| POESIA |

 |
Morte e vita severina
di: João Cabral de Melo Neto
/ editore: Robin, 2005
traduttore: Cristiana Bambini, Delia Occelli, Laura Rocchi, Riccardo Greco - Traduzione dal portoghese
João Cabral de Melo Neto pubblica giovanissimo la sua prima raccolta poetica,
Pedra do sono (1942) dove già si intuiscono, sebbene oggetto di una progressiva scrematura
operata nei lavori seguenti, quei motivi che caratterizzeranno i fondamenti della
sua poetica. L'abolizione del cosiddetto poema-piada (poema-scherzo) allontana Melo Neto dal Modernismo, mentre la ricerca di equilibrio
e la costruzione economica della frase prevalgono su un'ormai decaduta preoccupazione
stilistica. Un deciso ribaltamento si afferma già a partire dal secondo volume,
O engenheiro (1945): la sostanza poetica si muove dal surrealismo in direzione di un cubismo
oggettuale simbolizzato dalla solidità della pietra, topos ricorrente. Poesia strutturata da un rigore quasi matematico, da un'articolazione
di termini concreti come barriera eretta contro ogni vaghezza e ambiguità; da
un lavoro "artigianale" in cui raffinatezza ed audacia formale si compenetrano
senza evadere dalla preoccupazione etica. Poesia "sociale", dunque e perfetto
legame fra contenuto e forma, di vita e di arte.
Agli inizi degli anni '50 Melo Neto matura l'idea di dare voce alla sua terra,
il Penambuco, iniziando un percorso che si concluderà con Morte e vita Severina, terza e ultima opera della cosiddetta "trilogia del fiume". Anche i due poemetti
O Rio e O Cão sem plumas, che la precedono, parlano del Nordeste, dei suoi fiumi e dei retirantes, i miseri contadini del Nordeste brasiliano che per colpa della siccità abbandonano
la propria terra per cercare la sopravvivenza verso il litorale. È precisamente
questo il tema del terzo libro della trilogia, in cui il protagonista, Severino,
segue il corso del fiume Capibaribe dal Sertão alla città di Recife. Durante il
viaggio, si imbatte in diversi personaggi con i quali discorre della difficile
vita nordestina e sembra concludere che ad essa è preferibile la morte. Il miracolo
della nascita di un bambino figlio di un povero falegname ribalta, con un'inaspettata
metafora della speranza, il pessimismo che segna l'opera e il percorso esistenziale
del protagonista eponimo.
Commissionato nel 1952 come opera teatrale natalizia dal teatro "O Tablado",
Morte e vita severina, auto de Natal pernambucano, trae ispirazione dalla notizia, letta dal poeta quando era console a Barcellona,
secondo la quale l'aspettativa di vita in Pernambuco, terra di grande bellezza
ma di grandi contrasti sociali, era di appena 28 anni, addirittura un anno in
meno rispetto all'India. Per questo la prima descrizione della vita nordestina
in Morte e vita severina corrisponde a 28 versi.
La prima traduzione italiana di Morte e vida Severina, che risale all'edizione einaudiana del 1973, a cura di Tilde Barini e Daniela
Ferioli, ci pareva non restituire del tutto la ricerca linguistica del poeta.
Da qui la scelta di riproporre il testo in una versione rinnovata che si soffermasse
in particolare sulla scelta dei termini lessicali, evitando le forme obsolete,
e si indirizzasse verso un registro il più vicino possibile alla lingua parlata
dalle classi sociali di estrazione contadina. Attraverso espedienti stilistico-formali
come la ripetizione, che scandisce il ritmo del poema (caratteristica della filastrocca),
la figura di Severino rimanda alla tipologia del cantastorie, invitandoci in un
registro all'apparenza fuori dal tempo e che invece ci racconta la quotidianità
dell'intera popolazione agraria del Nordeste del Brasile. In quest'ottica, nei
monologhi del protagonista Severino, costruiti secondo le strutture della literatura de cordel, ovvero quel corpus di narrazioni popolari originariamente recitate nelle piazze
e contraddistinte da disavventure picare e cavalleresche, abbiamo ad esempio
tradotto la forma allocutiva portoghese "Vossas senhorias" con l'italiano "Lorsignori", che rimanda ad una tradizione culturale affine. In Morte e vida Severina, sorta di omaggio alla terra del Sertão, il poeta fa parlare il retirante con il linguaggio che gli è proprio. Parole asciutte, pronunciate da una bocca
arida, scandite dal passo pesante sul pietrisco o da quello affaticato nel fango
melmoso del litorale.
L'evidente complessità del testo poetico e la necessità di evitare le forme ricercate
o auliche, ci ha portato a tralasciare il rispetto meticoloso della rima per privilegiare
il ritmo del verso e la musicalità della frase, soprattutto nei dialoghi, in cui
la cadenza riveste un'importanza fondamentale. Numerose sono state le sfide poste
dal testo, e altrettante le scelte, sempre frutto di vibranti dibattiti scaturiti
all'interno di un gruppo di lavoro. Tra di esse, ad esempio, la possibilità di
trasformare il personaggio di José in Giuseppe, affinché in italiano non si perdesse l'evidente riferimento evangelico, richiamato
dall'autore in tutta l'ultima parte del poema.
Il nostro gruppo di lavoro si è inoltre occupato della stesura di un glossario:
in esso sono stati analizzati alcuni termini che, pur tradotti in italiano, meritavano
una particolare attenzione e un diverso livello di approfondimento, anche in relazione
al ruolo che ricoprono all'interno del contesto di riferimento. Una nota introduttiva
di Antonio Tabucchi, infine, arricchisce l'edizione di alcune riflessioni essenziali
alla comprensione della realtà sociale del nordeste del Brasile, allargando così
la rosa dei lettori anche a coloro che non si riconoscono tra 'gli addetti ai
lavori'.
Delia Occelli, Cristiana Bambini, Laura Rocchi, Riccardo Greco
LINK CORRELATI
Link

|
|
Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
|