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MIGRAZIONI

L’attrice di Teheran
di: Nahal Tajadod / editore: Edizioni e/o, 2014
traduttore: Traduzione dal francese di Federica Alba

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore - Federica Alba
pag. 2 Nota della Redazione - Cristina Cartigiano

 
Nota della Redazione - Cristina Cartigiano

L’attrice di Teheran è un romanzo scritto dall'iraniana Nahal Tajadod nata a Teheran nel 1960 da famiglia intellettuale laica, considerati con diffidenza dagli ayatollah. Nel 2007, prima dello scoppio della rivoluzione islamica e dell’avvento del regime dei mullah Tajadod si trasferisce in Francia. Esperta di religioni orientali, ha scritto diversi saggi sul buddhismo e sul manicheismo, ha pubblicato alcuni libri ispirati alla vita del poeta mistico persiano Gialal al-Din Rumi, poeta d’amore e di pace (1207- 1275) che grazie a un linguaggio che valica barriere culturali, linguistiche e religiose è considerato oggi un saldo ponte tra il mondo islamico e quello occidentale. La scrittura di Nahal Tajadod riceve un'illustre conferma da parte dell’Académie Française con il prestigioso premio Grande médaille de la francophonie 2007.
Con L’attrice di Teheran siamo di fronte a un romanzo dallo stile ricco e affascinante, tipico di Nahal Tajadod. Qui in particolare l'espediente narrativo è un insolito ritratto a specchio da cui due donne si parlano. Sono due donne iraniane: Sheyda, giovane attrice di successo nata nel 1983, durante la guerra tra Iran e Iraq, interpretata dall'attrice e drammaturga Golshifteh Farahani, tanto popolare in Iran quanto costretta poi all’esilio. Sheyda viene raccontata nell'ambientazione del periodo persiano dello scià ed ell'esilio dall’Iran con l’avvento di Khomeini.
Due realtà a confronto quindi, l’Iran di Nahal e quello di Sheyda, due specchi che si rimandano immagini dolorose di mondi in apparenza diversi ma con tanto in comune fino ad avvicinarsi attraverso le parole e i racconti della donna più giovane alla sua interlocutrice attenta e capace di analizzare in maniera profonda la realtà politica e sociale di contorno.
Il romanzo diviene una recita collettiva e una sorta di réportage politico di denuncia verso un paese misconosciuto dall’occidente e trattato spesso con indifferenza.
Sheyda racconta alla scrittrice tutta la sua vita. Un’adolescenza abusata, il periodo in cui girava in bicicletta fingendosi ragazzo con i capelli rasati e i seni fasciati per evitare di essere scoperta rischiando così pene severissime; il primo film girato a soli quattordici anni con una madre che invece desiderava diventasse pianista, l’impossibilità di recitare in teatro nonostante avesse lavorato con fatica sul corpo e sul mestiere dell’attore, il divieto di fare e di sentire musica contemporanea e quindi ricorrere a locali insonorizzati dove si faceva musica clandestinamente.
“Il risultato di mezzo secolo di modernizzazione forzata dei Pahlavi è stata la presa del potere da parte di una società islamica e tradizionalista. La stessa contraddizione è valida anche oggi: trent’anni di islamizzazione e di teocrazia hanno fatto emergere una società civile moderna, secolare e laica”. E se fosse che il cinema iraniano è così bello e coinvolgente perché nel nostro paese tutti, ma proprio tutti, abbiamo imparato alla perfezione ad accogliere oggetti o aspetti del mondo esterno, nonché la costante necessità di recitare e mentire? Lo fa quotidianamente ogni figlia con la madre, la madre con il marito e il marito attraverso svariate forme di potere rivolte a impedire le azioni più naturali e quotidiane.

Cristina Cartigiano











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