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ROMANZO

Orixás
di: Pierre F. Verger / editore: Donzelli, 2006
traduttore: Lisa Ginzburg - Traduzione dal portoghese


 Sempre, tradurre un testo corrisponde a un penetrarne più profondamente lo spirito. Traduzione e comprensione si affiancano, si sfiorano, si raggiungono per confluire insieme in un senso nuovo, che non è più la parola originaria né la nuova, trovata per esprimerla, bensì un terzo significato, più ricco. Quando il testo da tradurre è resoconto di una scoperta, questo processo di "espansione della comprensione" si amplifica. Chi traduce ha, letteralmente, l'impressione di scoprire insieme allo scopritore.
Nel caso delle "Leggende africane" degli Orixás (divinità del Candomblè afro-brasiliano), leggende raccolte da Pierre Verger, si è trattato di questo. Imparavo traducendo, traducevo imparando. Sapevo di avere a che fare con un materiale "vivo". Su mia richiesta, la Fundaçao Pierre Verger (con sede a Salvador de Bahia) mi aveva procurato l'originale dattiloscritto della trascrizione delle leggende. Pagine battute a macchina, con molte correzioni a mano, che risalivano agli anni intorno al 1940, quando Verger, in qualità di fotografo e etnografo, aveva viaggiato nelll'Africa nord-occidentale.
Ho lavorato secondo una precisa disposizione materiale degli strumenti di lavoro. Sempre mantenendo alla mia sinistra l'originale francese, e alla destra la traduzione portoghese. La prima scabra (semplici fogli dattiloscritti e fotocopiati), la seconda stampata e abbellita da disegni degli Orixás (diversi da quelli che ho scelto di affiancare alla mia traduzione). Da un lato c'era il rigore del lavoro sul campo, quello compiuto da Verger negli anni '40. Dall'altro, la re-interpretazione di quello stesso materiale svolta quarant'anni dopo a Salvador de Bahia, in un luogo dunque dove la medesima cultura africana aveva non solo attecchito, ma anche trovato nuove espansioni, sia teoriche che concrete, del proprio contenuto. Man mano che procedevo nel lavoro, sono divenuta consapevole che la traduzione italiana si poneva come un ponte tra una cultura di partenza, ermetica, essenziale, e una di arrivo invece più colorita e, se possibile, più lirica. Gli Orixás raccontati da Verger (già in quel caso, risultato di una traduzione, dalla lingua africana ioruba, al francese) avevano qualcosa di più austero di quelli ri-raccontati in Brasile. Ma soprattutto, i primi emanavano il senso di mistero avvertito dal loro scopritore europeo, mentre i secondi già navigavano con più agio e maggior baldanza nella loro codificazione tropicale, spuria.
La versione italiana doveva riuscire a rendere entrambi gli elementi: il rigore e la baldanza, la severità e l'allegria di questo universo a mezzo tra il religioso e il mondano, lo spirituale e l'ultra-terreno. Tale consapevolezza del trovarsi "in mezzo" a mondi doppiamente doppi (per collocazione geografica e per la loro diversa interpretazione), ha comportato la ricerca di un preciso "tono di voce". La sfida era quella di restituire una semplicità non dimessa, ma nemmeno gridata. "Respirando" i testi, dovevo estrapolare la timidezza entusiasta di un ricercatore alle prese con una scoperta antropologica del tutto nuova; seguire la traiettoria della scoperta verso una lingua più consapevole e leggermente manipolatrice; poi di nuovo far convergere quella stessa timidezza verso un punto neutro, che unisse insieme i due poli.
Dati questi diversi percorsi, posso dire che mai come in questa occasione ho avuto modo di riflettere su quanto la traducibilità di un testo sia il risultato di componenti disparatissime, che spesso esulano dalla letteralità della pagina per fluttuare verso altri parametri - un insieme di fattori che amalgama insieme lo "spirito della pagina", lo stato d'animo del traduttore (dei diversi traduttori, in questo caso), la differente padronanza del contenuto del testo stesso.
Per questo, oltre a una grande esperienza di apprendimento di una cultura quasi sconosciuta in Europa, la traduzione delle leggende sugli Orixás ha significato un vero e proprio viaggio in quel mondo sorprendentemente aperto che pertiene alla intenzionalità dell'interpretazione.

Lisa Ginzburg









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