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Macbeth - Intervista a Raul Montanari
di: Ilaria Godino
/ editore: Edizioni della Fondazione del Teatro Stabile di Torino, marzo 2007
Macbeth - William Shakespeare
Intervista a Raul Montanari
di Ilaria Godino
Macbeth è la più breve delle tragedie di William Shakespeare ed apparentemente
è un dramma tutto di azione, che si apre con il resoconto della battaglia che
consacra come eroe il protagonista. Con il procedere del testo, ogni azione implode
inesorabilmente, amplificando quelle voci che sono una parte essenziale del dramma.
Nella
struttura e soprattutto nelle scrittura Macbeth possiede una forte natura di
dramma dell’“essere” e dell’essere in modo definitivo (ad esempio: «Essere così
non è nulla, se non si è sicuramente così»). Chi è Macbeth o, meglio, chi sono
Macbeth e Lady Macbeth, oggi?
Uno scrittore mio amico ha detto che sono semplicemente un uomo in carriera e
una moglie che vuole spingerlo più in alto possibile! Naturalmente questo è molto
riduttivo. Macbeth è uno dei personaggi più attuali che possiamo trovare nel corpus
shakespeariano, molto più moderno per esempio di Amleto o Re Lear, che ci appaiono
un poco distanti nella loro diversa grandezza. Il dissidio fra pensiero e azione,
l’essere intrappolato in una rete di incubi che si chiude sempre più intorno a
lui, la disperazione, il conflitto fra ambizione e senso di giustizia, la sensazione
di essere preda di un ingranaggio infernale di fronte al quale il libero arbitrio
deve arrendersi, sono tutti elementi che fanno di Macbeth il nostro nero fratello.
È molto facile identificarsi in lui. Nonostante i suoi atti tirannici, che culminano
nel massacro di Lady Macduff, Macbeth ci manda un messaggio di infelicità, quasi
una richiesta di aiuto, che scavalca i secoli e lo apparenta curiosamente a certi
eroi del noir.
Non è simpatico come Amleto, ma certi suoi sprazzi di humour acidissimo e di
sarcasmo autoriferito costringono
lo spettatore a sospendere il giudizio negativo, a considerare questo personaggio
con una involontaria indulgenza. Qual è la natura “moderna” del potere che Macbeth
insegue? È un potere di natura essenzialmente simbolica. All’interno della società
scozzese medievale che Shakespeare descrive, pur con la consueta disinvoltura
nell’introdurre anacronismi, il re è un primus inter pares lontanissimo dall’idea
di monarchia assoluta che storicamente noi abbiamo maturato e poi respinto. Non
a caso il potere di Duncan, il suo predecessore, è fondato essenzialmente sul
suo prestigio, sulla “trasparenza” e sulla “moderazione” con cui ha
esercitato il suo ufficio regale, caratteristiche che Macbeth perde fin dal primo
minuto, a causa del regicidio che commette e della repressione che ne consegue.
La tragedia di Macbeth è un modello riconosciuto per la classica rappresentazione
cinematografica del potere criminale, mafioso, che vede un soggetto emergere da
una lotta di spartizione, compiere una breve, ebbra parabola autocratica e finire
ammazzato dai suoi ex alleati o sudditi. Macbeth è Scarface. Ma è anche un generale
che ha compiuto un colpo di stato, un uomo che usa i servizi segreti (si vanta
di avere un suo fedelissimo nella casa di ognuno dei baroni potenziali ribelli).
Qual è la natura “moderna” del potere che Macbeth insegue?
È un potere di natura essenzialmente simbolica. All’interno della società scozzese
medievale che Shakespeare descrive, pur con la consueta disinvoltura nell’introdurre
anacronismi, il re è un primus inter pares lontanissimo dall’idea di monarchia
assoluta che storicamente noi abbiamo maturato e poi respinto. Non a caso il potere
di Duncan, il suo predecessore, è fondato essenzialmente sul suo prestigio, sulla
“trasparenza” e sulla moderazione” con cui ha esercitato il suo ufficio regale,
caratteristiche che Macbeth perde fin dal primo minuto, a causa del regicidio
che commette e della repressione che ne consegue. La tragedia di Macbeth è un
modello riconosciuto per la classica rappresentazione cinematografica del potere
criminale, mafioso, che vede un soggetto emergere da una lotta di spartizione,
compiere una breve, ebbra parabola autocratica e finire ammazzato dai suoi ex
alleati o sudditi. Macbeth è Scarface. Ma è anche un generale che ha compiuto
un colpo di stato,
un uomo che usa i servizi segreti (si vanta di avere un suo fedelissimo nella
casa di ognuno dei baroni potenziali ribelli).
Valter Malosti lavora da anni con grande abilità a spaccati di contemporaneità
attraverso la scelta degli autori (Walsh, Wilson, Dowie, Fosse) o la rilettura
dei classici. Come avete lavorato su Macbeth?
All’inizio Valter, con molta galanteria, mi ha chiesto di “abitare il testo con
le mie visioni”. Gli ho risposto che era meglio diffidare delle mie visioni, che
bastava tradurlo, e lui è stato d’accordo. In seguito abbiamo trovato insieme
alcuni filoni di significato che nel testo erano rimasti finora latenti, ed è
stato entusiasmante farli vivere con piccole scelte di traduzione che diventano
grandi scelte di regia. Citerei fra tutti, anche per completare la risposta a
una domanda precedente, la figura incredibilmente ambigua di Lady Macbeth ove
la si consideri come padrona di casa. È una padrona compiacente fino all’indecenza,
che ha una familiarità palese con la camera da letto del re Duncan e si intrattiene
a ubriacarsi con i suoi guardiani, ed è sconcertante che Duncan le faccia recapitare
attraverso Banquo e il marito un gioiello preziosissimo in dono, come se dovesse
venire ripagata per questa sua generosa ospitalità... D’altronde le uniche parole
seduttive che vengono pronunciate in tutta la tragedia sono proprio quelle che
Duncan le rivolge al suo arrivo al castello. Anche qui si ritrova un elemento
antropologico che poi diventerà subcultura di potere in ambito sia aziendale sia
mafioso: il capo possiede carnalmente le donne dei sottoposti, ribadisce così
il suo potere nell’ordine simbolico.
La scrittura shakespeariana è forte, fatta di termini secchi e precisi, che impongono
una scansione decisa alla frase. Come ha reso la ritmicità del testo?
C’è una regola semplicissima che vale non solo per Shakespeare ma per qualunque
traduzione di classici; personalmente l’ho scoperta lavorando su Seneca e Sofocle,
ma anche su autori contemporanei potentissimi come l’americano Cormac McCarthy.
Non bisogna mai cedere alla tentazione di sublimare il linguaggio, di staccarlo
da terra. Un grande scrittore, qualunque grande scrittore, o è materico o non
è. C’è una carnalità, una corporeità terrigna che apparenta la scrittura di Shakespeare
a quella dei tragici greci, all’epica, al grande romanzo moderno. Questi autori
non vanno né tradotti né recitati mettendosi addosso la toga: bisogna strapparsela
ed essere nudi insieme a loro e alle loro parole martellate sull’incudine. È incredibile
quanto sia facile infilarsi nella trappola di un italiano aulico, altisonante,
volgarmente retorico: si tratta di un meccanismo che scatta automaticamente e
dal quale ci si deve difendere facendo un lavoro di sottrazione, più che di aggiunzione:
bisogna parlare il linguaggio e non venirne parlati, non essere passivi davanti
alle circonvoluzioni retoriche che subito ti si presentano come l’incarnazione
adeguata, “naturale”, di un’idea di dignità linguistica infondata, fumosa, nata
morta. Le scelte di traduzione devono essere le più semplici possibile; e, nel
caso si abbia l’ambizione di preparare un testo che dovrà essere recitato sulla
scena e non solo studiato nelle aule universitarie, il criterio fondamentale dovrà
essere quello dell’intonabilità. La parola, il verso, la frase devono essere intonabili
dall’attore, cioè avere una plasticità incisiva e tagliente, basata sulla prosodia,
sui valori ritmici che lei giustamente chiamava in gioco nella domanda.
Da scrittore, che traccia lascia sui testi che traduce?
Nessuna. Sono loro che lasciano traccia su di me. Aspiro a un’obiettività inumana
e mi preoccupa un po’ la facilità con cui mi pare ottenibile.
Macbeth non potrebbe arrivare alla cima della vetta senza Lady Macbeth e la sua
feroce determinazione («Io ho allattato e so com’è tenero amare il bimbo che mi
poppa... Io gli avrei strappato il capezzolo dalle gengive sdentate e gli avrei
fracassato il cervello, se avessi giurato come hai giurato questo»). I due sono
ossessionati dal “fare”, verbo che torna insistentemente nelle pagine di Shakespeare.
Oltre ad “essere” è questo l’altro nodo dell’azione?
Certo. Non solo il verbo fare ma i suoi equivalenti nominali (act e deed, il
“fatto”) ritornano ossessivamente per tutto il dramma, sempre con una connotazione
sinistra. Il problema di Macbeth è prima indursi al fare; poi fare in modo appropriato
ciò che va fatto; infine gestire le conseguenze di ciò che è stato fatto. Macbeth
fallisce in tutti e tre i compiti. Basta notare che per uccidere il re ha bisogno
della spinta determinante di sua moglie, anzi della sua collaborazione fattiva.
Quando poi prende un’iniziativa personale di cui la Lady non sa nulla, l’assassinio
di Banquo, finisce solo per peggiorare ancora la propria situazione.
Tornando a Lady Macbeth e allo sviluppo della tragedia, secondo lei quest’ultimo
è veramente nelle sue mani o anche altri personaggi ne sono in qualche modo responsabili
(Duncan che invece di festeggiare Macbeth e dargli la soddisfazione di una festa
tutta per lui approfitta di quel momento per indicare il figlio quale successore,
Banquo che crede sotto sotto alla profezia, ecc...)
Tutti i personaggi sono ambigui e tessono il filo che porta alla catastrofe.
Agli esempi giustissimi che lei fa aggiungerei il comportamento odioso di Malcolm,
l’imprudenza quasi criminale di Macduff che abbandona moglie e figli per correre
in aiuto al nuovo potere che si prepara a prendere piede (e sua moglie glielo
rimprovera amaramente, prima di venire uccisa, arrivando a denigrare il marito
agli occhi del figlioletto). Questa è una tragedia del chiaroscuro in cui non
esiste un solo personaggio interamente positivo.
Quale, tra le tante immagini del dramma, le è sembrata la più forte, vivida?
È proprio impossibile fare una scelta. Forse la notte terrificante del regicidio,
con i due assassini quasi impazziti, balbettanti esecutori di un piano che ormai
li sovrasta, Macbeth che vorrebbe pregare e non riesce, la Lady che avrebbe ammazzato
di sua mano il re, “non fosse che nel sonno assomigliava tanto a mio padre”.
Quali termini o espressioni ricorrono maggiormente nel testo?
Anzitutto il fare di cui abbiamo già parlato, un verbo astratto che ha il suo
corrispettivo concreto nel fatto (act, deed) e nella mano che compie o deve compiere
il fatto: la mano che si macchia di sangue e diventa indizio di colpevolezza,
la mano che Macbeth vorrebbe far agire quasi di volontà propria, meccanicamente,
senza che il terribile pensiero, con la sua invadenza e i suoi tempi lunghi, inquini
la violenta purezza del suo agire. Abbondano poi le immagini notturne, cosa non
strana considerando che molta dell’azione si svolge dentro una notte che è anzitutto
notte della coscienza, luogo deputato allo scatenamento di forze malefiche. Un
altro lessema frequente è fear (paura, temere), ed è sorprendente osservare che
il soggetto di questa paura è innanzitutto Macbeth: il tiranno, l’omicida, non
è tanto un uomo che fa paura agli altri quanto un uomo che prova paura. Ci sono
poi anche qui, come nelle altre tragedie maggiori, le classiche ricorrenze metaforiche
che Shakespeare sviluppa per tutto il testo, facendole emergere in situazioni
molto diverse fra loro: il vestiario (inteso in senso ampio come dato esistenziale,
come status che può non corrispondere all’essenza dell’individuo); l’immagine
del piantare e dare frutto, buono o cattivo; l’alternanza salute/ malattia/cura.
Intervista pubblicata sul programma di sala dello spettacolo Macbeth, edizioni
della Fondazione del Teatro Stabile di Torino, marzo 2007
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