| MIGRAZIONI |

 |
L'amante palestinese
di: Sélim Nassib
/ editore: Edizioni e/o, 2005
traduttore: Gaia Panfili - Traduzione dal francese
Il mio dietro le quinte, che la nota del traduttore permette di svelare e di
cui io personalmente sono golosa nel lavoro degli altri, comprende, come da tradizione,
un lungo e solitario corpo a corpo con le parole, un funambolico andirivieni tra
le lingue, in questo caso l'italiano e il francese, e anche uno scambio con lo
scrittore. Come molti, confido nella disponibilità degli autori e in genere cerco
di costruire un ponte per comunicare. In fondo, mi dico, è nel loro interesse,
io sono al servizio della loro parola. Per rendermi quanto più trasparente possibile,
come qualcuno raccomandava di fare ai traduttori, devo prima poter penetrare nella
scrittura, appropriarmene, coglierla appieno. E un testo, anche quello in apparenza
più semplice e banale, presenta sempre qualche opacità. Se scioglierla alla luce
del sole in nome della leggibilità o mantenere quell'estraneità di fondo che palpita
dietro ogni parola straniera (solo dietro a quelle straniere?) e che non va addomesticata,
come qualcun altro ammoniva, è un altro discorso ancora. In ogni caso, mi sento
sempre in dovere di parlarne con l'autore.
Il contesto tutto particolare in cui si svolge la vicenda di Golda Meir e del
suo amante palestinese mi ha chiesto un'ampia attività di documentazione per poter
rendere al meglio i fatti storici, le ricostruzioni, i personaggi realmente esistiti,
ma anche gli umori, le allusioni, le schermaglie da salotto di cui il libro è
intessuto e che fotografano un luogo e un tempo: la Palestina a cavallo tra i
primi anni Venti e il 1948, terra di grandi strategie economiche, astuzie politiche,
inevitabili cambiamenti e immobilismi forzati, teatro di sbarchi in massa di immigrati
ebrei e sgomberi altrettanto copiosi di popolazioni locali, fanatismi, rappresaglie
da ambo le parti, confusione e inettitudine politica.
La scrittura scabra del libro, la scelta di un taglio cronachistico mi hanno
imposto un lavoro tutto in sfrondatura. Uno stile spoglio ed epurato che non richiede
di trasmettere immagini fantasiose o lirismi sofisticati ma invece, questo sì,
un'attenzione costante a non cadere nella banalità o nella piattezza.
Più delicata del solito, e piuttosto divertente per quanto mi riguarda, è stata
la ben nota questione dei pronomi personali soggetto, sempre menzionati in determinate
lingue, come il francese, e allegramente omessi in italiano. Il caso si presentava
alquanto rischioso. La ricorrenza del binomio lui/lei, in particolare nelle scene degli incontri appassionati, conferiva all'italiano
un sapore di romanzo d'appendice che mal si conciliava con il racconto di una
relazione mai lieve né spensierata e con il contesto drammatico in cui essa si
svolge. Del resto l'autore medesimo mi aveva confidato quanto a tratti fosse vincolante
lavorare su un personaggio realmente esistito, in cui non si può inventare a proprio
piacimento ma occorre salvaguardare verità e verisimiglianza. Inoltre la sua intenzione
non era creare lo scandalo attorno a una persona nota o sventolare dettagli da
alcova. Era mio dovere rispettare il suo rispetto, non scadendo nella caricatura
da rotocalco ma mantenendo una gravità uniforme. Ho risolto con una piccola licenza,
adoperando più spesso i nomi propri dei personaggi anziché i pronomi personali,
oppure ricorrendo a qualche altro escamotage come, per esempio, inserire l'uomo, la donna. Fa eccezione il paragrafo finale, in cui si tratteggia un ultimo incontro sotto
le granate e le bombe agli albori della ripartizione del paese, nel 1948, in un
quadro di macerie, desolazione e solitudine spettrali. La mancata menzione del
nome di Golda è al servizio di una vaghezza che rispecchia l'atmosfera quasi onirica
voluta dal testo. In questo caso il ricorso ai pronomi lui/lei è indispensabile al momento narrato, che richiede di sfumare i contorni e alimentare
l'indeterminazione.
Di tutto questo ho reso partecipe l'autore tramite una lettera, romanticamente
spedita per posta invece che via e-mail e di cui peraltro non è rimasta traccia
alcuna, visto che io non ne conservo copia e che l'originale, come egli mi ha
confessato con candore, giace sepolto da qualche parte nel mucchio delle sue carte.
Queste e altre questioni di traduzione, inoltre, sono state oggetto di due piacevoli
incontri con lo scrittore che, assieme alla sollecitazione della presente rivista,
mi hanno spinto a riflettere sul concetto di migrazione. L'amante palestinese come romanzo di migrazioni, dunque? Direi crocevia di migrazioni.
Un testo che parla di popoli migranti, gli ebrei alla volta della terra santa
e i palestinesi da un angolo all'altro della terra in cui risiedono, con tutto
ciò che arrivi e partenze comportano quanto a cambiamento, sradicamento, speranza,
disperazione, in una parola violenza, in senso proprio e in senso lato.
Un libro che racconta la storia tra Golda e il suo amante, emblema di una migrazione
intesa come incontro con l'altro, viaggio alla scoperta dell'altro. Non solo una
relazione tra un'ebrea e un palestinese, che (ahinoi) vivranno un divario incolmabile
e un'incomunicabilità di fondo nel vortice delle circostanze, dell'ambiente, della
Storia, ma l'illustrazione del valico di una distanza che in realtà presiede a
ogni rapporto umano, con tutte le difficoltà cui esso si accompagna.
La migrazione propria dell'autore, libanese di origine ebrea, trapiantato a Parigi,
che mi ha svelato il suo desiderio di tornare a vivere almeno per qualche tempo
in Libano in un momento di grandi fermenti nella regione del Medio Oriente. Parlavamo
delle timide speranze di pace in Israele dopo le sorprendenti aperture di Sharon.
E ancora non si erano verificati l'attentato di Beirut all'ex primo ministro Hariri
né le colossali manifestazioni di piazza dei libanesi contro la Siria…
La migrazione del traduttore, nel suo viaggio all'interno di un testo da penetrare,
esplorare e ricostituire, in un incessante e assai stimolante viavai tra lingue,
culture, parole.
E infine, più modestamente, la mia propria migrazione, che rinnovo altresì a
ogni lavoro di traduzione, sperimento giorno per giorno conoscendo anch'io altro,
che sia attraverso una situazione, una persona, un libro, un film, e provo vivendo
ora in Francia.
Vari gradi di migrazioni, varie accezioni, varie sfaccettature.
Ma sempre, per quel che mi concerne, con il pensiero a coloro per i quali migrare
vuol dire prima di ogni altra cosa essere costretti a partire in tutta fretta
e portarsi la propria casa sulle spalle.
Gaia Panfili
|
|
Aiutati nella ricerca con i campi qui sotto, sarà molto più veloce.
|