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| ROMANZO |

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Una primavera difficile
di: Boris Pahor
/ editore: Zandonai, 2009
traduttore: Mirella Urdih Merkù - Traduzione dallo sloveno
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Mirella Urdih Merkù
pag. 2 Nota del Redattore - Corrado Premuda
Nota del Redattore - Corrado Premuda
È un lungo viaggio doloroso quello di Radko Suban, dall’inferno dei lager nazisti
e dal mondo dei morti alla vita che persiste, inesorabile e pulsante, anche dopo
l’orrore del secondo conflitto mondiale. Radko è, in questo romanzo, il principale
portavoce di Boris Pahor, scrittore triestino di lingua slovena, che ha vissuto
sulla propria pelle la drammatica esperienza della repressione degli sloveni da
parte del regime fascista e la deportazione nei campi di concentramento nazisti
come prigioniero politico. Già sul treno che lo conduce a Parigi, il reduce osserva
con stupore che la vita dei “veri uomini” è continuata durante la sua assenza
e per le strade della città, in un maggio assolato, tra la folla, il cuore torna
a palpitargli come quello di un annegato che si è solo assopito. Il suo corpo
e il suo spirito hanno bisogno di cura e di riposo e nel sanatorio immerso nel
bosco Radko può lasciarsi andare al flusso dei suoi pensieri e considerare, infine,
come un’unica irrimediabile perdita, la tragica fine di Mija, la sua amata, e
l’immagine di Trieste – la sua città – ancora contesa da poteri politici opposti.
Nella clinica conosce Arlette, un’infermiera bionda dal bel portamento, i modi
quasi da bambina e i piccoli piedi con una vita propria: tra i due, completamente
diversi uno dall’altra, nasce un complesso rapporto. Infatti il passare imprevisto
dal silenzio alla conversazione dà a Radko una strana eccitazione, come per un
geloso attaccamento al mondo da cui è scampato: “Chiunque abbia dormito con la
morte si abitua pian piano a scaldarsi al suo forno.” Con Arlette si trasforma
da solitario a loquace e lei gli dona il calore umano che aveva dimenticato; ma
a tratti lui desidera solo tornare nell’atmosfera di quel mondo dannato per conservare
la sua individualità. È quasi un senso di colpa quello che prova: mentre ascolta
alla radio i nomi dei dispersi si sente come un criminale. Gli manca Trieste,
la città di cui parla il mondo intero, ma lui cerca la pace e istintivamente ritarda
il più possibile il momento del ritorno. Dopo aver baciato Arlette nel frutteto,
capisce che solo lei riesce a stanarlo dal torpore in favore della vita.
Attraverso la fisicità dell’amore, il protagonista si scopre essere un cittadino
del mondo, proprio di quel mondo che la gente del dopoguerra sta faticosamente
ricostruendo e che anche lui, appena pronto, aiuterà a costruire. Per Pahor la
donna, con la sua forza e la sua capacità di reagire, porta allo scoperto nell’uomo
il senso della vita che si contrappone al ricordo della morte e della guerra,
attività specificamente maschile. Quella del protagonista è una definitiva e sofferta
presa di coscienza: lui appartiene al mondo dei vivi e la sola maniera per sfuggire
il peso del pensiero di tutti quelli che ha visto morire è raccontare quelle atrocità.
Qui l’adesione tra il personaggio e Pahor stesso è totale: Radko comincia ad annotare
gli eventi terribili di cui è stato testimone e lo scrittore fa lo stesso scrivendo
i suoi romanzi. Mescolando sentimenti e impegno civile e mantenendo un proprio
rigore anche di fronte a certi passaggi a rischio di retorica, Pahor costruisce
un romanzo molto personale che riesce ad essere universale, una vicenda che attraverso
due protagonisti forti e credibili, dalla grande umanità, allestisce una storia
d’amore che rifiorisce come la natura a primavera nel vuoto buio e silenzioso
del mondo europeo distrutto.
Corrado Premuda
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