
Questa nota del traduttore non parla di un solo libro ma di una specie di saga,
e dicendo così sarebbe lecito immaginare corposi volumi con descrizioni di famiglie
e generazioni o castelli, maghi e regine: niente di tutto ciò. Questa saga parla
di fiocchi di neve, di improvvisi malumori, di sorrisi, di una gatta, di una donna
e di un bambino. L'autore e protagonista è James Kochalka, un ragazzo americano
che si disegna con delle buffe orecchie da elfo, e il suo è un universo tenero
e allo stesso tempo ferocemente contemporaneo (l'autore viene spesso avvicinato
a Charles Schulz, per la capacità di cogliere con acume e delicatezza tutto il
paradosso dell'esistenza).
James Kochalka è nato nel 1967 nel Vermont, dove vive con la moglie Amy, il figlio
Ely e la gatta Spandy. Estremamente prolifico, ha pubblicato per i principali
editori indipendenti americani e i suoi libri hanno vinto o sono stati finalisti
dei principali premi americani dedicati al mondo del fumetto. Negli Stati Uniti
la serie degli
Sketchbook Diaries (Sketchbook diaries, I diari a fumetti di James Kochalka,
n.1 e 2, 2006 e 2007, Fernandel), è già al quarto volume, e non accenna a terminare.
Perché l'obiettivo di Kochalka è, nientemeno, quello di descrivere la vita: dal
1998 infatti disegna ogni santo giorno una striscia, di solito composta da quattro
vignette a formare un quadrato, ma a volte da due oppure da un unico disegno.
Non ci sono regole, come nella vita, e ogni giorno l'autore sceglie l'episodio
della sua vita che ritiene più degno di essere raccontato.
Si tratta di un fumetto poetico e minimalista, nel quale non succede mai molto
e, soprattutto, il senso delle strisce si gioca spesso su una sensazione impercettibile.
La gestione di questa caratteristica è stata alla base del mio lavoro di traduzione.
Raramente c'è una "battuta" classicamente intesa, cioè una risposta arguta che
da il senso, perché l'autore mira invece proprio a dimostrare che la vita è ripetitiva
e manca di una sceneggiatura avvincente. In virtù di questa struttura di descrizione
della quotidianità più elementare, molto spesso nel fumetto si fa riferimento
a situazioni calate profondamente nella realtà americana. Mi è sembrato impossibile
spiegarle (il fumetto non lascia la libertà dell'overtranslation) e la mia scelta
è stata quasi sempre quella di cercare una soluzione equivalente che suonasse
familiare a un lettore italiano, facendo attenzione tuttavia a non sovrapporre
la realtà italiana a quella americana, cosa che sarebbe invece suonata molto falsa.
In una striscia, per esempio, il protagonista enumera alcuni oggetti chiamandoli
con la loro marca: i-mac, fed-ex e poi una marca di telefonia sconosciuta in Italia,
che io ho cambiato in AT&T, perché più familiare ad un lettore italiano (e
non ovviamente in Telecom).
Altra difficoltà ricorrente è stata quella delle strisce nelle quali c'è un gioco
di parole legato in modo intrinseco a un'immagine disegnata, che si ricollega
però alla parola inglese. L'esempio più lampante è quello di una vignetta sulla
quale ho perso moltissimo tempo, alla ricerca di una soluzione che funzionasse
davvero. C'è un dialogo tra il protagonista e la moglie Amy (moltissime delle
vignette del diario sono dialoghi tra i due): lei si sta lavando i denti e lui
le dice "sei carina". Lei gli risponde: "You are pretty handsome too". Nella vignetta
successiva il protagonista si guarda la mano e dice, sorridendo: "My hand is really
nothing special". Sarebbe stata risolvibile in mille modi se non fosse che è molto
evidente che il personaggio si sta guardando la mano e qualsiasi battuta suona
fuori luogo, incongruente con l'immagine. La soluzione finale, della quale sono
piuttosto soddisfatta, è stata: "Anche tu non sei malaccio" e lui, guardandosi
la mano, ma per fortuna nell'inquadratura della vignetta c'è anche il braccio
teso, dice: "Ma dai, non è niente di che il mio braccio". Altro gioco di parole
per il quale ho dovuto cercare una soluzione è quello di una vignetta nella quale
il protagonista, che suona in una band, sale sul palco con addosso il cappotto:
"Perché tieni il cappotto sul palco?" gli chiede l'amico Jason. "Because our rock
is sooo cool!", risponde lui. Anche qui, è evidente che ha indosso un cappotto,
quindi la risposta deve per forza avere a che fare con il freddo. La mia soluzione,
e anche di questa sono abbastanza soddisfatta, è stata: "Perché facciamo un rock
da brivido!".
Ultima nota, la difficoltà di trovare una lingua credibile, capace di passare
in modo armonico dai temi più alti (in alcune strisce apertamente metafisici,
si parla della morte, del senso della vita, del proprio posto nell'universo) a
quelli più bassi (il protagonista è fortemente coprolalico e non disdegna descrivere
e scherzare sulle sue funzioni intestinali) senza dissonanze, cercando sempre
frasi e battute (in senso teatrale) molto quotidiane e credibili.
È stata una gran bella avventura, stimolante e faticosa, a riprova che la brevità
del testo del fumetto non sempre corrisponde ad una maggiore facilità e rapidità
di traduzione, e il suo conteggio in cartelle non rende quasi mai giustizia al
lavoro che richiede.