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ROMANZO

Il piccolo Nicolas
di: Jean-Jacques Sempé, René Goscinny / editore: Donzelli, 2008
traduttore: Gaia Panfili - Traduzione dal francese


Be’, mi sono divertita parecchio. Nicolas e la sua torma di monellacci non ci hanno messo più di un minuto a convincermi, e subito mi sono ritrovata a caracollargli dietro nelle loro scorribande a scuola, a casa, in vacanza, per le vie della città. Mi piaceva poi sbirciare i disegni che spuntavano al girare di una pagina oppure si facevano largo in mezzo al foglio, frutto del felice incontro tra i due grandi autori di penna e vignetta. E poi trovavo godibile la brevità delle storie, tanti piccoli quadri che ritraggono l’allegra combriccola nella vita quotidiana fatta di zuffe, giochi, interrogazioni alla lavagna, sgridate e marachelle.
Direi che la sfida si è giocata tutta sulla lingua.
Un po’ perché a presentarci le peripezie è Nicolas in prima persona, un bambino di 7-8 anni. E un po’ perché Nicolas e i suoi compagni vivono a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Un mondo dove in casa non c’è la televisione e anzi il papà nicchia a comprarla, i cibi non vanno in frigorifero ma in ghiacciaia, si gioca con le biglie e si fa collezione di francobolli, in estate si va in colonia, e si parte tutti in treno con uova sode e banane rigorosamente al seguito per affrontare il viaggio.
Bisognava quindi rendere la freschezza di una scrittura parlata, che fosse torrenziale nel raccontare e fulminea nel commentare, come i bambini sanno fare, e che fosse infarcita di espressioni e modi di dire che si ripetono sempre, buoni in tutte le occasioni, come succede nelle comitive.
E bisognava anche non forzare i tempi. I piccoli non dovevano certo trasformarsi in anticaglie alle orecchie di un lettore odierno, ma non era nemmeno giusto farli parlare come oggi. Tanto per fare un esempio: Sei matto o Hai sclerato? Fantastico o È una figata? È successo un putiferio o Che bordello?
Ed è stato anche questo il divertimento: prima di scegliere le parole da mettere in bocca a quei discoli, un bel colpo di ramazza. Via tutte le influenze televisive, modaiole, tecnologiche che oggigiorno impregnano sempre più il linguaggio dei bambini. Via anche tanti termini stranieri ormai di uso corrente, ancora invisibili quaranta-cinquant’anni fa, a maggior ragione in una lingua come quella francese in apparenza sempre un po’ recalcitrante all’esterofilia. Via anche certe maliziosità, certe scafatezze sempre più precoci anche tra i piccoli.
Ma anche naturalmente, per non cadere nell’eccesso opposto, via ogni sdolcinatezza e bamboleggiamento che potessero ridurre la truppa a caricaturali frugoletti d’antan e il volume a un lezioso amarcord.
Nessuna operazione nostalgia, quindi.
Ma anzi un privilegio: lavorare ridendosela sotto i baffi.

Gaia Panfili









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