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Sogni e pietre
di: Magdalena Tulli
/ editore: Voland, 2010
traduttore: Raffaella Belletti - traduzione dal polacco
Volume d’esordio della scrittrice polacca Magdalena Tulli, alla sua prima uscita
nel 1995 Sogni e pietre rappresentò una vera e propria rivelazione. La Tulli è tra i protagonisti del
fermento culturale che, nato all’inizio degli anni Ottanta, ha trovato libera
espressione a partire dal 1989, in seguito alla caduta del muro di Berlino, all’abolizione
della censura e allo sviluppo di un vivace mercato editoriale. Ma il vero fenomeno
di quegli anni è stato costituito dal fiorire di una fitta schiera di scrittrici
tra cui, oltre alla Tulli, ci limiteremo a citare Olga Tokarczuk, la più nota
e tradotta anche in Italia, che riunisce in sé sia il cosiddetto filone delle
“piccole patrie”, che indaga su quei mondi ristretti scomparsi con l’Olocausto
e la ridefinizione dei confini nazionali, sia quello del “realismo magico”, che
trasforma ogni elemento della realtà nel frammento di un universo più grande.
Di “realismo magico” si può parlare anche per la prosa di Magdalena Tulli, nata
a Varsavia nel 1955, psicologa per formazione (come la Tokarczuk) e traduttrice
dal francese e dall’italiano. Sogni e pietre, pubblicato all’età di quarant’anni,
è un libro difficile da classificare. Infatti, pur essendo - per esplicita dichiarazione
dell’autrice - un romanzo, del romanzo gli mancano gli elementi fondamentali:
la trama, i personaggi, i dialoghi. Definito a ragione dal suo traduttore americano
Bill Johnston un “poema in prosa”, esso scardina il concetto tradizionale di “genere
letterario”. Il libro è la descrizione della nascita, sviluppo e morte di una
città. Non di una città in particolare, ma della città in generale vista come
microcosmo chiuso in sé stesso, metafora sia dell’esistenza del singolo individuo
che del mondo, anche se da alcuni indizi vi si potrebbe riconoscere Varsavia.
Nelle pagine iniziali l’autrice paragona l’universo a un albero e le città ai
suoi frutti, ognuno simile e differente al tempo stesso da tutti gli altri. Come
una pianta, la città nasce da un piccolo seme e grazie agli sforzi dei suoi costruttori
– una massa di uomini senza nome – cresce e si espande secondo un piano ben preciso,
un piano geometrico, concepito come perfetto e destinato a rispondere alle necessità
e ai desideri dei suoi ideatori. Il piano originario è razionale, chiaro, e viene
attuato con entusiasmo, perché costituisce la realizzazione di sogni positivi,
nasce da una visione fiduciosa del futuro. Ma a poco a poco lo slancio iniziale
si trasforma in una corsa sfrenata, nella ricerca di uno sviluppo fine a sé stesso,
e il progetto si snatura: la struttura geometrica della città si deforma, se ne
distaccano rami asimmetrici, fuori di ogni controllo, finché il meccanismo si
corrompe e infine implode. Contemporaneamente i sogni e i desideri perdono vigore,
si diffonde una tristezza dapprima latente e poi sempre più profonda. Gli uomini
perdono ogni entusiasmo nel loro luminoso progetto. La Tulli descrive questo processo
inarrestabile nei minimi particolari, dipingendone le continue trasformazioni
e mettendo a nudo assurdità e paradossi, finché quella che doveva essere una macchina
perfetta non si deteriora e muore. Il lettore penetra nella vita delle pietre
di cui sono fatti edifici e monumenti, nonché nei sogni degli individui coinvolti
nella crescita della città. Ne rivive l’evoluzione attraverso l’esistenza interiore
degli oggetti, delle cose. Smonta la città pezzo a pezzo, scoprendo un altro paesaggio
- metaforico - che giace sotto di essa.
Il libro ha vari piani di lettura. Può essere visto come un’opera filosofica
sulla vita umana all’interno di una realtà più vasta, analizzata dalla scrittrice
con occhio lucido, quasi spiasse una comunità di formiche in un formicaio. La
città viene descritta come un microcosmo simbolico, è impersonale, non ha segni
distintivi, ricorda la Metropolis di Fritz Lang, o le città di tanti film di fantascienza,
o ancora le città ideali di alcuni architetti, dai progetti visionari della metropoli
del futuro di Antonio Sant’Elia alla “città radiosa” di Le Corbusier.
Oppure, il libro può essere considerato una metafora della civiltà occidentale,
della sua corsa sempre più folle verso bisogni e desideri falsi, autoimposti,
e destinata a morire qualora non si corra al più presto ai ripari.
O anche una metafora dell’uomo, del suo sogno irrealizzabile di creare una realtà
perfetta, delle sue illusioni destinate a rimanere tali e a non lasciare che un
terribile vuoto; un trattato filosofico sui generis che cerca di descrivere la realtà mitologizzandola; un poema narrativo scritto
in uno stile distaccato, sobrio, concreto, poetico e ricco di immaginazione assai
difficile da rendere in italiano, nel quale si scorge l’influenza delle Città invisibili di Calvino, di Kafka, di Schulz.
Raffaella Belletti
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