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Miti logiche - Fabio Donalisio, ExCogita 2007 - Nota del Redattore, Annelisa Alleva
Mandare il proprio libro a una persona che non si conosce. Fabio Donalisio aveva
recensito l’antologia Poeti russi oggi, che ho curato per i Libri Scheiwiller, su Blow up, poi mi ha fatto un’intervista
sempre in quella sede. Nei brevi messaggi che ci si scambia in quelle occasioni
mi ha raccontato di essere anche lui poeta e mi ha chiesto se poteva spedirmi
il suo libro di poesie. L’ho ricevuto con quel leggero timore che accompagna
la posta, in particolare quando ci porta il libro in versi di uno sconosciuto.
L’imbarazzo di chi non sa niente, soprattutto non sa se apprezzerà quel che vi
è scritto, se ne recepirà il messaggio.
Miti logiche è un volumetto con poche, ben scandite parole. Rade, ma pregne. Fabio riesce
a parlare di sé, a comunicare col mondo, a farsi conoscere attraverso la scrittura,
che è il primo compito di uno scrittore. Non si nasconde, non tenta d’ingannare
chi legge. Di lui sono sparsi qua e là tanti indizi: la sua scrittura autografa,
nervosa, a tratti larga, ingarbugliata. Quelle epigrafi tratte da canzoni, le
canzoni che tutti ascoltiamo e amiamo, che spesso ci influenzano senza volerlo
ammettere: Leonard Cohen. Le sue poesie somigliano ai brandelli di una narrazione,
come quando si riesce a distinguere solo qualche parola da una conversazione altrui.
La difficile ricostruzione di un oggetto fragile che è andato in frantumi, forse
lui stesso. Che fa il pendolare fra Torino e Roma, in mezzo a una quantità di
gente incontrata sul treno; che lavora, che ha delle relazioni sentimentali, e
momenti anche di solitudine, di contemplazione tranquilla da un balcone. Una vita
che somiglia sicuramente ad altre vite, con l’inquietudine e l’incertezza che
è di tanti. Dagli spostamenti continui in giro per l’Italia nascono schizzi sulle
città conosciute da vicino: Torino, Genova, Roma, delle quali l’autore riesce
a carpire l’anima con grazia e verità, conferendo a ognuna una faccia, ora integra,
ora violenta, ora corrotta. Fabio Donalisio ama definirsi seguace di Céline, ma
ha anche ascendenze classiche e italiane. Non sopporta il piccolo borghese che
mangia la marmellata lasciando la sfoglia, ma non si sente abbastanza maledetto
da potersi permettere di parlare come uno che dorme sotto i ponti, come uno che
può avere l’ultima parola.
La privazione è materia prima della poesia, ma il suo modo di parlarne – che
tende comunque, più che al battere, al levare – non è banale, perché non ha la
pretesa di essere eccentrico o trasgressivo a tutti i costi:
abituarsi ad amare un’amante
che non ha niente di strano
Forse questa è una condizione esistenziale diffusa, che ci riguarda un po’ tutti:
antiretorica, lucida, a tratti lirica, ma priva di luoghi comuni. Apprezzo sempre
trovare la gente nelle poesie degli altri. E qui la gente c’è. Le ragazze con
la pancia scoperta che s’incontrano a ogni angolo, e che lui chiama «puttanelle»,
i capi e capetti, i ladri e tristi «nati già sporchi», che si confondono naturalmente
nella nebbia, e anche chi spara e chi è morto:
Scagli lui la prima pietra
tra chi è morto
e chi ha sparato.
Lui si trova esattamente nel mezzo: fra vittima e carnefice.
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