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LIBRERIA

Libreria "La Central" di Barcellona
di: Ana Ciurans Ferrandiz e Fabio Donalisio

La Central del Mundo

La Central, nata dieci anni fa nel cuore dell’Eixample di Barcellona, è una libreria internazionale europea, multilingue e cosmopolita. Nella libreria La Central del Raval, la mia preferita delle tre che ci sono a Barcellona, si respira un circolare di flussi informativi in tutte le lingue, di comunità di nuovi nomadi che si spostano e che la trasformano continuamente. Come dice Antonio Ramirez, l’anima della libreria che ha gentilemente risposto alle nostre domande, "La Central è uno spazio di intermediazione (…) per facilitare l’incontro tra i libri e il loro pubblico (…) uno scenario, una cassa di risonanza dove si concrentrano e riflettono i flussi d’informazione (…). Indipendente (alle correnti) e resistente (alle catene commerciali) La Central offre il piacere di godere di una delle più deliziose istituzioni civili concepite per la cultura europea del XX secolo, la libreria. Qui da dove vieni o dove vai non ha importanza, il popolo dei lettori è sempre un viaggiatore accolto con squisita ospitalità".

A.C/F.D.- La Central è una libreria con una forte personalità. Come è nata l’idea? Quali sono i concetti che stanno dietro questa libreria? Una sorta di manifesto programmatico?
A.R.- Bene, leggi il nostro decalogo. La Central è nata dieci anni fa, nel cuore del Eixample di Barcellona in un seminterrato modernista. Nacque tra premonizioni che annunciavano la fine delle librerie e diventò grande tra arringhe che proclamavano la morte del libro. Ci siamo lasciati guidare dall’intuizione.

A.C/F.D.- Qual è il tuo compito all’interno di La Central? Di quanta autonomia disponi nella scelta dei titoli?
A.R.- Autonomia?  Completa. Si tratta di cercare un equilibrio tra qualità e redditività. Solo questo.
 
A.C/F.D.- Libri in lingua originale e libri tradotti. La traduzione è un’operazione complessa piena di sfumature, in narrativa e soprattutto in poesia. Qual è la tua idea di traduzione? La poesia si può tradurre?
A.R.- Credo che se fosse vero che la poesia è intraducibile lo dovrebbe anche essere il fatto che risulti illeggibile in una lingua che non sia la lingua madre, o al meno, in una lingua nella quale non siamo capaci di scrivere. A mio avviso il traduttore è imprescindibile, anche se conosciamo bene altre lingue; il traduttore assieme allo sforzo di tradurre, di vagliare letture e sfumature. Forse l’umore è la cosa più intraducibile. E la musica. E chi dice umore dice anche metafore e analogie; e chi dice musica, dice il ritmo. Cioè forse la poesia è intraducibile, ma non c’è un altro modo di conoscere le sfumature della nostra lingua e i suoi limiti. Insomma, suppongo che la buona letteratura sia quella che tenta di dire ciò che non è stato ancora detto. Tutto è traducibile ma ogni autore ha bisogno di un traduttore che sia alla sua altezza.
 
A.C/F.D.- Tra i libri che si trovano negli scaffali italiani ci sono scelte irregolari come Fenoglio o Ceronetti, conosciuti ma non molto considerati persino in Italia, e gli immancabili Baricco e Tabucchi. Qual è l’intruso? Quali sono i tuoi autori indispensabili in lingua italiana?
A.R.- Un libraio non deve mai scegliere i libri secondo un suo canone personale, né una sua gerarchia personale. Lo deve fare partendo dalla conoscenza che ha dei suoi clienti e dalla volontà di convocare lettori con “certe” caratteristiche. Cioè, con certe preferenze, criteri e gusti, con certe traiettorie. E deve essere capace di intrecciare traiettorie diverse. Un libraio non è un critico letterario, ma qualcuno capace di anticipare le possibili letture di una serie di comunità di lettori che conosce e che lo conoscono.
 
A.C/F.D.- L’editoria è in mano a pochi colossi dall’aspetto di multinazionali, o quasi. Sotto questa cappa si muove un fitto sottobosco di piccola editoria molto interessante, ma spesso soffocata dal monopolio di mercato dei grandi. Che spazio dà La Central alla piccola editoria indipendente oppure che iniziative prende per potenziarla?
A.R.- Una parte della nostra attività è “al negativo”. Cioè, evitare la pressione dei grandi gruppi, conservare le novità che riteniamo di valore per i nostri lettori al di là dei termini che il mercato impone, potenziare, diffondere i titoli delle case editrici che non hanno un budget per promozionarli, neutralizzare le campagne pubblicitarie dei grandi, ecc.
 
A.C/F.D.- E’ vero, come spesso viene ripetuto in Italia, che la gente non legge? Se sì, dove stanno le cause? Pigrizia? Mancanza sul mercato di proposte interessanti?
A.R.- Sembra chiaro che i giovani leggono di meno. Ma è anche vero che le proposte che vogliono arrivare a un pubblico di massa non riescono ad agganciare nuovi lettori…Qualcosa che constatiamo giorno dopo giorno è che risulta più facile costruire nuovi lettori con proposte classiche che con le cosiddette letture “leggere” o “facili”. E’ più facile che alcuni adolescenti leggano Boris Vian o Baudelaire piuttosto che Dan Brown e simili. Quello che conta è che ognuno scelga la sua rotta, intuisca le sue preferenze e questo è possibile solo se tutte le possibilità sono aperte. Quando i classici o le opere particolari sono esaurite, tradotte male, care e difficili da rintracciare, come succede in Spagna, quando l’unica cosa che ci viene offerta è standardizzata e uniforme, è chiaro che risulta difficile sedurre i nuovi lettori.
 
A.C/F.D.- Nello scaffale poesia italiana saltano agli occhi titoli importanti come La meglio gioventù di Pasolini e le opere di Luzi. Grandi poeti consacrati. Nella poesia in lingua inglese invece c’è in bella mostra un libro dalla copertina rossa di S. Armitage. La poesia dovrebbe essere una fonte di vitalità e di conoscenza e non (non solo almeno) di accademia. Ci sono poeti giovani in Catalunya e in Spagna? Li incoraggiate? E’ possibile trovare un nuovo mercato per la poesia? In Italia tra mille stenti alcuni poeti fanno la loro battaglia per essere letti. Ne conosci qualcuno? Quali sono i paesi in cui è più florida, se c’è, una scena poetica?
A.R.- In Catalunya, grazie all’attenzione specifica per la questione linguistica, la poesia gode di una curiosa vitalità. E’ sempre minoritaria ma concentrata. I circoli di poeti si conoscono (e si confrontano) a distanza ravvicinata. Sono, devono esserlo, compratori di libri. Sono buoni clienti, si danno appuntamento in libreria e la visita forma parte di un rito. Fanno parte del circolo di lettori intensivi che costituisce un nucleo basilare per noi. Noi librai impariamo da loro, ci fanno scoprire autori e raccolte; quest’informazione la trasmettiamo ai nuovi lettori e così generiamo uno spazio che è più di riconoscimento che di conoscimento.

A.C/F.D.- Quali sono le prossime iniziative di La Central? In che direzione vi muovete? La presentazione dei libri da parte degli autori funziona ancora? Solo per autori affermati o anche per i piccoli e gli esordienti? C’è pubblico per i libri di nicchia?
A.R.- Le cose sono sempre più difficili. Le presentazioni sono un genere molto esaurito ma inevitabile. La necessità di rinnovamento è ineludibile. Bisogna pensare a cambiamenti e stiamo preparando in questo senso qualcosa di cui non posso ancora parlare. La questione fondamentale è riuscire a essere sempre nell’immaginario del pubblico lettore. Pochi rispondono per bisogno, i più vengono a cercare nuove letture – dare un’occhiata, curiosare, lasciarsi sedurre, non solo comprare – per puro piacere. La libreria deve diventare uno spazio per il gioco. Qualcosa del genere.

Ana Ciurans
Fabio Donalisio









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