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TEATRO

L'arte di affrontare il proprio capo per chiedergli un aumento
di: Georges Perec / editore: Einaudi, 2010
traduttore: Emanuelle Caillat - traduzione dal francese

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 INTERVISTA ad Alessandro Marinuzzi, regista di teatro
pag. 3 Alessandro Marinuzzi, Premio Caprienigma per l’arte 2010

 
INTERVISTA ad Alessandro Marinuzzi, regista di teatro

Perché il suo spettacolo L’arte di abbordare il proprio capoufficio per chiedergli un aumento, di Georges Perec, ha un’interprete femminile?
Ho messo in scena L’arte e la maniera di abbordare il proprio capoufficio per chiedergli un aumento di Georges Perec con Rita Maffei semplicemente perchè è stata lei a propormelo e perché la voce che parla nel testo di Perec praticamente non ha genere (a parte un solo caso: et pourtant je suis sûr que vous avez frappé d’une façon nette et distincte vedi p. 15 dell’edizione Hachette Littératures, 2008 – nel nostro copione: eppure ho la certezza che Lei ha bussato in modo chiaro e distinto).
Le ho chiesto di leggermelo integralmente ad alta voce, di farmici riflettere e poi ho raccolto la sfida.
Ho sempre amato confrontarmi con le cosiddette sfide impossibili nel mio mestiere, amo indagare il senso del limite, e dare un senso ai limiti del mio lavoro.
Rita aveva interpretato il personaggio della Scelta nella mia regia de L’aumento (la versione scritta da Perec nel 1970 per 6 personaggi), che aveva debuttato al Festival di Asti nel 1990, prodotta dal CSS di Udine con la collaborazione dell’Association Georges Perec di Parigi.
Invece, il primo attore ad aver letto pubblicamente il monologo nella prima traduzione italiana di Letizia Pellizzari Gusella (che all’epoca era la mia assistente) è stato il mio caro amico Sandro Palmieri - scomparso a 45 anni nel 2008 - nel 1991, durante la rassegna Per Perec al Teatro Franco Parenti di Milano, dove la Compagnia del CSS era in scena per molte sere con L’aumento di Perec (Sandro Palmieri interpretava il personaggio della Conclusione), e con alcune iniziative collaterali, ugualmente dirette da me, come appunto la lettura de L’arte e la maniera di abbordare il proprio capufficio per chiedergli un aumento e de La macchina, la traduzione di Bruno Chiaranti di Die Maschine, il testo radiofonico scritto da Perec in collaborazione con il suo traduttore tedesco Eugen Helmlé.

Lo spettacolo è un lungo monologo di oltre un’ora, recitato piuttosto rapidamente, poiché interpreta un testo senza punteggiatura. Quali sono state le difficoltà?
Quali sono state le difficoltà? Tante e nessuna: ho avuto la fortuna di lavorare con una produzione, il CSS Teatro stabile di innovazione del Friuli Venezia Giulia, che mi ha concesso due mesi di prove, cosa rara di questi tempi.
Nel primo mese, ho curato la revisione della traduzione e impostato una partitura di intenzioni, intonazioni, gesti, movimenti, percorsi nello spazio e uso degli oggetti di scena, che sono serviti come guida mnemonica per il lavoro non facile di Rita Maffei, che nel frattempo si districava nel labirinto testuale con un'analisi logica delle situazioni che le ha permesso di sostenere l’interpretazione del testo integrale (attualmente lo spettacolo dura di meno per consentirne una più facile distribuzione).
La mancanza di punteggiatura era una delle sfide da raccogliere: Perec riesce spesso a trovare delle espressioni che legano le frasi in modo da creare un effetto alla Escher, è una sintassi senza soluzione di continuità, la traduzione di Letizia Pellizzari Gusella ovviamente aveva già riproposto in italiano lo stesso procedimento, nella mia revisione del 2006 ho cercato di fluidificarla ulteriormente per facilitare l’interprete e per individuare anche i momenti giusti per prendere il respiro necessario all’emissione del testo.
Conosco e stimo Rita Maffei da molti anni, abbiamo lavorato tante volte insieme, ma questa volta ha superato se stessa, non finisco mai di stupirmi delle sue capacità di gestire un testo così difficile e al tempo stesso, dopo quattro stagioni consecutive di repliche, di divertirsi e divertire gli spettatori che la seguono nel delirio delle combinazioni prese in esame dal suo personaggio.

Quando ha deciso di portare in scena questo spettacolo, traducendolo per la prima volta in italiano?
Ho già in parte risposto, ma andiamo per ordine: nel 1988 a Parigi ho scoperto l’esistenza del testo de L’Augmentation, pubblicato da Hachette nel 1981 in un volume che conteneva anche La Poche Parmentier.
Grazie all’Association Georges Perec, di cui ho fatto parte per anni, e a Maura Chinazzi, riuscii ad acquisire i diritti di rappresentazione per l'Italia, all’epoca Sergio Fantoni dirigeva il Festival di Asti e si interessò al mio progetto, con il CSS avevo cominciato a lavorare dal 1989, la traduzione del testo fu affidata a Enrico Groppali e in seguito, come poi è diventata mia abitudine, ho fatto una mia revisione prima di cominciare le prove. Quello spettacolo, nella stagione 1990-1991, fece conoscere il teatro di Perec in Italia.
Ma nel lavoro di preparazione dello spettacolo, Letizia Pellizzari e io scoprimmo tra le carte del fondo dell’Association Perec a Parigi anche L’art et la manière d’aborder son chef de service pour lui demander une augmentation, pubblicato da L’enseignement programmé nel 1968.
Nel 1991, come ho detto, ne facemmo una prima lettura al Teatro Franco Parenti, a cavallo tra il 1993 e il 1994 la rivista Tellus pubblica la traduzione italiana di Letizia Pellizzari Gusella in due parti, accompagnata da una nota del traduttore (Letizia Pellizzari Gusella, Vita da impiegati: istruzioni per l’uso).
Nel 2006 il CSS decide di produrre il monologo integrale con Rita Maffei con la mia regia, per debuttare al Festival internazionale di Montalcino e della Val d’Orcia.

Com’è stato accolto in Italia fino ad oggi?
Da allora, lo spettacolo è stato replicato per quattro stagioni consecutive e continua a riscuotere successo e interesse.

Gli spettacoli che lei porta in scena focalizzano volutamente l’attenzione sull’aspetto linguistico?
La linguistica generale è la stata mia iniziale forma mentis, dagli studi universitari di Linguistica all’Università di Trieste sono passato al corso di Regia in Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, mi sono poi laureato con una Tesi in Storia della Lingua Italiana sul commento alle varianti di un testo teatrale di Giuliano Scabia, l’attenzione ai testi e ai loro differenti registri linguistici è sicuramente una costante del mio lavoro di regista.
Nell’approccio iniziale, concepisco sovente il mio lavoro come se fosse l’anello mancante, sul piano dell’ascolto, tra quello di un traduttore consecutivo e quello di un interprete musicale, e sul piano visivo cerco di immaginare la scena, le luci, i costumi e i corpi degli attori come una dimora temporanea per il testo che sto affrontando.
In seguito, anche se prevale per un poco la sensazione di un’autonomia del mio lavoro, di cui mi considero l’effimero responsabile generale, la consapevolezza finale è che ogni spettatore è, in ultima analisi, l’autore (o il traduttore) del testo e dello spettacolo che ascolta e vede.










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