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O me o muuh!
di: Katarina Mazetti
/ editore: Salani, 2005
traduttore: Laura Cangemi - Traduzione dallo svedese
Il tizio della tomba accanto: questo era il titolo originale (e secondo me molto carino) del libro, che la
casa editrice italiana ha voluto cambiare in O me o muuh! Il fatto è che, mentre quest'ultimo dà a chi lo prende in mano l'idea di un
romanzetto leggero (per non dire idiota), la versione originale rispecchiava perfettamente
il mix di umorismo e serietà che caratterizza questo libro brillante e nello stesso
profondo. Un libro di cui mi sono innamorata appena ho cominciato a leggerlo,
e non solo per il fatto che mi riconoscevo, almeno in parte, nel personaggio di
Desirée (sono sposata da quasi vent'anni con un allevatore di vacche da latte),
quanto per la capacità di Katarina Mazetti di rendere alla perfezione gli alterni
stati d'animo di due adulti coinvolti in una storia d'amore apparentemente senza
sbocco.
Desirée è una vedova di trentacinque anni che lavora come bibliotecaria ed è
stata sposata per cinque anni con un biologo bello, intelligente e politically
correct senza mai riuscire a conoscerlo veramente. Quando lui è morto, investito
da un camion, lei si è sentita tradita e offesa, e durante le ore che passa sulla
panchina del cimitero davanti alla sua lapide, essenziale e sobria, più che dolore
prova un inspiegabile rancore.
Benny è un allevatore di vacche da latte (ventiquattro, per la precisione), rimasto
solo a gestire la sua piccola azienda da quando la madre si è ammalata di cancro
ed è morta, quasi scusandosi con il figlio per non poter essere più lì a tenere
pulita la casa, ad aiutarlo a mungere e a far funzionare la pompa che si incanta
quasi tutti i giorni. La sua vita è scandita dagli imprescindibili orari delle
mungiture e dalle lunghe visite al cimitero durante le quali si dedica con passione
alla cura della tomba dei genitori, pacchiana e kitsch quanto basta per far inorridire
Desirée.
I due si ritrovano spesso seduti sulla stessa panchina e l'antipatia è tanto
reciproca quanto intensa. Fino a quando, un giorno, miracolosamente, Desirée si
ritrova a sorridere per un'uscita buffa di una bimba e, voltandosi, vede che anche
Benny sta sorridendo da orecchio a orecchio. Scatta la scintilla (o meglio, come
dice Benny: "è stato un po' come se mi fossi inavvertitamente appoggiato alla
recinzione elettrica") e d'improvviso tutto cambia.
Tra i due nasce un amore pieno di passione ma segnato fin dall'inizio dallo "choc
culturale": lui si sente a disagio nell'appartamento asettico ed essenziale di
lei, che a sua volta inorridisce davanti ai ricami della madre di lui e alle lenzuola
grigiastre che non vedono una lavatrice da settimane. Benny è inoltre legato mani
e piedi agli orari rigidi e agli obblighi nei confronti dell'azienda, e man mano
che trascorrono i mesi sembra che, invece di avvicinarsi, i due si allontanino
sempre di più.
Il rapporto naufraga così tra recriminazioni reciproche e attanaglianti sensi
di colpa, ma alla fine saranno gli istinti materni di Desirée ad avere la meglio
sulla ragione.
Apparentemente banale come storia d'amore (lei istruita e frigidina, lui rozzo
e ignorante, una specie di "La Bella e la Bestia" in versione anni '90), la passione
tra Benny e Desirée è in realtà un "tragicomico dramma quotidiano", come lo definisce
la quarta di copertina, sulle possibilità e impossibilità dell'amore tra due persone.
I capitoli sono scritti in prima persona alternativamente da Benny e da Desirée,
che forse hanno davvero, come unico elemento in comune, una squisita autoironia
(che paradossalmente emerge in superficie solo quando si conoscono).
Far pubblicare questo libro in Italia non è stato facile: dopo averlo proposto
a diversi editori, mi ero quasi rassegnata a non vederlo uscire qui da noi quando,
grazie all'intervento di due amiche e colleghe - Eva Kampmann e Katia De Marco
- la Salani ha deciso di inserirlo nella programmazione e di affidarne a me la
traduzione. Un incarico che mi sono presa particolarmente a cuore, proprio perché
era un libro a cui tenevo molto, impegnandomi al massimo per riprodurre anche
in italiano il ritmo, lo stile, il linguaggio della Mazetti. Per farlo mi sono
consultata spesso con l'autrice stessa e con altri colleghi, e ho poi fatto leggere
la traduzione a diverse persone. Un lavoro che purtroppo è andato in parte perduto
a causa del rozzo rimaneggiamento operato da una redattrice della casa editrice
che non solo è intervenuta pesantemente sul testo, modificando tra l'altro sia
il lessico che il ritmo della narrazione, ma si è anche "dimenticata" di mandarmi
le bozze come io avevo invece ripetutamente richiesto.
Il risultato finale è un libro che non è più mio e che, pur essendo ancora accattivante
e senz'altro da leggere, rappresenta per me una grande delusione, simbolo stesso
degli effetti nefasti di una cattiva collaborazione tra casa editrice e traduttore
(e non certo per colpa di quest'ultimo, visto che avevo richiesto esplicitamente
di vedere le bozze). Ma fino a quando le case editrici affideranno la revisione
a redattori che inseriscono locuzioni come "quant'altro" (che personalmente mi
fa venire i brividi) al posto di "e chi più ne ha più ne metta", o tagliano parti
di dialogo come "ci scommetterei le palle" perché evidentemente urtano la loro
sensibilità, credo che la strada sarà ancora tutta in salita.
Qualche altro esempio? Dove io scrivevo: "Sa benissimo come m'impunto quando
cerca di propinarmi la cultura con l'imbuto", la redattrice ha cambiato in "pur
sapendo la mia reazione ai suoi tentativi di propinarmi la cultura" (che tra l'altro
sta anche male in italiano). L'inizio del sesto capitolo, che io avevo tradotto
"Una vita solitaria, senza famiglia né figli: forse risulta più tangibile proprio
quando si è agricoltori con un tot di ettari di terreno coltivabile e pure una
fetta di bosco" è diventato: "Una vita solitaria, senza famiglia né figli: forse
risulta più tangibile a un agricoltore, soprattutto se possiede ettari di terreno
coltivabile e anche una fetta di bosco" (non ho parole: qualcuno di voi ha mai
visto un agricoltore senza terreno coltivabile?!?). Le verande "con fregi e arzigogoli"
sono state trasformate in verande "a tinte pastello", la frase "E così, sbrigate
le commissioni in banca, quando sono uscito per strada ho visto improvvisamente
i miei stivali puntare dritto sulle porte a vetri della biblioteca, con me dentro!"
è diventata "Ho sbrigato diligentemente le mie commissioni, ma quando sono uscito
per la strada i miei stivali si sono diretti senza esitazione alla porta della
biblioteca".
Mi fermo qui, perché gli esempi sarebbero centinaia: chi ha rivisto questo libro
non ha capito niente dello spirito, del ritmo, dei sottintesi che lo animavano,
e ne ha sistematicamente ucciso la bellezza. Veramente un ottimo lavoro.
Laura Cangemi
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