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Con uno sguardo diverso
editore: Edizoni E/O, 2008
traduttore: Anita Raja, Monica Pesetti, Paola
Sorge - Traduzione dal tedesco
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota della Traduttrice, Anita Raja
pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì
Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì
Con uno sguardo diverso non è affatto una lettura semplice soprattutto se non si è già letto qualcosa
di Christa Wolf e se non si conosce la sua storia. Si rischia di rimanere completamente
spiazzati, si ha l’impressione che si stia trattando di una narrazione in forma
sperimentale. Almeno nella prima parte. Dopo essere entrati in sintonia con il
libro, emerge chiaramente una figura di donna che ha vissuto con consapevolezza
le vicende del suo tempo. Con uno sguardo diverso è infatti una raccolta di racconti autobiografici, dal 1996 al 2004, in cui
l’autrice pone in rassegna un passato di politica, persone e luoghi che adesso
guarda e racconta «con uno sguardo diverso».
Non conoscevo questa scrittrice, ma di questo libricino mi ha colpito subito
lo stile delle prime pagine. Incuriosita di riuscire a decodificarne la struttura,
ho voluto leggerlo. Non ne sono rimasta delusa, affatto. Alla fine quel che rimane
è il dispiacere che sia finito troppo presto. I racconti sono suddivisi in quattro
parti, nella prima è evidente la forma narrativa sperimentale, priva di punteggiatura,
con le maiuscole ma senza il punto, quello che aiuta è il ritmo. Non è una lettura
veloce. La punteggiatura è sostituita dalle maiuscole, e le virgolette del discorso
diretto sono sostituite dal fatto che l’intera frase è sempre tutta in maiuscolo,
a sottolineare la pronuncia ad alta voce.
Nella seconda parte la Wolf dedica due racconti al marito, come gesto d’affetto
per il 70° compleanno di lui. Racconta con grande e spassosa ironia il loro spaccato
di vita insieme, con un punto di vista assolutamente dalla parte delle mogli,
descrivendo attitudini, premure e controversie, tra fiducia e stima, timore e
rispetto, amore e affetto, dove le decisioni di lui hanno sempre la meglio. Raccontando
di lui, Christa Wolf si rapporta a lui e racconta anche molto di sé, e quasi che
il loro sia ormai uno stile di vita in simbiosi, come spesso succede nei matrimoni
tra due scrittori.
I racconti riportano anche lo sguardo sui soggiorni in America, dove la Wolf
mette a confronto l’effetto linguistico dell’inglese rispetto al tedesco e viceversa,
naturalmente anche in chiave storico-politica. Nelle vicissitudini della Germania
dell’est alcune parole hanno assunto un significato più intenso rispetto al corrispettivo
in inglese. Considerazioni che affiorano spesso nei romanzi degli scrittori migranti
esteuropei contemporanei, quando scrivono e affermano che per loro è più facile
scrivere in una lingua che non sia la loro perché sentono meno il peso di alcune
parole. Un concetto spiegato molto bene da Dubravka Ugrešić in Il ministero del dolore (Garzanti, trad. di Lara Cerruti) e affermato altrettanto bene da Ornela Vorpsi
in varie interviste. E anche qui, complice un soggiorno all’estero, Christa Wolf,
tedesca dell’est, si ritrova a sottolineare lo stesso effetto della «lingua straniera
come nascondiglio».
«[…] Lingua. A poco a poco comincio a riflettere sulle differenze tra il tedesco
e l’inglese, per lo meno nell’uso limitato che sono in grado di farne. Quanto
è più semplice dire I am ashamed rispetto a Ich schäme mich, mi vergogno, parole
con un significato identico, un suono quasi identico, eppure il tedesco arriva
dritto alle radici della mia sensibilità, si avvicina di soppiatto, le lambisce,
le alimenta perfino, ma le colpisce anche, dolorosamente, allo stesso modo per
me il termine inglese “pain” non riuscirà mai a esprimere il dolore con cui ho
a che fare, posso dire it is painful con una certa serenità, con la leggerezza
di una bugia, mentre sudo freddo al solo pensiero di dover dire es tut weh, fa
male, e nel dirlo pensare alle cause di quel dolore, come può “conscience” sostituire
il termine tedesco per coscienza, una parola che ha in sé il rimorso e anche la
certezza, quando la coscienza è stata violata, certezza della mancanza di coscienza,
è impossibile ingannarsi su una cosa del genere, e a cosa mi serve tradurre “rimpianto”
con “rammarico”, ossia “rimpiango di” con “I regret”, he ― or she ― regrets what
he (she) has done” […]».
Dori Agrosì
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