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ROMANZO

Opera
di: Elena Botchorichvili / editore: Voland, 2008
traduttore: Emanuela Bonacorsi - Traduzione dal russo

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 LA NOTA DELLA REDAZIONE - Articolo di Gianfranco Franchi

 
LA NOTA DELLA REDAZIONE - Articolo di Gianfranco Franchi

Elena Botchorichvili – Elena Boč'oriŝvili – è una scrittrice georgiana, nata probabilmente nella prima metà degli anni Settanta, trasferita in Québec già nel 1992. Ha esordito giovanissima, in patria, come giornalista sportiva: l'insolita scelta è stata dovuta alle censure politiche del regime socialista sovietico allora imperante; la Botchorichvili ragazzina preferì aggirare l'ostacolo, con intelligenza e creatività.
Partita per il Canada, ha esordito pubblicando il romanzo “The Butterfly Drawer” nel 1999. Scrive in russo e viene tradotta in francese e in inglese, nella terra adottiva. Scrive in russo ma non viene (ancora) pubblicata né in Georgia né in Russia; inizia a essere popolare, oltreoceano, come pioniera d'un nuovo genere, il “romanzo stenografico”, composto da un periodare singultico, scabro ed essenziale.
Assaggiamolo, nella traduzione di Emanuela Bonacorsi:
“Allora la primavera arrivava dopo l'inverno secondo il calendario. D'inverno talvolta cadeva la neve. Le vecchie si mettevano le galosce. Nere e splendenti come macchine governative. Tutti erano diventati poeti. Si sigillavano in soffitta e scrivevano poemi d'amore. Ma la neve si scioglieva più in fretta di quanto le rime si accoppiassero. Io lo so, anch'io scrivevo poemi d'amore” (p. 16).
Si tratta di osservazioni semplici ed elementari, descrizioni minime, secche: Hemingway e Carver molto ben interiorizzati e rinnovati, adattandoli alla propria terra e alla propria lingua d'origine. L'impatto è quello, commovente e partecipante, della lettura dei primi pensieri d'un bambino: è lirico, quando involontariamente, quando artificialmente, quando artisticamente. Ma è lirico.
“Opera” è ambientato a Tbilisi, Georgia. Una terra e un popolo tristemente abituati ai terremoti e alle guerre, racconta l'autrice. Ci accompagna il prefatore Scarlini: “La Georgia, terra che vanta tradizioni antichissime (...) ha resistito per molti aspetti alla sovietizzazione, mantenendo molte proprie modalità di espressione e restando fedele a una cultura che ha il proprio bardo in Shota Rustaveli, poeta (...)”. Poeta e tradizione tutte da scoprire.
Questo libro è “Una favola nera (...) sul potere salvifico della fantasia, che deve confrontarsi con lo scenario di una terra desolata, secondo l'intuizione espressa dal filosofo eretico georgiano Merab K. Mamardasvili, inviso al regime di Mosca, di cui sono uscite in italiano le Variazioni Kantiane. Poco prima della morte, nel 1991, dichiarò: 'I giovani d'oggi, in questo Paese, quando si risvegliano si trovano di fronte a una foresta di cadaveri' ” (p. 7).
Non vi stupirà, allora, se il narratore di questa storia, un artista di ventinove anni, sognava di scrivere un'opera lirica in cui tutti erano morti. Era un giovane cosciente della sorte del suo popolo.
“Sono nell'aldilà e aspettano l'incontro con Dio. Tengono strette le piccole cose che i loro cari in lacrime gli hanno dato con sé. Ma vengono accolti da certi burocrati che fanno domande, compilano moduli, si impossessano di quelle piccole cose...” (p. 11). I georgiani muoiono e si ritrovano soffocati dal comunismo anche nell'aldilà. I russi non mollano la presa nemmeno per un attimo.
Il narratore cantava ai funerali, tutti i giorni. La fame uccideva, dice, quando ancora non si chiamava fame. Non c'era benzina per i carri funebri, nemmeno. Qualcuno si stava arricchendo, ma la maggioranza della popolazione soffriva una miseria bestiale. Nessuno lavorava, qualcuno faceva lavoretti. Intanto, lui componeva e suonava. Componeva un'opera dedicata ai morti, e intanto s'annoiava. S'annoiava e ascoltava preghiere.
“Ragazzine piccole e gracili accendevano sottili candeline chiedendo a Dio la morte del nemico. La morte del presidente. A morte! A morte! E Dio, immortale come Lenin, ascoltava le preghiere e taceva” (p. 20).
E intanto, come per un presentimento, il compositore che cantava ai funerali sente di dover terminare la sua opera, prima che sia troppo tardi. Si rifiuta di credere alla premonizione, e così facendo sprofonda. Quel che desiderava non accade; l'amore sognato e vissuto viene spezzato: e come in un incubo grottesco, la sua stessa esistenza viene interrotta. Interrotta senza senso, e senza una ragione. Sembra che a Tbilisi le cose andassero proprio così. Il domani non esisteva, e non si poteva immaginarlo diverso dal buio.
“Opera” è un nero e poetico tributo a un popolo che troppo e troppo a lungo ha sofferto. Sta alla sensibilità degli europei della nuova generazione studiare le cause e le dinamiche di quella sofferenza, sostenendo sin d'ora la cultura e la letteratura georgiane. La voce d'una scrittrice esule è il primo canto da ascoltare. Questo libro è uno scrigno di dolore, di morte e di speranza: speranza che la morte non sia stata invano.
Da avere. E da leggere.
Gianfranco Franchi








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