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L'orecchio interno. Tradurre Georges Perec


Con il seducente titolo «L’orecchio interno. Tradurre Georges Perec» è stato presentato, presso la Biblioteca Universitaria di Pisa, un romanzo del periodo pre-oulipiano dell’autore, Un uomo che dorme (Quodlibet). Relatori: Hélène de Jacquelot, Gregorio De Paola, Antonietta Sanna e Jean Talon Sampieri.
De Paola, inizia sottolineando la lentezza di Perec, quella che permette di prendersi il tempo di porre domande sul senso delle cose. La fretta, afferma, ha fatto sparire la dimensione linguistica della comunicazione e solo la consapevolezza della lingua dà un senso alle cose, rende possibile il comunicare. Inoltre, parliamo di comunicare dal francese, quindi di tradurlo, il che è molto significativo. Qualche anno fa, Croce avrebbe detto che non si traduce dal francese perché essendo la lingua della cultura, non era necessario. Questa esigenza è sintomo della prevalenza che oggi ha la lingua normalmente utilizzata che definisce una specie di esperanto, di lingua utilitaria del nonsenso, di lingua neutra. Il francese è la prima vittima dell’imperialismo linguistico, afferma. La traduzione pone davanti al fatto della distanza e della possibilità. C’è una necessità di riconquista di una parte della nostra cultura che rischia di essere travolta dalla lingua franca universale. Per De Paola tradurre è sedurre perché presuppone l’essenziale distanza, l’abitare la lontananza. Per tutto ciò, chiede a Jean Talon Sampieri, traduttore Quodlibet del romanzo di Perec: « Perché tradurre Pérec? Qual è il prezzo che si paga a tradurlo nella duplice veste di operatore culturale e traduttore?» Talon Sampieri risponde con una tesi che ha come fulcro la ‘connivenza’ del traduttore con l’opera tradotta. Il mondo della comunicazione non è mai stato così facile, accessibile, come oggi, dice. Teniamo in considerazione però che più la diffusione del messaggio si estende, più il messaggio si dissolve. Si tratta di un assioma, secondo la tesi del linguista Pierre Guyot. Tradurre quindi è porsi di fronte a un attrito, alla densità del testo letterario, spesso vissuto come un errore. Si direbbe dunque che il traduttore deve piallare, addomesticare, mantenendo l’estraneità. Tradurre vuol dire traghettare a sé qualcosa di estraneo, «albergare nella lontananza», come recita il titolo del saggio sulla traduzione di Antoine Berman La traduzione e la lettera o l’albergo nella lontananza (Quodlibet, a cura di Gino Giometti). Ma tradurre è anche consegnare alle autorità, tradire. In questa esperienza ogni volta diversa che è la traduzione, non si è solo servo di due padroni, testo di partenza e testo di arrivo, ma anche di altri: del traghettare, dell’albergare, del consegnare. Oggi si predilige la fedeltà, intesa come rispetto all’autorità del testo. Non si può, ciononostante, ignorare l’autorità della lingua d’arrivo e quella della voce del traduttore. Per tutto ciò, afferma Talon Sampieri, tradurre è, innanzi tutto, «connivenza», la letteratura lo è. Da qui che non tutti possono tradurre tutto. Tradurre richiede l’adesione ossessiva all’autore propria dell’innamoramento, la condivisione della natura di amante che ha qualcosa di clandestino, che è un po’ deviante. Tradurre è mettere le mani addosso all’autore, avere su di lui uno sguardo così ravvicinato da rasentare l’osceno. La traduzione scorre sul filo della negoziazione e del conflitto nell’appropriarsi dell’altrui operato. E dalla ricerca delle parole giuste, se ne esce sconfitti perché non esiste una parola giusta, da qui la perdita che comunque avviene. Per dirla con Perec, tradurre è un lavoro fluido, impalpabile, una passeggiata nel paese delle parole in cui si privilegia l’intuizione, la trovata, bighellonando oziosamente, lasciando svolazzare la propria attenzione a mille parole.
Un uomo che dorme è un romanzo sull’indifferenza di cui Perec aveva scritto tre finali: l’esilio, il suicidio, la normalità. Scelse l’ultimo: il protagonista si siede ad aspettare. Rien ne sert de rien, cependant tout arrive.









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