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Opere - Wislawa Szymborska, Adelphi 2009 - Traduzione dal polacco di Pietro Marchesani - Nota del Redattore, Ana Ciurans
Nota del Redattore, Ana Ciurans

Dalla copertina di Opere, l’enigmatico sorriso di Wislawa Szymborska sembra bisbigliare le sole due parole che su di sé ha scritto in più di cinquant’anni: «Miei segni particolari: / incanto e disperazione». Parole per descrivere quello che suscita la sua opera poetica ce ne sono tante, ma se qualcosa s’impara dalla lettura è proprio l’uso parsimonioso che bisogna farne. Dovendo vagliarle, rimane «discrezione». Discrezione dinanzi allo stupore inesauribile che guardare a occhi nudi i particolari di cui è fatto il tutto provoca in chi sa vedere. E sopratutto discrezione dinnanzi la morte, il dolore e i sentimenti a cui la Szymborska frappone la distanza dell’ironia per non soccombere.
Nel 1996 quando gli fu assegnato il Nobel, Wislawa Szymborska era quasi sconosciuta in Italia, sebbene avesse già ricevuto il Premio Goethe e il Premio Herder e dalla fine degli anni Cinquanta fosse tradotta verso quasi tutte le lingue europee. Aveva pubblicato solo Gente sul ponte presso Libri Scheiwiller e altri componimenti in antologie e riviste, ma già nel 1988, Iosif Brodskij l’aveva annoverata tra i tre maggiori poeti polacchi viventi insieme a Herbert e Milosz durante il Salone del Libro di Torino. Dieci anni dopo la Szymborska è diventata una poetessa di culto. Piace il suo stile chiaro ed elegante, merito anche della magistrale traduzione di Pietro Marchesani, voce italiana della Szymborska a cui, visto che il polacco è una lingua poco frequentata, ci affidiamo completamente per gustarne la bellezza.
Il volume di Adelphi che ci offre la possibilità di una fruizione completa dell’opera della poetessa, si apre con un’introduzione del curatore e traduttore. Riprende non solo tutte le raccolte poetiche con il testo polacco a fronte, ma anche un’ampia scelta delle prose, tra cui Letture facoltative, divagazioni pregne di humour intorno ai libri, “Posta letteraria”, una rubrica di corrispondenza con aspiranti autori altrettanto aguzza che la Szymborska tenne su una rivista polacca negli anni Sessanta per finire con il discorso pronunciato durante l’assegnazione del Nobel, una delle rarissime interviste concesse dalla poetessa e una nota interessantissima del traduttore.
Le poesie della Szymborska, lunghe poco più di una pagina, sono sempre sorprendenti. A volte fa uso di un metro “allentato”, altre utilizza forme metriche chiuse e la rima, normalmente quando vuole ironizzare, quando “si tratta di un gioco”, conferendo un tono deliziosamente e volutamente “démodé”.
Opere è un libro intimo come un brano di Satie che va letto e snocciolato con la stessa parsimonia con cui è stato scritto. Lo sguardo della Szymborska, nonostante la visibile evoluzione, coglie sempre il mondo a piccole dosi, quasi a voler filtrarne il veleno mortale. Le angolazioni inattese sfiorano con lievità, ma sconsolatamente, l’enigma esistenziale attraverso la metafisica degli oggetti comuni, dei luoghi familiari, delle persone del suo riservato entourage. E quel particolare inflessibile che lei carpisce svela l’unicità di ognuno di noi, «pausa nell’infinito» dinanzi alla molteplicità del mondo. Noi, instupiditi all’ingrosso riusciamo (fortunatamente) a rinsavirci al dettaglio.
Questo è forse il libro di poesia che dovrebbero leggere per primi quelli a cui la poesia non piace. Questa incantevole dama che la ama «come la pasta in brodo, i complimenti o il colore azzurro» con discrezione infinita di lei ci dice: «La poesia / Ma cos’è mai la poesia? / Più d’una risposta incerta / è stata già data in proposito. / Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo / come all’àncora d’un corrimano». Così forse dopo averla letta vi piacerà «come una vecchia sciarpa». Quella che mancava proprio nell’inventario dei piccoli oggetti che rendono più lieve la vita.








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