dei protagonisti adolescenti o adulti immaturi: las ninas locas. Apprendiamo che il prossimo romanzo ha a che fare con un narratore onniscente, adulto e maturo/immaturo forse più delle ninas locas, simbolo del confine indefinito tra maturità e immaturità, di in un mondo incompleto, insicuro, incompiuto. L’autrice pone il suo sguardo critico sulla realtà, alla ricerca di un lettore con molto sense of humour.

[ Trovate un ulteriore approndimento al testo di Rita Indiana nella Nota del Traduttore di Francesca Pe’.]


[Sabato 13 ottobre – 15.30 – MARTINICA, Patrick Chamoiseau vs Franco Buffoni]
La poetica della relazione e l’identità creola.

Patrick Chamoiseau è autore di romanzi, racconti e saggi. Intellettuale impegnato e teorico della créolité in un modello alternativo di coesistenza tra culture. Ha raggiunto la notorietà mondiale con Texaco, romanzo con cui ripercorre centocinquant’anni di storia della Martinica. Texaco riceve il Prix Goncourt 1991 per il rinnovamneto del romanzo francese dal punto di vista tecnico e stilistico. Patrick Chamoiseau è fondatore insieme a Edouard Glissant dell’Institut Tout-Monde di Parigi.
Sul palco di Babel, Franco Buffoni e Patrick Chamoiseau dialogano sul concetto di poetica e di estetica, di cultura della relazione e di mondializzazione, di lingua e linguaggio. Chamoiseau ci spiega che è preferibile disporre di una poetica e di una conoscenza artistica del mondo e del luogo in cui si vive. Per lui, per esempio, la Martinica rappresenta la sua poetica di riferimento. Non essendo una terra atavica con tradizioni ancestrali, bensì una terra che non dimentica stravolgimenti radicali, offre oggi una cultura e un immaginario composto, uno spazio amerindo con influssi africani che hanno portato un modello antropologico nuovo. La creolizzazione è, come già spiega Edouard Glissant, una realtà in cui più concezioni del mondo si incontrano in maniera massiccia, accelerata e violenta in un arco temporale breve. L’estetica di Chamoiseau espressa in Texaco rimanda alla «poetica della relazione», fenomeno attivo e incontrastabile. Al contrario, ogni fenomeno di resistenza è da considerare perciò come un approccio individuale e di chiusura rispetto alle altre culture. Texaco è un racconto sulla costituzione del popolo della Martinica in una società divisa tra ricchi e poveri, in uno spazio incerto e imprevedibile.
Sul piano linguistico, Chamoiseau spiega la sua necessità nella scrittura di servirsi di due lingue, il francese e il creolo. A scegliere la lingua da dominati si finisce per sparire, a usare la lingua dominante, il creolo, si sceglie la sensibilità della lingua viva. Sul piano stilistico, l’alternanza tra creolo e francese genera un linguaggio musicale.
Franco Buffoni ci parla di Sergio Atzeni, traduttore di Texaco, anche lui scrittore e poeta, scomparso in maniera accidentale nel 1995. Atzeni aveva saputo incontrare la poetica di Chamoiseau e Chamoiseau stesso racconta di averlo conosciuto di persona e di avere scoperto in lui un fratello letterario con la stessa idea sulla costruzione del linguaggio. “Quello che conta” dice l’autore “non è tanto la fedeltà ma la musicalità e Sergio Atzeni è stato molto ricettivo, ha fatto una traduzione importante, lo considero un fratello e un grandissimo poeta.”


[Sabato 13 ottobre – 17.30 – TRINIDAD, Earl Lovelace vs Franca Cavagnoli]
Il Black Power e la Reparation.

A differenza di molti scrittori caraibici, Earl Lovelace, autore di spicco, non ha mai lasciato la sua isola, ha sempre vissuto a Trinidad, non ha mai perso il polso della sua città e ne conosce i complessi aspetti politici e culturali, riscontrabili in tutte le sue opere. È affiancato da Franca Cavagnoli, conoscitrice delle varietà di lingua inglese e dialoga con Earl Lovelace in riferimento a due testi, il recente romanzo Is just a movie e il racconto Shoemaker Arnold (nell’accurata traduzione italiana Il calzolaio Arnold di Silvia Nicolini per l’antologia di Babel con Cascio editore).
Is just a movie, uscito nel 2011, ha avuto un lungo periodo di incubazione, narra venti anni di storia a Trinidad dopo l’indipendenza. Siamo intorno agli anni Settanta, in una cittadina rurale e fittizia. Attraverso la voce della gente comune capiamo che la narrazione volge con ironia a considerazioni sulla realtà politica e sociale. Sono gli anni del movimento rivoluzionario Black Power, scomparso rapidamente nell’implosione di tutti i sogni di quanti vi avevano aderito, senza pertanto avere realizzato il cambiamento sociale che si erano preposti. Molti di loro finiscono in galera tra cui uno dei due protagonisti, Kangkala, cantante e poeta «calypsonian». È importante fermarsi di fronte a questa parola perché contiene un tema fondamentale e di cui scopriamo il significato attraverso la spiegazione di Franca Cavagnoli. «Calypso» è il modo in cui viene chiamata Trinidad e proviene da un’espressione del sud della Nigeria, fa riferimento a quello che urlavano i mediatori africani, i negrieri e gli schiavisti quando incitavano gli schiavi a salire sulle navi che li avrebbero deportati in America nell’attraversata dell’Atlantico, il Middle Passage, dove a migliaia morivano.
Kangkala è un ex rivoluzionario, è appena uscito da galera e ritrova gli ex compagni. Alcuni sono fuggiti, altri si sono riciclati e adattati alla nuova situazione. A lui, Kangkala, gli si presenta l’occasione di recitarare in un film…
Nel racconto Il calzolaio Arnold, come anche in altre sue opere Earl Lovelace torna sul tema della «reparation», quello che noi europei possiamo intendere come un risarcimento danni per chi ha perso una guerra. Ma per l’autore il concetto di «reparation» è qualcosa che riguarda la sfera spirituale e morale. Lovelace ci spiega che non si riferisce a un indennizzo, che non c’è stata una guerra, c’è invece un popolo intero che è stato privato della libertà. La riparazione deve essere quindi una cosa tangibile così come lo è la libertà, come avere i mezzi per vivere e per fare qualcosa di sé stessi a questo mondo. La schiavizzazione ha tolto ogni opportunità e ogni diritto alle persone, è un danno che deve essere riparato. Lovelace spiega che per la riparazione è importante partire dalle fondamenta, dall’ idea di chi siamo in quanto esseri «umani» inteso come dispensatori di giustizia, persone che conoscono la correttezza e l’equità. È necessario allora trovare delle idee fondate su un senso morale della questione.
Un punto fermo per Earl Lovelace è il rifiuto dell’accettazione acritica dello status quo. Ci spiega che nella storia di Trinidad e di tutti i Caraibi, molti sono stati risarciti con della terra, e via via questo sistema di dare qualche mezzo ha coperto tutti gli strati della società. È stato inoltre chiesto agli schiavi di accettare lo status quo. Le persone vi si sono acconciate. È opportuno invece, e nei confronti dello schiavista, contrastare l’idea di vivere con questa maschera e andare alla radice di ciò che veramente sono i problemi dei Caraibi. La vera questione è di come comportarsi affinché tutti vedano e capiscano queste cose da un punto di vista morale. Di certo ci vuole tempo e tante parole per evitare di accantonare il problema.
Tinidad ha ottenuto l’indipendenza nel 1962, da allora molte cose sono rimaste irrisolte, la questione rimane molto complessa, parlarne è un argomento imbarazzante e ingombrante ma bisogna affrontarlo. Quello che di certo si può dire è che c’è ancora molto da fare, la vita oggi a Trinidad dovrebbe avere più promesse da offrire a tutti.

[ Trovate un ulteriore approndimento al testo di Earl Lovelace nella Nota del Traduttore di Silvia Nicolini.]



[Sabato 13 ottobre – 19.30 – TRINIDAD, Robert Antoni]

Robert Antoni è nato nelle Bahamas, ha trascorso molto tempo a Trinidad, patria della sua scrittura. Ora vive a New York e la sua lingua è l’inglese e il vernacolo. Esprime la sua arte intrecciata tra testo e immagine attraverso il web.
Assistiamo alla presentazione del suo ultimo romanzo As Flies To Whatless Boys in una performance multimediale di metanarrativa, un modo insolito di rapportarsi con il lettore.
As Flies To Whatless Boys è la storia della famiglia materna di Robert Antoni, i Tackers, primo gruppo di immigrati inglesi a Trinidad. La voce narrante del quindicenne Willy, in cui l’autore si immedesima, racconta del viaggio da Londra a Port of Spain nel 1945 tramite una società per l’immigrazione verso i Tropici e del progetto di un inventore tanto visionario quanto ciarlatano. Costui sosteneva di avere inventato una macchina alimentata dalle forze della natura, in grado di trasformare i Tropici in giardini all’inglese – dall’oggi al domani. Durante il viaggio in nave Willy conosce Marguerite, una ragazza muta di cui si innamora perdutamente e per tutta la vita. Lei è di famiglia aristocratica inglese. Lui, appartiene invece al mondo della classe operaia. Quando la nave attracca a Port of Spain, Willy è costretto a separsi da Marguerite per seguire il padre e il resto del gruppo. Si recano in una proprietà acquistata in fretta e furia nella parte più isolata e paludosa di Trinidad. La proprietà risulta essere un acquitrino che la prodigiosa macchina prometteva di prosciugarlo e renderlo coltivabile. Lavorano invano per due settimane fino a quando il padre di Willy si ammala. Sono intrappolati, non c’è nessuna imbarcazione in grado di riportarli indietro e alla civiltà. Attraversano tutta Trinidad oltre la Cordigliera settentrionale, arrivano a Port of Spain ma dopo poche ore l’uomo si spegne. Diventato ormai adulto e radicato nella cultura creola, Willy, racconta a suo figlio adolescente – e nel dialetto di Trinidad – gli eventi di quell’epoca…
Una parte di testo viene proiettato sia in originale sia nella traduzione italiana di Martina Ricciardi. Il racconto volge al suo lato umoristico con la lettura di una serie di esilaranti e-mail – in una traduzione italiana molto riuscita –, di documenti vari a comporre lo stile metanarrativo di Robert Antoni, tra cui link, filmati e elementi iconici. Sullo schermo avvolgibile vediamo proiettati un articolo di giornale, la descrizione della macchina ad acqua, un’inserzione pubblicitaria e il prezioso taccuino di appunti del padre con dettagli sulla flora e la fauna dell’epoca, nonché la veduta aerea della proprietà. Una mappa della vecchia Port of Spain con un tracciato rosso a mostrare il percorso che era stato seguito il primo giorno. Una mappa molto personale, tenuta in tasca e stropicciata.
Willy che non ha dimenticato Marguerite ne romanticizza la storia attraverso il sogno. Antoni ne realizza un cortometraggio girato nella stiva di una nave come se fosse la stessa nave, la stessa stiva in cui al tempo i due ragazzi si erano conosciuti.
[ Trovate un ulteriore approndimento al testo di Robert Antoni nella Nota del Traduttore di Martina Ricciardi.]


Sabato 13 ottobre – 19.30 – HAITI, Lyonel Trouillot vs Yasmina Melaouah

 Lyonel Trouillot è nato a Port-au-Prince dove vive. È scrittore e poeta, già noto nel panorama internazionale, impegnato a livello politico per il raggiungimento della democrazia a Haiti. Scrive sin da giovanissimo. È anche giornalista e cofondatore di numerose riviste. Nel 2011 ha vinto il “Grand Prix du roman métis” con La belle amour humaine (Actes Sud). In Italia alcuni suoi romanzi sono arrivati tramite Epoché, casa editrice milanese, sorta dall’intuizione di Gaia Amaducci, che fino al 2013 si è occupata di scrittori dell’Africa australe e mediterranea, dei Caraibi, dell’oceano Pacifico e del Medio oriente; di Lyonel Trouillot sono stati pubblicati Bicentenario (trad. di Maurizio Ferrara, 2005), Teresa in mille pezzi (trad. di Egi Volterrani, 2008), I figli degli eroi (Maria Valeria Caredda, 2011). L’antologia di Babel ha pubblicato il racconto Yanvalou (trad. Chiara Lurati, 2014), insieme a Cascio editore. Yanvalou con una bella carica poetica e al tempo stesso con lo sguardo rivolto alla realtà, è un romanzo corale, metafora delle due facce di Haiti, raccontate attraverso la storia di un avvocato e di un adolescente orfano senzatetto. Nel tentativo di dimenticare le difficoltà della sua vita a Port-au-Prince, Mathurin incontra il giovane Charlie, si occupa di lui, lo aiuta e tutti i ricordi gli affiorano alla mente…
Lyonel Trouillot si rivolge al suo popolo con il romanzo, strumento accessibile a tutti, capace di stabilire attraverso fatti realmente accaduti, un legame tra chi scrive e chi legge. Per  riflettere, discutere, porsi domande sugli avvenimenti della vita che ci interrogano: la storia, la società, la realtà politica complessa e contraddittoria.
Affiancato da Yasmina Melaouah, curatrice dell’antologia di Babel, Trouillot ci spiega che nella situazione editoriale di oggi a Haiti, si assiste a un fenomeno letterario nuovo e prolifico. C’è una generazione di scrittori trentenni provenienti dal ceto medio che scrivono direttamente in creolo, scelta artistica pienamente creativa. A differenza di chi scrive soltanto in francese per aumentare il parco lettori, la scelta di scrivere in creolo assume il significato di rivolgersi alla propria comunità.
Scopriamo che all’estero sono stati pubblicati autori haitiani minori, sono invece completamente taciuti i grandi scrittori come René Philoctète. Apprendiamo inoltre che il concetto di editoria a Haiti è molto diverso dal nostro, chi scrive è già editore di sé stesso. Fino agli anni Novanta tutti i grandi autori e tutta la grande letteratura haitiana è sempre stata pubblicata a spese dell’autore.


INTERVISTA a Fabio Pusterla

 NdT: Anche lei è traduttore e di poesia, cosa ci può dire del lavoro del traduttore sul testo poetico?
FP: È un lavoro molto bello e molto difficile. Se traduco non scrivo e viceversa. Probabilmente perché tradurre è scrivere, sia pure in forma particolare. E pertanto sono due operazioni che si intersecano e richiedono tanta concentrazione. Per la traduzione è un lavoro che richiede molta concentrazione sull’altro a cui è richiesto di dare una voce in cui il sé interviene. Dunque è un’operazione davvero complessa e se penso che qualcuno traduce le cose che scrivo io prima di tutto faccio fatica a crederci e provo ammirazione.
NdT: Tradurre la sua poesia in tedesco è davvero un’esperienza complicata…
FB: A prima vista certo ci sono dei sistemi linguistici che sembrano più simili come l’italiano, il francese, lo spagnolo, mentre il tedesco appartiene a un altro ceppo e ha altre regole, tuttavia non discuto che questo dato di pura linguistica serva moltissimo perché per esempio in francese e salvo rarissime eccezioni, bisogna sempre esplicitare il soggetto. Questo complica molto, è un’aggiunta che da un lato appesantisce e definisce maggiormente. Ricordo di un mio verso in cui non si capiva quale fosse il soggetto, la traduttrice mi chiedeva di chiarire se si trattava di un soggetto maschile o femminile. Di questo soggetto non sapevo nemmeno io stesso quale fosse, forse un soggetto neutro.
NdT: Dal titolo della sua ultima raccolta di poesie, Argèman, si fa riferimento a un nuovo supereroe o è invece qualcosa in dialetto ticinese?
FB: Argèman, certo tutti penseranno a un supereroe, oppure a parole celtiche, o gallesi, invece no, è una parola dialettale, di un piccolo dialetto di montagna e si riferisce a quelle lingue di neve che non spariscono mai dalle montagne neppure d’estate, scendono da piccole crepe. Questa parola vuol dire sia la «neve» sia la «frana» che l’ha originata. Mette insieme l’aspetto dello stupore e della bellezza della neve, e della catastrofe. Mi è parsa riassumere la sensazione che ho io del mondo oggi, l’unione di contrari. Ho poi scoperto che in Palestina esiste un villaggio che porta questo nome, insieme al significato di torrente.
NdT: Sono già nove anni di Babel, lei è un frequentatore attivo di questa manifestazione, può dirci due parole su Babel?
FB: Babel adesso si è consolidato, è pertanto più noto in Italia e all’estero, meno qui in Ticino.


INTERVISTA a Jacqueline Aerne, traduttrice per il tedesco di Fabio Pusterla

Jacqueline Aerne è svizzera e vive a Basilea, traduce le poesie di Fabio Pusterla in lingua tedesca da ormai dieci anni. È inoltre la traduttrice di altri autori quali Lutz Seiler, Pierre Lepori, Anna Ruchat e Massimo Gezzi.

Cosa significa per te tradurre la poesia di Fabio Pusterla in tedesco?
Nella sua struttura sintattica l’italiano è una lingua molto diversa dal tedesco e nel tradurre poesia tutte le difficoltà si amplificano, bisogna trovare degli espedienti. Anche il lessico è completamente diverso. L’italiano funziona per apposizioni, in tedesco gli aggettivi sono sempre prima del sostantivo e il verbo è alla fine e tutte le apposizioni sono in genere prima del verbo. In poesia bisogna adattare la struttura sintattica al verbo e teniamo conto inoltre dell’esistenza dei verbi composti e delle rispettive forme coniugate.

Se nella prosa il problema è in qualche modo minore, in poesia la cosa “salta all’occhio”. Per esempio, il verbo andare, in tedesco gehen, significa anche partire e un esperdiente è quello di lavorare con i suffissi. Quando la parola è molto calibrata è facile cadere nelle ripetizioni e quindi nelle ridondanze. Meglio evitare, come anche finire un verso con un participio.

E l’autore cosa dice, in fase di traduzione?
Fabio Pusterla conosce sia il tedesco sia altre lingue e si presta a dialogare con i suoi traduttori. Molto per il francese. Conosce il tedesco a sufficienza per capire la mia traduzione e posso dire che è talmente bravo e talmente poeta da riuscire a propormi delle soluzioni notevoli.









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