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La nuova traduzione del Diario di Anne Frank



Il Diario, frutto di una scrupolosa ricerca filologica, lessicale e letteraria ci è stato descritto sotto vari aspetti, fisici, di contenuto e nella riflessione sull’effetto terapeutico della scrittura. Il primo dettaglio da conoscere per chi intraprende la lettura di questo libro, riguarda il diario in sé. Anne Frank ha infatti scritto su numerosi quaderni, in una sorta di brutta e poi di bella copia: «la versione A» e «la versione B», le due versioni autografe di Anne Frank.

Dopo la guerra, nel 1947, il padre di Anne, Otto Frank, riesce a pubblicare il diario con un editore di Amsterdam, Contact, è la cosiddetta «versione C», quella che tutti hanno letto fino ai primi anni Novanta. Versione «C» poiché emendata dal padre, molto piccola. Erano gli anni Quaranta e agli occhi del padre alcune pagine rappresentavano dei dettagli privati, motivo per cui lui stesso aveva tolto dei brani, come quando Anne critica la madre e poi mentre parla della sua crescita, dettagli riportati in alcune pagine ritrovate appena nel 1998.

Alla fine degli anni Ottanta arriva la «versione D», ovvero l’edizione scientifica, voluta in risposta a certe pulsioni negazioniste di quanti sostenevano che il diario di Anne Frank fosse un’invenzione. Venne quindi fatto un lavoro estremamente lungo e scientifico sul diario pubblicato nell’editing della traduttrice tedesca Mirjam Pressler, incaricata dalla Fondazione Anne Frank di Basilea a realizzare la «versione D», in tedesco. Era l’unico testo che si poteva e si doveva pubblicare. È il testo che tutti abbiamo letto fino a poco tempo fa, nell’edizione Einaudi. È la versione ufficiale della Fondazione Anne Frank di Basilea che nella volontà di proteggere il diario non permetteva ulteriori ricerche. Nel 2016, i diritti d’autore del diario di Anne Frank sono tornati liberi e questo ha permesso la stesura di una nuova versione D italiana, pubblicata da BUR, a cura di Matteo Corradini e Dafna Fiano.

Le due versioni autografe A e B si sovrappongono senza interruzioni, a parte in alcuni punti non trascurabili su cui è stata ponderata una riflessione complessa sulle scelte redazionali tra la prima e la seconda versione. La scelta di Matteo Corradini è stata di lavorare sulla stesura della «versione A», nello stesso ragionamento Dafna Fiano ha scelto di rimanere molto fedele alla scrittura di Anne, entrambi concordi per restituire al diario un linguaggio più coerente a quello di Anne Frank e al lettore di oggi.

Il 12 giugno 1942 Anne Frank compie 13 anni e riceve in dono un diario, in realtà un quaderno, con la copertina a scacchi bianchi e rossi. Quel quaderno le dura poco meno di sei mesi, poiché Anne ha avuto bisogno di un altro quaderno e di altri ancora. Nel marzo del 1944 mentre è nel nascondiglio da circa già due anni, ascolta la radio e sente Gerrit Bolkestein, ministro olandese dell’Educazione in esilio a Londra che dice: «Tenete i diari» scritti durante la guerra, perché alla fine quei diari racconteranno quanto è accaduto. A quel punto Anne comincia a ricopiare in bella, dando origine alla «versione B». Delle due stesure, la versione A è più «immediata», la seconda è più «meditata» scritta tra marzo e luglio del 1944, poco prima dell’arresto.

La ricopiatura viene fatta su fogli sparsi, una parte sui fogli che l’azienda del padre usava per la contabilità, mentre l’altra parte sono dei quaderni di cui manca totalmente il 1943. I quaderni rinvenuti sono tre e nessuno copre l’anno 1943. Gli esperti sostengono che manca un solo quaderno, ma secondo i calcoli di Corradini e Fiano la certezza è che ne manchino in realtà due: a giudicare dalla frequenza di scrittura di Anne e dalla grandezza dei quaderni che usava, sembrano mancare due quaderni, perduti per sempre, ma di cui si conosce il contenuto grazie alla versione B. Tuttavia, non è possibile sapere cosa ci fosse in più o in meno rispetto alla ricopiatura. Per questo motivo montare una scrittura leggibile del Diario ha significato «fare delle scelte». Anne ha fatto delle leggere modifiche, non ha soltanto messo in bella copia, ha anche tagliato dei pezzi per raccontarli in maniera diversa, ha eliminato molte cose che a distanza di tempo non le sono sembrate più così interessanti e i due materiali non sempre si sovrappongono, nei casi in cui la scelta è necessariamente andata per la versione B, è stato segnalato nel testo con la lettera ß.

La riscrittura è letterariamente più forte, poiché Anne è cresciuta, è maturata, ma la versione A rimane quella scritta di getto e la scelta di Dafna Fiano nella sua traduzione fedele vuole mostrare al lettore la vitalità di Anne, la sua crescita intellettuale e umana. Se nelle prime trenta pagine Anne deve imparare a scrivere, appena dopo è altrettanto percepibile il contrario.

Nel libro è riportata la pianta dell’edificio di Prinsengracht 263 ad Amsterdam, in cui si erano nascosti, è il classico palazzo olandese molto alto, due piani e soffitta, affacciato sui canali. Loro si erano sistemati all’ultimo piano dal lato interno. Nel caso specifico l’edificio era l’azienda del padre – la Opekta – con l’appartamento in alto, libero e sul retro. Da questo dettaglio Dafna Fiano ha voluto riportare alla luce le parole più vere di Anne Frank nel dare un nome al nascondiglio, recuperando il termine olandese «achterhuis» con l’espressione italiana «casa sul retro» e non più «alloggio segreto», espressione che – a dire il vero – Anne non ha mai usato nel diario. Achterhuis è una parola piana, di uso comune, non connotata. La struttura retorica di achterhuis contiene «la parte che non affaccia sul canale», la parte meno nobile dell’edificio. È da riconoscere a Dafna il pregio di avere recuperato questo termine non connotato.

La scelta della versione A in un italiano aggiornato, ha richiesto un’aggiunta corposa di note con numerosi approfondimenti finora inediti; certe ripetizioni tipiche del linguaggio parlato, sono state tenute, sono i punti in cui è evidente una scrittura di getto. Altre ripetizioni hanno messo in luce alcuni piccoli vezzi di Anne che lei stessa in fase di editing avrebbe probabilmente tolto. Matteo Corradini spiega quanto sia stato difficile spostare anche solo una virgola di Anne Frank, ma l’idea di lavorare su un simbolo o su un monumento è stata scartata. Ogni scelta è stata decisa nel rispetto della persona Anne Frank, “rimanendo un passo indietro” con l’obiettivo di far rivivere il testo nel suo valore letterario per rileggerlo in quanto libro e per riscoprirlo. Fornire al lettore un testo illeggibile in nome di una coerenza scientifica avrebbe soddisfatto soltanto gli addetti ai lavori e avrebbe fatto del torto all’opera.

Crescendo e ricopiando il suo diario, Anne lo rivede anche in un’ottica di trasformazione del diario in qualcos’altro. Si nota quindi il passaggio dal diario come esperienza spirituale al diario come opera letteraria. Potremmo immaginare cosa avrebbe fatto Anne da grande? Sarebbe davvero diventata scrittrice?

Nel suo diario «Anne dice che da grande avrebbe voluto fare l’archeologa, la storica, quella che costruisce alberi genealogici delle dinastie reali, la giornalista, la scrittrice, la ballerina, la pattinatrice artistica su ghiaccio, l’attrice possibilmente di Hollywood…  Cosa avrebbe voluto fare Anne da grande?» Si chiede Matteo Corradini «Forse quello che vorrebbero fare le quattordicenni, cioè tutto. Purtroppo l’unico sogno che potesse realizzare nella casa sul retro era scrivere. Quindi è altrettanto bello immaginare che oggi Anne sarebbe stata una signora di 89 anni con tante cose da raccontare. La scrittura per lei era vitale in senso umano, non possiamo eludere la Shoah da quello che Anne ha scritto; in maniera inconsapevole scriveva forse per non impazzire in quella situazione totalmente angosciante e drammatica.»

Come per Anne, molti sono gli autori inconsapevoli a cui la scrittura funge da mezzo di sopravvivenza. Quella di Anne, in qualunque modo la si può osservare, presenta un desiderio inconsapevole di prolungare la vita. Nelle sue pagine piene di vitalità e speranza ci sono molti finché, “finché questa scrittura c’è, finché io posso esprimermi, io vivo...”

Dori Agrosì




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