
Ma
liquidare confina con
sublimare?
Chissà perché, ho l'impressione che Kertész sia stato, come accade a molti scrittori,
più volte frainteso: troppo pigri per uscire allo scoperto abbandonando la comoda
dimensione della prima lettura (letterale), molti dei suoi lettori preferiscono
leggere nei suoi scritti la poco entusiasmante avventura di un uomo che attraversa
la Storia, senza poter fare affidamento su un proprio destino, e passa per una
serie di fallimenti che corrispondono - più o meno convincentemente - ai fallimenti
dell'umanità del ventesimo secolo. Anche così sarebbe abbastanza, ma credo che
il nostro si meriti di più:
Liquidazione è quindi soltanto l'ultimo atto di una lunga riflessione che attraversa probabilmente
tutti i suoi scritti e che è - in maniera caratteristica per la narrativa ungherese
del Novecento - incentrata sul rapporto dello scrittore con la propria opera.
Già in
Fiasco - che ha una contiguità anche sinonimica con questo romanzo - Kertész si era
interrogato sulla vanità della scrittura, incentrando il romanzo su una figura
chiaramente allusiva al mito di Sisifo: in
Liquidazione la riflessione passa dal generale al particolare, addirittura fino a considerare
l'inutilità dei vari generi letterari, fino a mettere in discussione persino la
validità della
letteratura della memoria, quella di cui fa parte - apparentemente -
Essere senza destino.
Il protagonista è - apparentemente - un certo Keseru (che in ungherese significa
- tra l'altro -
amaro,
acerbo), uno "specialista" della letteratura, amico di B. (sicuramente da Berg, uno
dei personaggi-chiave di
Fiasco) che gli ha lasciato una scomoda eredità letteraria: da una parte una commedia
(o tragedia?) intitolata
Liquidazione, che rappresenta il piano storicizzato, la lettura di primo grado della
fictio che ci viene raccontata; dall'altra un'opera
perfetta, forse un romanzo, che però non potremo mai leggere, perché è stata distrutta,
per ordine di B., dalla sua exmoglie, Judit. Questa opera
perfetta, di cui avevamo già letto in
Fiasco, è al centro della riflessione di Kertész, non soltanto come tentativo di analisi
di una letteratura scritta e letta da un essere che - apparentemente - coincide
con se stesso (o quantomeno si differenzia nel tempo), ma soprattutto come illustrazione
di un paradosso - apparentemente - banale, quello per cui chi scrive della vanità
e della inutilità della scrittura, afferma e confuta nello stesso tempo qualsiasi
ordine di tesi a proposito, mediante l'atto stesso di scrivere!
Il lettore di queste righe avrà sicuramente notato che chi scrive utilizza in
maniera - apparentemente - fastidiosa un avverbio, apparentemente - appunto! -,
che ha il compito di porre continuamente in dubbio il corso lineare di quanto
si sta trattando, di insinuare in chi legge il dubbio ed il sospetto, che quanto
sinora detto abbia - non soltanto apparentemente - diverse possibilità di lettura:
è un tentativo di citazione indiretta di una delle caratteristiche principali
dello stile dello scrittore ungherese di cui stiamo parlando, e che dovrebbe essere
tenuta presente anche dal lettore che non conosce né la lingua ungherese né la
complessità della prosa ungherese, ricca di sperimentazioni e di registri affermatisi
soprattutto nella narrativa dell'ultimo secolo. Non è certamente la leggibilità
dello "stile" di Kertész ad attirare l'attenzione del lettore ungherese, ma piuttosto
il suo modo di inserirsi nelle sperimentazioni della scrittura letteraria, ben
codificate e canonizzate anche rispetto ai riferimenti metaletterari e metalinguistici.
Un'altra caratteristica pregnante del linguaggio di Kertész è la penetrante aura
di dolore che illumina la sua scelta lessicale, e che proprio in questo romanzo
viene immortalata nella sequenza in cui si parla delle fobie nascoste in alcune
parole: senza cimentarmi in elucubrazioni filologiche fuori luogo, vorrei ricordare
che la lingua ungherese (che non è una lingua esente da contaminazioni!) ha conservato
alle proprie parole uno spessore di significato che definirei confinante con la
sensorialità tattile, e che si estende alla storia contemporanea di questa lingua
che, a differenza - per esempio - dell'italiano, è estremamente produttiva, ovvero
ha una capacità di proliferazione morfologica unica, legata sicuramente alla sua
geometricità.
A chi voglia approfondire l'argomento senza doversi impelagare in complicate
ricerche bibliotecarie di grammatiche ormai introvabili, consiglio di leggere
Budapest di Chico Buarque, che racconta - apparentemente - la storia di uno scriba brasiliano
che si innamora della lingua ungherese e riesce ad impadronirsene a tal punto
da dominarla perfettamente, sia pure negli angusti schemi della letteratura ufficiale:
potrei addirittura consigliare di non leggere Budapest prima di aver letto
Fiasco e
Liquidazione, perché proprio le caratteristiche che lo scrittore brasiliano impianta nel
personaggio di Costa, sono particolarmente kertesziane!
E infine il titolo:
liquidazione e
sublimazione mi sembrano (ma questo vale solo per l'italiano!) due termini tanto prossimi
alla sovrapposizione chemio-letteraria, da postulare una riflessione di secondo
grado (in quanto assente dal testo originale) sulla capacità della scrittura di
rendersi aerea nonostante o proprio in virtù del fallimento a cui viene condannata
da Kertész, traduttore anche lui (dal tedesco): veloce e tremante come Sisifo,
arranca in salita e vola in discesa, spinta dal vano desiderio di portare in alto
parole pesanti come macigni!
Un esempio dello spessore semantico di alcuni termini potrebbero essere la parola
írás, ed il suo composto
írástudó: nel romanzo si accenna infatti alla capacità che la scrittura (
írás) ha di tenere insieme il mondo ormai ridotto ad un ammasso di parti irrelazionate,
e a come la scrittura si riveli davvero efficace in questa sua funzione, se esercitata
non semplicemente da uno scrittore (
író), ma da uno scriba (
írástudó), cioè da parte di chi possiede il segreto della scrittura (
írás-tudó= conoscitore della scrittura). È molto importante, nel testo ungherese, il richiamo semantico che ha origine
dalla polisemia del verbo
tud, che significa - come del resto in molte altre lingue -
sapere anche nel senso di
essere capace,
potere: mediante un solo lemma, dunque, entriamo in un universo che sarebbe difficile
restituire immutato, anche per la diversa tradizione di letture bibliche esistente
tra italiani ed ungheresi.