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Paul ha un lavoro estivo
di: Michel Rabagliati
/ editore: Coconino 2004
traduttore: Francesca Scala - Traduzione dal francese - Curatore dello Speciale Fumetto: Salvatore Agrosì
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Francesca Scala
Nota del Traduttore
 Il genere di fumetti che normalmente mi capita di tradurre non ha molto a che
fare con i supereroi, cui solitamente si pensa quando si nomina l'ottava arte.
Quello del fumetto è un linguaggio all'interno del quale, come in letteratura
o nel cinema, sono distinguibili generi diversi: dalla satira alla fiction, fino
all'autobiografia. È di quest'ultimo tipo di fumetto che ho esperienza, del fumetto
autobiografico, storiografico, diaristico, del reportage a fumetti, della graphic novel, che generalmente non dà luogo a una proliferazione di avventure attorno a un
personaggio, attorno a un eroe, ma ha come punto di riferimento per il pubblico
l'autore, la sua mano, il timbro della sua voce, il tono della narrazione. Rabagliati
appartiene a questo gruppo di fumettisti, sebbene Paul, una sorta di alter ego
dell'autore, sia il protagonista di tutte le sue storie (qualcuno ha persino chiesto
se nelle prossime uscite compariranno alcuni dei personaggi già incontrati). Paul ha un lavoro estivo racconta un'estate particolare per Paul, il suo passaggio dall'adolescenza alla
maturità, il primo amore, la sua prima volta. E lo racconta in tono nostalgico,
elegiaco, a tratti umoristico, scegliendo il bianco e nero, come Art Spiegelman
in Maus , per intenderci, Marjane Satrapi in Persepolis o David B. nel Grande male. Ognuno di loro narra una storia personale o familiare, più o meno straordinaria
(Spiegelman racconta la deportazione del padre a opera dei nazisti, la Satrapi
parla dell'esperienza della guerra in Iran e dell'esilio, David B. dell'epilessia
del fratello, che condiziona la vita di un'intera famiglia), e tutti sembrano
convinti che contenuti e montaggio siano più importanti dell'impiego del colore
per l'efficacia della narrazione. Un fumetto di questo tipo raramente ricorre
al gioco di parole (del genere che troviamo, ad esempio, in Asterix) e tradurlo
significa spesso preferire all'adattamento, essenziale per la resa efficace di
strisce ironiche come quelle di Claire Brétécher, uno scrupolo quasi filologico
di fedeltà all'esperienza personale dell'autore-personaggio. Questo vale ad esempio
per la lunga lista di libri, riviste francesi o autori che hanno caratterizzato
la formazione di David B., continuamente citati nella sua opera, e vale per i
riferimenti culturali, soprattutto musicali, presenti in Paul ha un lavoro estivo. Quando David B. parla dei disegnatori che hanno influito sul suo stile, non
si può che riportarne il nome, confidando che il lettore li abbia ben presenti
oppure corredando il testo di note: un adattamento non avrebbe alcun senso, perché
al centro della storia non c'è un personaggio inventato, bensì l'autore stesso
con la sua biografia da rispettare. Si tratta, insomma, di fumetti di lettura
meno immediata di altri, che malgrado la brevità del testo, necessitano di un
notevole impegno di documentazione. Al traduttore non si richiedono solo la capacità
di sintesi (per rientrare nello spazio esiguo dei baloon) e la capacità di riprodurre
il linguaggio parlato (descrizioni e azioni sono in genere di pertinenza del disegno:
alla parola non resta che esprimere dialoghi o monologhi). 
Gli si richiede anche uno sforzo di documentazione, probabilmente insospettato,
che a volte supera l'ambito dei contenuti materiali, del riferimento a cose e
realtà appartenenti a una diversa cultura, per concentrarsi sulla lingua in sé.
Cercherò di spiegarmi meglio, parlando di quella che è stata la maggiore difficoltà
incontrata proprio traducendo il canadese Michel Rabagliati, quando mi sono trovata
davanti a una lingua che è altra dal Francese di Francia. Un po' per il suo sviluppo
autonomo, un po' per il grande afflusso di parole, frasi e sintagmi inglesi (cominciato
con la dominazione britannica successiva alla guerra dei sette anni e mai finito),
la lingua parlata in Quebec è diversa dal francese propriamente detto ed esiste
un Robert espressamente dedicato al Québécois d'aujourd'hui (che però, malauguratamente, trascura una gran quantità di lemmi essenziali:
da cui la necessità di ricorrere ai dizionari on line). Riguardo all'opportunità
di caratterizzare questa lingua, che fa bonariamente sorridere i Francesi, ho
avuto grandi scrupoli: volevo insomma trattarla come una lingua a se stante (quale
di fatto è), senza dovermi preoccupare di evidenziarne lo scarto rispetto al Francese,
senza dovermi mettere da un punto di vista "francocentrico". Ed è quello che ho
fatto, guadagnando direi in immediatezza. 
I termini inglesi, invece, e la parlata schiettamente inglese dei colleghi tipografi
di Paul sono stati conservati, a testimonianza di un bilinguismo che, in Quebec,
si struttura spesso per ambiti: se in privato ognuno usa indifferentemente l'Inglese
o il Francese materno, sul luogo di lavoro, ad esempio, sembra prevalere l'Inglese,
mentre nel linguaggio pubblicitario domina il Francese. Che il Francese del Quebec
abbia potuto mantenersi in vita nonostante la "colonizzazione" inglese, lo si
deve anche alla Chiesa. Dell'apporto ecclesiastico resta chiara traccia nella
lingua. E in effetti non v'è quasi imprecazione che non contenga un riferimento
al sacro. Non come accade da noi però, che se siamo davvero fuori dai gangheri
chiamiamo in causa Dio, la Madonna e Gesù Cristo, e se proprio vogliamo esagerare
facciamo ricorso all'ostia. In Quebec sembrano avere più fantasia e allo stesso
tempo meno "empietà" (sono meno sacrileghi e coniano imprecazioni più che bestemmie),
sciorinano tutti gli addobbi sacri, spesso in una lunga successione: "ostia del
tabernacolo del calice del calvario". Tabarnac! (letteralmente "tabernacolo") equivale al francese putain!, bordel! È quindi un'imprecazione volgare come l'italiano "cazzo!", può accompagnarsi
a un sostantivo e marcare il disappunto esattamente come l'equivalente italiano
("questo cazzo di macchina non funziona!"), ma può anche esprimere stupore e ammirazione
("mi piace un casino"). Oltre a tabarnac (e al più classico Criss, "Cristo"), imprescindibili sembrano essere ciboire, ostie, calvaire, câlice e simonac, che tradotti alla lettera sarebbero stati troppo estranei al nostro orecchio
e, soprattutto, avrebbero insistito eccessivamente sul registro ironico. Che i
personaggi avessero in bocca, nei momenti di rabbia, "tabernacolo!", "calvario!",
"ciborio!", "calice!" e "simoniaco!" mi sembrava ridicolo; quanto a "ostia" mi
pareva decisamente troppo connotato regionalmente. Le nostre imprecazioni facenti
riferimento al sacro correvano il rischio di risultare, per contro, troppo forti
(le si poteva usare in certa misura e a volte è stato fatto, purché non fossero
vere e proprie bestemmie: la storia è per due terzi ambientata in un campo scout
con tanto di curato!) e avevano, comunque, il difetto di non rendere conto di
una vignetta in particolare (a pag. 70), nella quale il turpiloquio è disegnato
anziché espresso a parole. Vi compaiono un'ostia, un tabernacolo, un calice e
un Cristo che porta la croce: i fumi che escono dalla testa di Paul, e tutto quel
che gli è capitato, basterebbero forse a far capire che è piuttosto arrabbiato,
ma la nota che, a livello redazionale, si è deciso di introdurre (e che nella
versione inglese della graphic novel è stata redatta dall'autore stesso) fuga
ogni dubbio, gettando tra l'altro una luce sulle curiose abitudini linguistiche
dei Quebecchesi.
Francesca Scala
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