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Da Parigi alla luna
di: Adam Gopnik
/ editore: Guanda, 2011
traduttore: Bruno Amato - Traduzione dall'inglese
Capita a volte, soprattutto nei testi in cui più intensa è la presenza dell’autore,
di veder affiorare qua e là una spia che rivela la posizione di chi scrive nei
confronti della traducibilità della sua pagina, o comunque la consapevolezza che
la questione esiste. Allora può diventare divertente collezionare questi indizi,
cercando di capire se per lui/lei il testo prodotto è un punto di arrivo definitivo
o se ammette spazio per ripartenze e riusi: per interpretazioni che non siano esclusivamente quelle, private, del singolo lettore ma quelle
per così dire più ufficiali di una traduzione. È un gioco, s’intende, e quindi
operativamente del tutto futile (come lo sarebbe pretendere che una trovata sintonia
psicologica con l’autore ti guidi come un pilota automatico attraverso la traduzione),
però è divertente e ti dà modo di aprire una specie di dialogo alla pari con l’autore,
un confronto di posizioni né arrogante né sottomesso.
E con Da Parigi alla luna, anche in questo, il divertimento è assicurato. Adam Gopnik sa bene di cosa
parla quando parla della lingua e di convivenza/pluralità di lingue e culture:
questo non solo è il tema fondante del libro, ma riguarda lui personalmente, costituzionalmente.
Nato a Philadelphia dove i suoi antenati di lingua yiddish sono immigrati, cresce
a Montréal, la terza città francofona del mondo... e una delle città più multietniche del
Nord-America (Wikipedia), quindi va a vivere e lavorare a New York; sua moglie è franco-canadese;
quando nasce un bambino i due decidono di regalargli un’infanzia parigina: ottenuto
dal New Yorker l’incarico di corrispondente nella capitale francese, di lì per
cinque anni manderà notizie di ciò che accade in Francia.
E che parli di politica, cronaca, arte, letteratura, sport, shopping, moda, sentimenti,
Gopnik non trascura mai di puntare il riflettore sul nesso forte tra lingua e
cultura, a volte accostando a volte sovrapponendo in trasparenza quelle dei suoi
due mondi – il paese da cui viene e quello in cui vive. E così le differenze si
presentano su piani diversi e successivi, spesso stratificati, incrociandosi nelle
possibili combinazioni tra le parole e le cose, tra le parole e le parole, tra
le cose e le cose (cose «che sono quasi le stesse ma non proprio le stesse»: una
pharmacie non è esattamente un drugstore, una brasserie non è esattamente un coffee
shop, ma anche un pranzo non è esattamente un pranzo); tra l’immagine che il parlante
ha della posizione linguistica propria e dell’altro (il turista anglofono sbalordito
che esista qualcuno che non lo capisce; gli adulti – americani – che giudicano
carinissimo il bambinetto – americano ma vissuto sempre a Parigi – che parla senza la minima
leziosità di croissant e confiture); tra la parola e la parola stessa (l’appagante fatica di entrare nell’umorismo
dei francesi, dove un’affermazione vuole essere contemporaneamente seria e scherzosa,
e sta a te imparare non a distinguere le due cose ma a recepirle insieme).
Parlando di cucina ed elettrodomestici, Gopnik dice che fish and plugs are the two great differences, le due cose che non sono mai quite alike, mai del tutto uguali tra paese e paese. Pesci e spine... Qui, lui non lo sa,
ma in italiano in questo accostamento c’è un gioco di parole e in inglese no,
e penso che la cosa gli piacerebbe. Ho avuto la tentazione di raccogliere l’invito,
ma poi ho deciso di lasciar perdere e aggiungere un elettriche; mi sarebbe sembrata, non so, un’indelicatezza.
Bruno Amato
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