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ROMANZO

Norwegian Wood
di: Murakami Haruki / editore: Einaudi, 2006
traduttore: Giorgio Amitrano - Traduzione dal giapponese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 La Nota del Traduttore, Giorgio Amitrano
pag. 2 La Nota del Redattore, Simona Dolce

 
La Nota del Redattore, Simona Dolce

Norwegian Wood era già uscito per l’editore Feltrinelli nel 1993 con il titolo Tokyo Blues, nel 2006 Einaudi ne ha curato una nuova edizione arricchita dall’introduzione del traduttore Giorgio Amitrano e da una premessa dell’autore.
Norwegian Wood è sicuramente il romanzo più intimo di Murakami; il racconto dei due anni cruciali dell’adolescenza di Watanabe, uno studente universitario diviso fra due amori, quello per Midori, una ragazza vitale, divertente e piena di energia, e l’amore per una vecchia compagna di liceo, Naoko, una personalità ombrosa, silenziosa e introversa, con cui il protagonista condivide un presente abitato dal fantasma di Kizuki, amico e fidanzato di Naoko, suicidatosi a diciassette anni. È un romanzo sull’adolescenza certo, sull’amore e sull’amicizia, ma è soprattutto un romanzo su mondi opposti, l’eterno dualismo nel protagonista, l’eterno dualismo tra l’al di qua e l’al di là. Il rapporto con Naoko, pieno di silenzi, di ombre, di ricordi e fantasmi, si alimenta delle fragilità psichiche di lei e delle insicurezze di lui. L’amore per Midori rappresenta invece l’al di qua, la possibilità di un’esistenza dentro questa realtà (anche se sempre distaccata da questa realtà, sempre critica). E anche le amicizie sono vissute allo stesso modo; da una parte l’ideale dell’amico defunto, Kizuki, rappresenta la vera amicizia, l’ingenuità e la purezza, dall’altra Nagasawa, un ragazzo spregiudicato, intelligente e affascinante, è portatore di una mentalità corrotta ed egoista. Infine ancora in Watanabe l’attrazione per la morte e il desiderio vitale; le incertezze eppure anche una salda convinzione morale che vuole affermarsi.
Norwegian Wood è un romanzo delicato, poetico, intimo e nostalgico; un romanzo sulla memoria e i fantasmi del passato, sui sentimenti; è un percorso iniziatico all’età adulta, quella delle responsabilità che sono anche l’affermazione consapevole di sé stessi e della propria visione del mondo.
“A volte ho l’impressione di essere diventato il custode di un museo. Un museo vuoto, senza visitatori, a cui faccio la guardia solo per me.”. Norwegian Wood è il racconto malinconico di questo museo; una stanza in cui si incontrano vite passeggere o spezzate, si incrociano, si mescolano restando però sempre distanti, solitarie; stanze grandi come la città di Tokyo o come la camera di un dormitorio o di un love hotel poco importa perché gli incontri trascinano sempre la nostalgia di un passato incompiuto e inespresso e di certo inesprimibile, gli amici defunti, il suicidio, la linea sottile fra la vita e la morte, fra la pazzia e la “normalità”, fra il desiderio e l’amore, e la linea sottile ma sempre definita, che sembra a tratti un muro altissimo e invalicabile, fra l’io narrante e il mondo esterno.
Norwegian Wood ha il suono nostalgico della canzone dei Beatles, le atmosfere confuse di una rivoluzione anni ’70 in cui il conformismo si fa rivoluzione e protesta, ha i colori dell’autunno (e sono i colori dell’autunno e il profumo della pioggia anche in primavera e anche in estate, come se una densa nuvola coprisse sempre il cielo di Watanabe); infine ha il volto di una generazione modernissima che appartiene molto ai nostri tempi, preannuncia già la sconfitta degli ideali, uno sguardo lucido su quello che accadrà dopo, l’inventario di solitudini destinate a restare tali a dispetto di ogni rivoluzione, comizio; a dispetto di tutti i libri e l’istruzione ricevuta i protagonisti del romanzo cercano un inserimento nella realtà ma il loro agire è già fin troppo consapevole che il mondo esterno, l’altro, resterà appunto qualcosa di diverso, che nessuna vera fusione sarà possibile.
La lettura di Norwegian Wood regala la magia di uno stile poetico ma anche ingenuo perché del tutto privo di imbarazzi, ogni personaggio è una perfetta architettura di cristallo, molto vicina alle nostre fragilità eppure inarrivabile e lontanissima. Ogni frase suona come l’eco di un ricordo che sta per sbiadire senza mai sfumare davvero.









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