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Poesie di Natale
di: Iosif Brodskij / editore: Adelphi, 2004
traduttore: Anna Raffetto - traduzione dal russo
Nota del Traduttore

In una conversazione-intervista con Peter Vail, avvenuta poco prima della morte, Brodskij dichiarò che concepiva il Natale come una "vacanza temporale collegata a una particolare realtà, al movimento del tempo. In ultima analisi che cos'è la festa della Natività? Il compleanno di Dio-fatto-uomo. E celebrarlo è per loro [Dio e l'Uomo-Dio. N.d.T.] tanto naturale, quanto lo è per gli esseri umani".
Da questa visione poeticamente cosmica di una festività religiosa nacque così l'idea di scrivere una poesia o un poemetto per ogni ricorrenza natalizia. In realtà ciò non avvenne tutti gli anni, tra il 1962 e il 1995: infatti in questa raccolta le poesie sono solo diciotto. Esse costituiscono quasi una sorta di ricorrente augurio proiettato dall'effimero presente nell'imbuto del tempo, verso  remoti abissi, "là dove non siamo: tra le costellazioni, / dove la somma si ottiene con le sottrazioni".
La dimensione cosmica, tuttavia, rappresenta il confine ultimo nel processo creativo che caratterizza le Poesie di Natale.
In effetti esiste una cesura tra la prima e la seconda parte della raccolta, e questa svolta è rappresentata dal poemetto Laguna, scritto nel 1973, quindi a un solo anno di distanza dall'inizio dell'involontario esilio.
Le prime poesie prendono spunto dalle feste natalizie per esprimere disagio esistenziale, estraneità al mondo (che, non si dimentichi, ha i tetri dettagli della stagnante Russia sovietica), oppure malinconici sentimenti d'amore.
A partire dal 1973, tuttavia, l'orizzonte si dilata fino a sfiorare gli inimmaginabili confini del tempo, la soglia di un'eternità né algida né vindice, ma compassionevolmente china sul microcosmo terreno, abitato da "trastulli di creta dentro uno scenario". Al centro delle poesie più recenti c'è  soltanto l'evento miracoloso e rinnovato della nascita del Bambino, inserito quasi sempre in un contesto naturale, atipico ed estremamente suggestivo (la sabbia del deserto che turbina sotto l'infuriare di una tormenta di neve, una grotta che rivive nell'immaginazione grazie gli spifferi di un gelido appartamento, un presepe di cartapesta, gli ingredienti di un miracolo che si combinano, come una ricetta celeste, per  accendere "le quattro candele di una stella").   Una materia poetica così varia si giova di metri diversi. Nei primi poemi troviamo il giambo, l'anapesto, il dolnik (tipico metro russo dove il ritmo del verso tonico è determinato dall'alternarsi variabile di sillabe accentate e non). L'intento è quello di trasmettere ora le sensazioni di una malinconica ballata (1° gennaio 1965), ora il tambureggiare provocatorio e incalzante di una satira che ha per oggetto non solo la società, ma il poeta stesso (Discorso sul latte versato)
Invece nelle poesie scritte tra l'88 e il '90 predomina l'anfibraco, un verso considerato da Brodskij "neutro […] narrativo […] un'imitazione del folclore[…]",
un verso monotono che permette all'artista di ritrarsi con tutto il suo bagaglio di emozioni personali - così da lasciare che sulla ribalta si rappresenti il dramma o l'idillio, e campeggino i tre eroi, Maria, Giuseppe, il Bambino, sotto la volta di un cielo invernale  rischiarato da una stella che brilla come un occhio divino.
Essere fedeli a questi schemi metrici nella traduzione italiana avrebbe significato tradire la poesia, costringendo in uno schema prefissato la libera ricerca dei termini e dei suoni più adatti a una resa efficace.
Il russo è una lingua estremamente musicale, soprattutto in poesia, ma una versione rigidamente rimata in italiano farebbe scadere qualsiasi testo a canzonetta o filastrocca. 
La mia prima preoccupazione è stata la fedeltà alla scrittura originale: non condivido, per esempio, la disinvoltura eccessiva con cui  queste stesse poesie sono state tradotte in inglese (anche inventando parole o interi versi) per rispettare la rima o uno schema metrico prefissato.
La mia traduzione, pur giocando con le parole e le immagini, ha voluto rendere esattamente ciò che ha scritto il poeta. S'intende, è ovvio, che il risultato non sarebbe stato soddisfacente ai miei occhi - anzi, alle mie orecchie -  se non fossi riuscita a restituire il ritmo interno dei componimenti ricorrendo talvolta a rime vere e proprie, talvolta a rime interne, molto spesso alle assonanze.
Valga  per tutto un esempio.
Ecco la traduzione letterale, e per forza di cose banalizzante, degli ultimi quattro versi - molto musicali - di Il mondo attorno non contava (1990, il testo in russo  è a fronte dell'italiano nel volume Adelphi):
 
Il falò divampava, ma il ceppo si stava consumando;
tutti dormivano. La stella  si distingueva dalle altre
più che per la luminescenza,  risultata superflua, per la più intensa
capacità di confondere il lontano con il vicino.
 
Traduzione finale:
Il falò divampava, il ceppo si consumava ardente;
era calato il sonno. Non già per il superfluo riverbero
fulgente l'astro si distingueva tra schiere di sorelle,
quanto perché rendeva la terra prossima alle stelle.     
 
Anna Raffetto








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