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Revolutionary Road
di: Richard Yates
/ editore: minimum fax, 2008
traduttore: Adriana dell'Orto, Nota di Andreina Lombardi Bom per la revisione
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota alla revisione, Andreina Lombardi Bom
pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Ana Ciurans
Nota alla revisione, Andreina Lombardi Bom
Opera prima di Richard Yates, Revolutionary Road è tuttavia uno dei suoi romanzi più maturi sia nell’impianto narrativo sia nello
stile, sostenuto da una lingua precisa fino alla spietatezza che si ritrova in
tutti i suoi libri. La trama, ora che da poco è uscito il film omonimo di Mendes,
è ormai nota: una coppia giovane e bella, integrata in una tranquilla realtà borghese,
si rode nella smania di una vita «interessante» e anticonformista, salvo poi non
dimostrarsi all’altezza quando l’occasione si presenta. Questa storia che, a raccontarla
in due parole, potrebbe sembrare perfino banale acquista vivezza e spessore inaspettati
proprio grazie all’abilità stilistica di Yates.
Pubblicato nel ’61, Revolutionary Road uscì in Italia tre anni dopo. Yates non era certo un autore mainstream – molti lo trovavano troppo brutale e poco consolatorio, fu probabilmente il
motivo per cui all’edizione del ’64 seguì un lungo periodo di oblio, da entrambe
le parti dell’oceano. Nel 2003, finalmente, minimum fax decise che per i lettori
italiani era giunto il momento di riscoprire l’autore e il romanzo, scegliendo
mantenre la traduzione già esistente, di Adriana Dell’Orto. L’opera si è rivelata
uno dei libri cardine nella storia della casa editrice, tanto da ripubblicarla,
arricchita da contenuti extra, nella nuova collana I Quindici, che raccoglie le opere più importanti uscite nei primi quindici anni di minimum
fax.
Io ne ho curato la revisione del testo, che si sarebbe poi voluta sottoporre
alla traduttrice, ma la signora Dell’Orto, traduttrice ancien régime non usa il computer, c’era da aspettarselo, e le correzioni le avrebbe annotate
semplicemente e, se approvate, le avremmo ricopiate su file. Ma per un po’ di
lavoro in più non sarebbe mica morto nessuno… e visto che stavolta si lavorava
su un libro già pubblicato certamente le correzioni non sarebbero state eccessive.
Questo almeno era quello che pensavamo, ma…
…tanto per cominciare, in quarant’anni possono cambiare molte cose dal punto
di vista linguistico e lessicale, specialmente in una lingua complessa come l’italiano,
mentre sotto molti aspetti l’angloamericano è rimasto sostanzialmente immutato.
Nel nostro caso bisognava però evitare le modernizzazioni eccessive: dopotutto
il romanzo era ambientato nel 1955, e qualcosa bisognava pur concedere al linguaggio
e all’atmosfera dell’epoca. C’era poi un’altra cosa di cui tener conto: nell’italiano
che parliamo adesso sono migrati molti vocaboli inglesi o di origine inglese,
semplificando in molti casi il lavoro del traduttore. Oggi sarebbe assurdo tradurre
barbecue con «spiedo per farci le bistecche all’aperto» o T-shirt con «camiciotto».
M’imbattei inoltre in altre bellissime tracce di un’epoca buia in cui i traduttori
non avevano Google a disposizione e dovevano cavarsela con quella limitata porzione
di scibile che era a portata di mano. Nella memorabile litigata notturna poco
dopo l’inizio del romanzo, l’eco dei pugni frustrati di Frank sul tettuccio dell’auto
lascia il posto a the shrill, liquid chant of the peepers. Ora, spring peeper è il nome inglese della Pseudacris crucifer, una raganella arboricola: ci vuole meno di un minuto per trovare questa informazione
– su Google. L’Adriana Dell’Orto di quarant’anni fa si era tirata fuori da quel
ginepraio come meglio poteva, attaccandosi come ancora di salvezza al verbo to peep, «pigolare», e trasformando quella melodia notturna in un coro di... pulcini. La traduttrice aveva fatto però un buon lavoro, senza attenuare in nessun modo,
per esempio, la violenza del linguaggio nelle liti tra April e Frank e le censure
del turpiloquio. L’unico fucking del libro – uno solo in 370 pagine – era stato cambiato in «schifoso»; bullshit era diventato «stupidaggini»: Dico questo per sottolineare come in Revolutionary Road, a differenza di tante opere successive di questo e di altri autori, il linguaggio
è spesso violentissimo pur senza ricorrere a espressioni volgari: quando viene
fuori una parolaccia, è come un campanello d’allarme che segnala un mutamento
irrimediabile.
Andreina Lombardi Bom
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