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La libreria di José Fontana
di: Alessandra Zuliani
La Libreria questa volta è spuntata dalle pagine di un romanzo di Alberto Nessi, La prossima settimana, forse (Casagrande). Nel suo modo originalissimo di documentare storie di migranti, Nessi ci
riporta nell’antica libreria Bertrand di Lisbona, all’epoca frequentata da scrittori
e politici quali Eça de Queiroz, amico del libraio José Fontana, capitato a Lisbona
da genitori ticinesi
e in più librai, i Bertrand.
Gli avvenimenti dell’epoca preoccupano fortemente José, La prossima settimana, forse è stato il suo motto di speranza in attesa di una
rivoluzione… Questa libreria
veramente esistita, esiste ancora. La presentiamo nella bella recensione di Alessandra Zuliani, traduttrice dal portoghese.
«Mi chiamo José, ho trentun anni, faccio il libraio a Lisbona. Sono malato di
polmoni e voglio cambiare il mondo». Così esordisce José Fontana, emigrante ticinese
dell’Ottocento nella capitale portoghese e voce narrante del romanzo. Nessi ha
compiuto un lungo viaggio alla riscoperta di questo personaggio, attraverso un’eredità
di luoghi e documenti dimenticati e fa raccontare la storia al protagonista stesso,
in una sorta di confessione post-mortem che ne ripercorre gli ultimi sette anni
di vita, dal 1850 al 1857. Alla narrazione si alternano alcune pagine in corsivo:
si tratta di momenti in cui il narratore si rivolge direttamente all’autore e
lo invita a confrontarsi con se stesso: «Che fai dalle mie parti? Forse cerchi
me, negli altri. Vuoi trovare un po’ del mio viso nella fisionomia degli uomini
dei quartieri popolari, come fanno gli scrittori che inseguono fantasmi. Oppure
sei alla ricerca di te stesso? Ti vedo inquieto, pieno di dubbi, di domande inespresse».
Un’attenta scelta stilistica che assume una duplice funzione: da una parte conferisce
alla scrittura un ritmo dinamico, dall’altra dà voce alla coscienza dell’autore
stesso, che riflette sulla ricerca che lo ha portato a Lisbona. Si crea così un
gioco dialogico, una simbiosi tra l’autore e la voce narrante, che coinvolge il
lettore e lo accompagna nella scoperta della vita di un “senza patria”, come si
definisce il protagonista stesso.
José Fontana è nato a Cabbio, «una melagrana spaccata in due», e proviene da
una famiglia di librai insediatisi a Lisbona nel XVIII secolo. Dopo aver trascorso
alcuni anni in Francia, a Le-Locle, «loculo, freddo tombale», con la madre e la
sorella, dove ha svolto l’attività di orologiaio, giunge a Lisbona in piena industrializzazione
e inizia a lavorare nella libreria Bertrand come tipografo e libraio: «Come mai
sono capitato a Lisbona in mezzo ai libri? Ho deciso di raccontare anche questo,
prima che sia troppo tardi. Sono nato a Cabbio, ma in paese, quand’ero bambino,
ci chiamavano i portoghesi. Mia madre era di una famiglia di librai che dalla
Francia si erano trasferiti in Portogallo, i Bertrand. Mio padre, anch’egli immigrato
a fare il commerciante di libri, l’aveva sposata qui a Lisbona, dov’era vissuto
a lungo prima di tornare a vivere con moglie e due figlie nel suo paese della
svizzera italiana (…). Lisbona mi è entrata subito nel sangue, quando anch’io
da emigrante sono arrivato con il piroscafo a Cais do Sodré, dopo avere lasciato
il Giura, dove mi ero trasferito dal Cantone Ticino».
Partecipa presto alle vicende politiche e culturali della città ed entra a far
parte della “Geração de 70”, un gruppo di giovani intellettuali della fine del
XIX secolo guidato da Antero de Quental, colonna portante del movimento («Antero
ha un muscolo che altri non hanno»), costituito tra gli altri da Eça de Queiroz
(«il compagno Eça»), Ramalho Ortigão, Teófilo Braga e Guerra Junqueiro, eredi
del socialismo utopico di Proudhon di inclinazione anti-clericale. José prende
parte attiva alle agitazioni operaie e ai cenacoli socialisti, animato da una
forte preoccupazione sociale generata dagli avvenimenti politici dell’Europa dell’epoca
e dalla propria esperienza operaia. Questo sentimento di compartecipazione con
i più deboli ha radici lontane: «Vedevo lo stroppio e diventavo stroppio anch’io.
È forse allora, nelle stalle dell’infanzia che è nata la mia zoppitudine. Sentirsi
zoppo con gli zoppi, balbuziente con i balbuzienti, misero con i miseri». Splendido
il concetto di «zoppitudine», termine forse coniato su solitudine, che dà forma
allo stato d’animo di José e, secondo il procedimento ironico che regge il romanzo,
anche dell’autore.
Alberto Nessi crea una sorta di mappa virtuale della vita dell’emigrante ticinese
a Lisbona, percorso che ha compiuto lui stesso durante il lavoro di documentazione:
dal Bairro Alto al Parco di Príncipe Real, attraverso l’Estrela, i caffè del Chiado,
la casa nella Rua do Monte Olivete, la Rua Aurea, fino ai Prazeres. Proprio qui,
nel monumentale cimitero dei «Piaceri», l’autore porge visita alla tomba di Fontana
e si raccoglie in silenzio: «L’altro giorno, dal mio monumento qui al cimitero
dei Paceri ti ho visto. Hai guardato il mio braccio di pietra che regge la fiaccola,
la medaglia di bronzo con la dedica della classe dos estucadores, il fregio con
la squadra, la ruota dentata, il compasso, le due mani che si stringono. (…) Come
mai ti dei deciso a venire a trovarmi? (…) A lasciare il paese dove ti sei imbozzolato
per avvolgerti nella seta delle parole? Che cosa ti spinge a fare come i tuoi
compaesani che prima di te sono andati per il mondo? Nostalgia di vita non vissuta?».
Ancora una volta è José che comunica lo stato d’animo e le inquietudini di Nessi,
a guidare il lettore in questo percorso spirituale.
La prossima settimana, forse, titolo del libro è il motto di speranza di José, in attesa di una rivoluzione
a cui non avrà la forza di assistere, e che culminerà con la proclamazione della
repubblica in Portogallo nel 1910.
Il diario si compone di microstorie, ricordi che si popolano di personaggi e
aneddoti legati all’infanzia e all’adolescenza di José e dello stesso autore nel
ticinese. Storie raccontate d’inverno nelle stalle, intrise di saggezza popolare,
che ricordano a tratti i racconti di Mauro Corona e il rapporto dell’uomo con
le proprie radici e con la natura, attraverso memorie della vita e delle tradizioni
di un’altra valle, quella del Vajont. «L’arte è far vivere le persone di tutti
i giorni», dice José, così ecco la storia del pittore Cherubino Natal, dello Spazafurnel,
della piccola Angela, di Giuseppe, «detto gambadazelar per via delle gambe lunghe
e magre», del cugino e compagno Ambrosie. È l’«intrahistoria», come la definisce
Antonio Machado, un paesaggio psicologico e spirituale, fatti che riguardano la
cultura di un popolo, storie quotidiane reali o fittizie, poco importa, ma radicate
nella memoria. Nessi e José si calano nei personaggi in un processo mimetico che
li riporta in vita. L’uso della lingua è l’elemento chiave: il lessico contadino
di Cabbio e l’uso discreto di termini dialettali che marcano l’appartenenza geografica
del protagonista, i francesismi di Le-Locle e il registro politico in terra lusitana.
In ogni pagina si percepisce l’attenta ricerca stilistica di Nessi, che rende
la scrittura arte visiva, impressionismo, attraverso il ricorso a similitudini,
allitterazioni, onomatopee: «Al mio paese la religione era qualcosa di naturale
e magico insieme, come la neve che d’inverno imbiancava i dossi davanti a casa
o il fulmine nel temporale d’agosto o il sole che squarciava le nubi e faceva
intravedere il Paradiso»; e ancora: «Quest’anno, ottobre piovoso a Lisbona. Il
grande cielo sopra la città è squarciato da scrosci di pioggia, l’acqua invade
le strade e i vicoli, i lastricati del centro sono ruscelli di latte: perché una
pietra bianca e luminosa sta su questi ruscelli di pioggia che scendono le scalinate
più belle della Baixa». Fondamentale è il rapporto con il colore e la tonalità
che predilige è il grigio, la sfumatura nella pagina, il chiaroscuro: «Una notte
se l’è presa con una statua di marmo emersa dal buio, ancora illuminata dalla
fiammella di un lampione».
Il diario si chiude con le ultime riflessioni di José, ormai stremato da una
tubercolosi che lo porterà alla drammatica decisione di sconfiggere il male che
avanza e che gli impedisce di essere felice. Sceglie così di andarsene per sempre
e lasciare la moglie che ama. Un epilogo straordinario, immagini vive, mentre
il lettore partecipa alla sofferenza: «Talmente stanco che non mi alzo dal letto.
Cecilia è andata alla Libreria ad avvertire e mi ha portato le medicine. La malattia
mi crea momenti di euforia e poi mi sento addosso stanchezza e febbre, specialmente
verso sera. È come se avessi dentro un cane che mi morde. (…) Talvolta, quando
il cane non mi lascia dormire, cerco di fare un bilancio della mia vita, che è
stata una lotta contro la morte. Ora la lotta è finita. L’uccello che vola nel
tempo mi porta i suoi fuscelli. È come se camminassi per le vie di Lisbona, ripercorrendo
tutti i lastricati, le viuzze, le chiese, le piazze, la riva del Tago, i belvedere,
le osterie. Mi rivedo alle riunioni con gli operai di Alcântara, del Beato, di
Santa Clara, di Poço do Bispo. (…) Sì, ho dato agli altri. Ma ne valeva la pena?
Qual è la natura dell’uomo? È possibile modificarla, cambiando il sistema sociale?
È possibile sconfiggere l’egoismo dell’uomo?». Quesiti che invitano il lettore
a riflettere su se stesso, sulla natura umana, su temi ancora attuali. Ecco la
funzione della scrittura e la responsabilità dello scrittore: riportare alla luce
un personaggio forse dimenticato e risvegliare le coscienze.
Si congeda così José Fontana: «Non sono stato che un sasso schizzato via, sulla
strada della mia valle, da sotto le ruote di quel carro. Ora sono una conchiglia
trascinata via dall’Atlantico: ma in questa conchiglia risuonano “come il bramito
di un grande mare lontano” per usare la parole di sant’Antero, le voci di chi
non ha patria. Di chi lascia nel mondo una traccia. Una traccia simile alla stella
impressa nel fango dalle zampe di un uccello che si posa a bere sull’orlo di una
pozzanghera».
Alessandra Zuliani
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