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Liquidazione
di: Imre Kertész / editore: Feltrinelli (2005)
traduttore: Antonio Donato Sciacovelli - Traduzione dall'ungherese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Antonio Donato Sciacovelli

 
Nota del Traduttore

Ma liquidare confina con sublimare?
Chissà perché, ho l'impressione che Kertész sia stato, come accade a molti scrittori, più volte frainteso: troppo pigri per uscire allo scoperto abbandonando la comoda dimensione della prima lettura (letterale), molti dei suoi lettori preferiscono leggere nei suoi scritti la poco entusiasmante avventura di un uomo che attraversa la Storia, senza poter fare affidamento su un proprio destino, e passa per una serie di fallimenti che corrispondono - più o meno convincentemente - ai fallimenti dell'umanità del ventesimo secolo. Anche così sarebbe abbastanza, ma credo che il nostro si meriti di più: Liquidazione è quindi soltanto l'ultimo atto di una lunga riflessione che attraversa probabilmente tutti i suoi scritti e che è - in maniera caratteristica per la narrativa ungherese del Novecento - incentrata sul rapporto dello scrittore con la propria opera. Già in Fiasco - che ha una contiguità anche sinonimica con questo romanzo - Kertész si era interrogato sulla vanità della scrittura, incentrando il romanzo su una figura chiaramente allusiva al mito di Sisifo: in Liquidazione la riflessione passa dal generale al particolare, addirittura fino a considerare l'inutilità dei vari generi letterari, fino a mettere in discussione persino la validità della letteratura della memoria, quella di cui fa parte - apparentemente - Essere senza destino.
Il protagonista è - apparentemente - un certo Keseru (che in ungherese significa - tra l'altro - amaro, acerbo), uno "specialista" della letteratura, amico di B. (sicuramente da Berg, uno dei personaggi-chiave di Fiasco) che gli ha lasciato una scomoda eredità letteraria: da una parte una commedia (o tragedia?) intitolata Liquidazione, che rappresenta il piano storicizzato, la lettura di primo grado della fictio che ci viene raccontata; dall'altra un'opera perfetta, forse un romanzo, che però non potremo mai leggere, perché è stata distrutta, per ordine di B., dalla sua exmoglie, Judit. Questa opera perfetta, di cui avevamo già letto in Fiasco, è al centro della riflessione di Kertész, non soltanto come tentativo di analisi di una letteratura scritta e letta da un essere che - apparentemente - coincide con se stesso (o quantomeno si differenzia nel tempo), ma soprattutto come illustrazione di un paradosso - apparentemente - banale, quello per cui chi scrive della vanità e della inutilità della scrittura, afferma e confuta nello stesso tempo qualsiasi ordine di tesi a proposito, mediante l'atto stesso di scrivere!
Il lettore di queste righe avrà sicuramente notato che chi scrive utilizza in maniera - apparentemente - fastidiosa un avverbio, apparentemente - appunto! -, che ha il compito di porre continuamente in dubbio il corso lineare di quanto si sta trattando, di insinuare in chi legge il dubbio ed il sospetto, che quanto sinora detto abbia - non soltanto apparentemente - diverse possibilità di lettura: è un tentativo di citazione indiretta di una delle caratteristiche principali dello stile dello scrittore ungherese di cui stiamo parlando, e che dovrebbe essere tenuta presente anche dal lettore che non conosce né la lingua ungherese né la complessità della prosa ungherese, ricca di sperimentazioni e di registri affermatisi soprattutto nella narrativa dell'ultimo secolo. Non è certamente la leggibilità dello "stile" di Kertész ad attirare l'attenzione del lettore ungherese, ma piuttosto il suo modo di inserirsi nelle sperimentazioni della scrittura letteraria, ben codificate e canonizzate anche rispetto ai riferimenti metaletterari e metalinguistici. Un'altra caratteristica pregnante del linguaggio di Kertész è la penetrante aura di dolore che illumina la sua scelta lessicale, e che proprio in questo romanzo viene immortalata nella sequenza in cui si parla delle fobie nascoste in alcune parole: senza cimentarmi in elucubrazioni filologiche fuori luogo, vorrei ricordare che la lingua ungherese (che non è una lingua esente da contaminazioni!) ha conservato alle proprie parole uno spessore di significato che definirei confinante con la sensorialità tattile, e che si estende alla storia contemporanea di questa lingua che, a differenza - per esempio - dell'italiano, è estremamente produttiva, ovvero ha una capacità di proliferazione morfologica unica, legata sicuramente alla sua geometricità.
A chi voglia approfondire l'argomento senza doversi impelagare in complicate ricerche bibliotecarie di grammatiche ormai introvabili, consiglio di leggere Budapest di Chico Buarque, che racconta - apparentemente - la storia di uno scriba brasiliano che si innamora della lingua ungherese e riesce ad impadronirsene a tal punto da dominarla perfettamente, sia pure negli angusti schemi della letteratura ufficiale: potrei addirittura consigliare di non leggere Budapest prima di aver letto Fiasco e Liquidazione, perché proprio le caratteristiche che lo scrittore brasiliano impianta nel personaggio di Costa, sono particolarmente kertesziane!
E infine il titolo: liquidazione e sublimazione mi sembrano (ma questo vale solo per l'italiano!) due termini tanto prossimi alla sovrapposizione chemio-letteraria, da postulare una riflessione di secondo grado (in quanto assente dal testo originale) sulla capacità della scrittura di rendersi aerea nonostante o proprio in virtù del fallimento a cui viene condannata da Kertész, traduttore anche lui (dal tedesco): veloce e tremante come Sisifo, arranca in salita e vola in discesa, spinta dal vano desiderio di portare in alto parole pesanti come macigni!
Un esempio dello spessore semantico di alcuni termini potrebbero essere la parola írás, ed il suo composto írástudó: nel romanzo si accenna infatti alla capacità che la scrittura (írás) ha di tenere insieme il mondo ormai ridotto ad un ammasso di parti irrelazionate, e a come la scrittura si riveli davvero efficace in questa sua funzione, se esercitata non semplicemente da uno scrittore (író), ma da uno scriba (írástudó), cioè da parte di chi possiede il segreto della scrittura (írás-tudó= conoscitore della scrittura). È molto importante, nel testo ungherese, il richiamo semantico che ha origine dalla polisemia del verbo tud, che significa - come del resto in molte altre lingue - sapere anche nel senso di essere capace, potere: mediante un solo lemma, dunque, entriamo in un universo che sarebbe difficile restituire immutato, anche per la diversa tradizione di letture bibliche esistente tra italiani ed ungheresi.

Antonio Donato Sciacovelli








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