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Il lamento del prepuzio
di: Shalom Auslander
/ editore: Guanda, 2008
traduttore: Elettra Caporello - Traduzione dall'inglese
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota della Traduttrice, Elettra Caporello
pag. 2 Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì
Nota della Redazione, articolo di Dori Agrosì
Appena uscito in Italia in gennaio, Il lamento del prepuzio, ha suscitato la curiosità generale. In piena celebrazione della Giornata della Memoria, il romanzo di Shalom Auslander giunge con modalità personalissime e irriverenti
a sfogare una sorta di braccio di ferro tra sé e il suo credo.
Cresciuto in una comunità ebrea ortodossa nello stato di New York, frequentando
le scuole superiori presso l’accademia talmudica Marsha Stern di Manhattan, in
una famiglia che prende alla lettera i precetti religiosi, terzo di tre figli,
Auslander cresce nutrendosi di un’educazione soffocante. Vede costantemente l’Assoluto
come un signore «vendicativo che si è avvinghiato ai miei anni formativi» e di
cui non riuscirà mai a liberarsi. Lo dice però con la vena comica complice del
suo successo.
«Quando ero bambino ― scrive ― i miei genitori e i miei insegnanti mi raccontavano
di un uomo che era molto forte. Mi dicevano che era capace di distruggere il mondo
intero. Mi dicevano che era capace di sollevare le montagne. Mi dicevano che era
capace di dividere le acque del mare. Era importante che tenessimo quell’uomo
di buon umore. Quando obbedivamo ai suoi comandamenti, gli eravamo simpatici.
Gli eravamo così simpatici che uccideva chiunque non ci amasse. Ma quando non
obbedivamo ai suoi comandamenti, non gli eravamo simpatici. Ci odiava. Certi giorni
ci odiava tanto da ucciderci; altri giorni ci lasciava che ci uccidessero gli
altri. Noi chiamiamo questi giorni «giorni di festa». Purim è quando cercarono di ucciderci i persiani. Pesach è quando cercarono di ucciderci gli egiziani. Chanukah è quando cercarono di ucciderci i greci».
Questo memoir autobiografico, in cui l’intento terapeutico di trovare nella scrittura una
benefica via d’uscita produce un’irriverenza ironica e tanto esilarante da conquistare
il lettore.
L’autore racconta della sua decisione da piccolo di voler puntualmente trasgredire
i rituali ebraici, uno dopo l’altro. Da grande invece di trasgredire attraverso
le parole, inveendo contro Dio, apostrofandolo e guardando la realtà con una lente
tanto distorta quanto intelligente, travagliata e assolutamente personale. Per
questi motivi la scrittura di Shalom Auslander è stata paragonata alla scrittura
umoristica di Groucho Marx e Philip Roth, e inoltre alla comicità ebraica di Woody
Allen mentre prende in giro l’ortodossia ebraica e la claustrofobica idea di famiglia.
La famiglia dell’autore infatti è piena di divieti e riverenze da cui l’Auslander
adulto vuole tagliare i rapporti e impostare la sua nuova famiglia secondo uno
stile libero da ogni preconcetto. E proprio qui, di nuovo, tenendo a bada Dio
gli chiede di non prendersela con lui, mostrando attraverso un modo così speciale
di dialogare con Dio, una fede ancora molto ancorata.
Dori Agrosì
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