| MIGRAZIONI |

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Il labirinto
di: Panos Karnezis
/ editore: Guanda 2004
traduttore: Federica Oddera - Traduzione dall’inglese
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Note tecniche sulla traduzione
pag. 3 Federica Oddera
Nota del Traduttore
«Quando scrivo in inglese» dice Panos Karnezis sull’Independent «ho in mente
un ritmo, una sorta di musica rap. Ho bisogno di scandirlo prima di mettermi al
lavoro, e poi ho la sensazione che la pagina scorra seguendo questa cadenza. Quando
traduco, nella maggior parte dei casi quel ritmo si perde, o si trasforma in una
musica diversa.» Ecco una delle tante impasse della traduzione, di cui Karnezis,
greco trapiantato in Inghilterra per studiare ingegneria e divenuto quasi per
caso scrittore in una lingua non sua, è ben consapevole, visto che è lui stesso
a ricreare la propria prosa nella lingua del paese dov’è nato. La traduzione è
un’avventura destinata comunque a un parziale fallimento, votata fin dall’inizio
a essere «quasi la stessa cosa», per dirla con Umberto Eco. E al pari di tutte
le avventure rischiose, comprese quelle che danno forma alle nostre vite (le relazioni
con gli altri, i rapporti con le persone più vicine, figli e compagni) è anche
un’esperienza straordinaria. Tradurre un libro significa ripercorrerne la stesura,
camminare al fianco dell’autore e seguirlo passo passo, ascoltarlo attentamente,
ripetere le sue ricerche, risalire alle stesse fonti, girovagare insieme a lui
nel suo universo intellettuale. Significa, almeno per qualche mese, «diventare»
il suo libro, un po’ come succedeva ai personaggi di Farenheit 451. Significa,
nel nostro caso, perdersi nel Labirinto di Karnezis. Ambientato nell’Asia Minore
del 1922, il romanzo narra le vicissitudini dei sopravvissuti di una brigata greca
sconfitta dai turchi, in fuga dal nemico verso la salvezza e verso il mare, finché
il contingente, ridotto allo stremo, non approda in una piccola città poco lontana
da Smirne da cui riesce a raggiungere la costa. Entrare nel Labirinto vuol dire
tornare all’epoca della spedizione in Anatolia, subito dopo il primo conflitto
mondiale; rivivere l’imperialismo di quegli anni e le delusioni di una campagna
fallimentare finita con la ritirata degli invasori e l’esodo dei profughi greci
di ritorno nella madrepatria. La guerra e le sue tragedie, l’imperialismo, l’invasione
di un esercito cristiano in terra musulmana, i profughi: temi, come fa rilevare
l’autore stesso in un’intervista rilasciata al Salone del Libro di Torino, tuttora
attualissimi, che ai miei occhi di traduttrice impegnata in questo momento con
gli ultimi saggi di Arundhati Roy sembrano adombrare minacciosamente i problemi
più scottanti che affliggono il nostro mondo. Ma addentrarsi nel labirinto significa
anche avventurarsi nello spazio senza tempo del mito. Non solo per i frequenti
richiami alla mitologia greca che appassiona il comandante della brigata: i personaggi
del romanzo hanno contorni fortemente simbolici e archetipici (tanto che spesso
non ne conosciamo neppure il nome) e ricordano le maschere del teatro classico:
c’è il generale tutto preso dalla logica della guerra e della disciplina; il maggiore
idealista e votato segretamente alla causa del comunismo; il medico filantropo;
il cappellano aggrappato a una fede cieca e assoluta; l’aviatore edonista e aristocratico;
la prostituta; il sindaco corrotto e arrivista; il maestro di scuola deluso dalla
vita; il giornalista senza scrupoli. Non è forse casuale se il libro si articola
in tre parti (tre classici atti teatrali: il deserto; la città; il mare) precedute
da un prologo e seguite da un epilogo, secondo le più canoniche indicazioni aristoteliche.
E a fare da coro ci sono i soldati della brigata e la popolazione della cittadina
anatolica. C’è una dimensione intensamente allegorica nel romanzo, su cui insiste
l’autore stesso: « Credo che il mio libro sia molto più rivelatore se letto come
allegoria» ha detto Karnezis a Torino. Il labirinto non è solo il deserto dell’Anatolia
e la difficoltà di uscirne, il labirinto è anche la ricerca della salvezza in
un mondo in cui la realtà è ingannevole e sfuggente, le cose non sono quello che
sembrano e «le ideologie» (scientifiche, politiche o religiose) «nel corso del
libro perdono ogni sorta di giustificazione» (sono di nuovo parole dello scrittore).
Il generale tutto d’un pezzo è in realtà un uomo distrutto e schiavo della morfina;
il maggiore in apparenza eroico e ligio al dovere è il sovversivo che fin dall’inizio
della spedizione sobilla la truppa; il pio cappellano è un ladro; gli sforzi umanitari
del medico sono continuamente vanificati dalla guerra; le ambizioni intellettuali
si incarnano in un maestro di scuola senza prospettive e in un giornalista cinico;
la storia e l’arte, simboleggiate dai resti di un’antica città, finiscono smantellate
per trasformarsi in fortificazioni contro gli attacchi delle bande musulmane;
gli sforzi politici del maggiore sboccano nella disperazione; le ambizioni missionarie
di padre Simeon non sono che velleità irrealistiche; la spensierata bellezza dell’aviatore
sfocia nel tradimento; i sogni d’amore e di giustizia del caporale finiscono con
la fucilazione; l’amore è inquinato dall’ipocrisia, oppure sbocca nell’omicidio,
o spinge le sue vittime tra le braccia di una prostituta indifferente, o, ancora,
si manifesta in rapporti che sfiorano il grottesco: la liaison epistolare tra
il caporale e la sua fantomatica corrispondente – in realtà un baffuto commissario
comunista di Salonicco – o l’affetto tra il giardiniere arabo gobbo e la cameriera
della prostituta, costretta dalla padrona a mortificare la propria femminilità
e a vestirsi come una suora. Il racconto stesso comincia sotto il segno della
morfina e si chiude con un’ultima dose di droga: per sterilizzare la siringa il
generale brucia i libri del maggiore («Ma chi mai vorrebbe vivere in un mondo
governato dai filosofi?») e nella nebbia indotta dall’oppiaceo anche la visione
salvifica del mare assume i contorni di un ultimo inganno. In questo vortice di
sconfitte, sullo sfondo del tracollo militare, sono le circostanze più paradossali
(spesso con l’involontario intervento degli animali, strumento irrazionale del
fato) a segnare le svolte della narrazione e a mettere in moto il destino dei
protagonisti: la liberazione di un cavallo permette alla brigata che ne segue
le tracce di sterco di arrivare alla città e alla salvezza, e nello stesso tempo
conduce all’arresto del maggiore sovversivo; il cane del cappellano, credendo
di giocare, sventa il tentativo di diserzione del caporale – l’unico accolito
dal maggiore – e lo condanna al plotone di esecuzione. Il mondo di Karnezis è
un continuo intreccio di tragedia e commedia, fantasia e realtà, allusioni simboliche
e puro divertimento narrativo, in un amalgama che ha spesso evocato il realismo
magico e a me ricorda certe visioni oniriche del surrealismo e di Chagall: gli
autocarri del convoglio militare sembrano scarabei in marcia; l’infermeria è un
tendone da circo adorno di sagome di animali che proiettano sui feriti ombre bizzarre;
la tempesta di sabbia trascina via le uniformi degli ufficiali e le fa veleggiare
verso la costa come strani aquiloni salutati con reverenza dai cristiani e presi
a sassate dai musulmani; il dispensiere della brigata, ex-cuoco di bordo, ricorda
visioni di sirene e catture di pesci enormi e squisiti; un diluvio apocalittico
allaga il campo, squarcia una tenda «come l’addome di un animale sventrato» e
seppellisce il cuoco e il cappellano in una valanga di fango; la città dell’Anatolia
viene inondata prima da un’alluvione di fiori e poi – dopo l’esecuzione dei due
sovversivi – da una sinistra pioggia di sabbia rossa; una vasca da bagno grande
quanto una barca ha attraversato mari e oceani prima di approdare in Asia Minore
dal Messico; la chiesa abbandonata della città trabocca di topi; l’ultima marcia
della salvezza verso il mare è guidata da un adulto in pantaloni corti alla testa
di una torma di ragazzini in uniforme da scout. E questo è solo un piccolo elenco.
Quello del romanzo è un mondo composito, fatto di pezzi disparati e raccolti qua
e là come quelli che i derelitti del labirintico quartiere arabo recuperano tra
i rifiuti della città anatolica: «sono una specie di rigattiere quando si tratta
di scrivere» dice di se stesso Karnezis sull’Independent. E il suo stile di scrittura,
che spazia dai primissimi piani e dai particolari più minuti ai campi lunghissimi
e alle riprese aeree, richiama spesso le tecniche del cinema. Così il prologo
del romanzo ci offre la visione dall’alto della città anatolica abbandonata per
poi scendere a osservarne la desolazione sempre più da vicino, e l’epilogo ci
accompagna in una zumata nella direzione opposta: dal saccheggio nelle case deserte
al cielo sereno dell’Anatolia. L’autore (ancora sull’Independent) si descrive
come «un regista che impugna la macchina da presa e riprende particolari e scene
a tutto campo, inquadra il paesaggio e poi i personaggi e le loro espressioni.
È come guardare un film che dura un anno e mezzo. È questo il piacere della scrittura».
Un piacere che si comunica intatto anche ai lettori.
Federica Oddera
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