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POESIA

Lettera amorosa
di: René Char / editore: Archinto, 2008
traduttore: Anna Ruchat - Traduzione dal francese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 LA NOTA DELLA REDAZIONE - Articolo di Ana Ciurans

 
LA NOTA DELLA REDAZIONE - Articolo di Ana Ciurans

Quando si prende in mano Lettera amorosa di René Char, edito da Archinto, due idee emergono su tutti gli altri pensieri (e le molte sensazioni) che questo volume suscita. La prima, la consapevolezza di trovarsi davanti a un vero gioiello per rarità e coraggio editoriale. La seconda, la certezza che il surrealismo, pur superato temporalmente e concettualmente, raggiunse l’obiettivo di coinvolgere appieno tutte le arti, visive e letterarie, in un sodalizio senza precedenti.
La storia editoriale di Lettera amorosa è alquanto complessa, basti dire che il volume proposto da Archinto accorpa, in modo del tutto inedito, due versioni illustrate della stessa opera. Ghirlanda terrestre (prima edizione di Gallimard, Parigi, 1952), manoscritto di trentasei pagine accompagnato da sedici opere originali di Jean Arp e Lettera amorosa, versione definitiva dalla quale prende nome il volume, corredata da 27 litografie a colori di Georges Braque (prima edizione di Edwin Engelberts, Ginevra, 1963). L’editore ce le propone invertendone l’ordine e in formato tascabile (e purtroppo senza testo a fronte), con chiara intenzione di far arrivare questa poesia considerata difficile a tutti i lettori. Prima Lettera amorosa dove la poesia di René Char dialoga con le meravigliose illustrazioni di Braque (quelle che preferisco e che forse erano più adatte a una carta più ruvida) che addensando idee, materia e spazio e sovrapponendoli rendono un’ineguagliabile profondità all’opera. Dopo il manoscritto Ghirlanda terrestre  (con successiva trasposizione tipografica) in cui le opere di Jean Arp strappano la nostra percezione dal concreto, gettandoci in sensazioni che potenziano le poesie al di là dei limiti della materia.
Ma come dicevo queste sono le cose che avvengono quando si prende in mano il volume. La successiva lettura delle poesie di René Char (L'Isle-sur-la-Sorgue, 1907 – Parigi, 1988) apre gli occhi a una rivelazione poetica, ancor più abbagliante, se possibile, della bellezza delle immagini di Arp e Braque. La prosa poetica di Char, senza appiglio a gabbie sintattiche, si arrocca su terra, alberi, fiori e massicci (quelli della Provenza natale) in quello spazio tra oro e oblio, tra argumentum e silentio (così come lo ricordava Paul Celan), tra parola e provocazione silenziosa, disperata che si annida nelle notti di accoppiamento proprio quando la terra gnaula (…) e alle quali un complotto di rami secchi non potrebbe resistere. Poesia più che mai poesia in quanto le parole, che indossano un potenziale emotivo diverso dal comune significato, lampeggiano come scintille e frammenti di cosmos e di stelle sullo sfondo nero: dopo il vento era sempre più bello, benché il dolore della natura continuasse. Assiomi, aforismi, un ricercato laconismo, un ermetismo che è complicità. Una poesia che rivela (e non scopre) il destino e la natura dell’uomo e della donna che ama, anch’essi lampi. E forse appigliarsi alla bellezza, poesia anch’essa, e lasciare che questa ci rubi la morte é il solo modo per non morire completamente.
Le nostre parole ci arrivano con lentezza, come se, separate, contenessero linfa sufficiente per rimanere chiuse tutto l’inverno; o meglio, come se a ogni estremità della silenziosa distanza, prendendo la mira, fosse loro impedito di lanciarsi e di congiungersi. La nostre voce corre dall’uno all’altra; ma ogni strada, ogni pergola, ogni boscaglia, la attira a sé, la trattiene, la interroga. Tutto è pretesto per rallentarla.
Spesso non parlo che per te, affinché la terra mi dimentichi.

La terra ci dimentica sempre e fatalmente, gli iris continuano a sbocciare senza compassione. Al poeta non viene mai usata compassione. Inseguito dal ricordo quando vorrebbe essere persino dimenticato e spesso dall’indifferenza quando vorrebbe essere ascoltato. Destino maledetto. Per dirla con Rimbaud non è affatto colpa loro, dei poeti, loro non pensano, ma è quell’altro io che sono quello che viene pensato. E le loro parole, quando contengono linfa a sufficienza per rimanere chiuse per inverni, sbocciano di nuovo, senza pietà. Come gli iris. In un frattale divenire. Senza chiedergli più permesso.
Ana Ciurans










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