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Kitchen Chinese
di: Ann Mah
/ editore: 66thand2nd, 2011
traduttore: Caterina Barboni - Traduzione dall'inglese
Su uno scaffale della mia libreria una pila di guide e romanzi dedicati alla
Cina può far pensare a un’imminente partenza o a un recente rientro da un viaggio.
Entrambe le ipotesi sono corrette: se da un lato la sensazione è di essere appena
tornata dopo mesi trascorsi a spasso per gli hutong di Pechino, dove quei testi si sono rivelati utilissimi, dall’altro sto effettivamente
pianificando un viaggio in Cina, spinta dal desiderio di sperimentare in prima
persona tragitti che ad oggi non hanno superato i confini di Google Maps e di
scoprire storie e sapori a cui per ora danno concretezza solo le pagine di un
libro.
Tutto è cominciato con la ricerca dell’aggettivo giusto. Anzi, di sette aggettivi
giusti riferiti a una sola pietanza, nelle prime due righe del capitolo iniziale
di Kitchen Chinese, romanzo d’esordio di Ann Mah. Ero alle prese con l’anatra alla pechinese, piatto
universalmente noto. Eppure quegli aggettivi non corrispondevano fino in fondo
alla ricetta di mia conoscenza, da cui la prima di una serie di incursioni nel
più autentico tra i ristoranti cinesi presenti in città, con la speranza di far rivivere al
mio palato sensazioni simili a quelle descritte dall’autrice – e di affrontare
degnamente la traduzione di ricette infinite e minuziose che mi avrebbero accompagnato
fino alla fine di questo romanzo dai toni umoristici e romantici. Era chiaro che
le origini cino-americane di Isabelle, la protagonista del libro, avrebbero richiesto
un grado di mediazione in più: al passaggio dall’inglese all’italiano, si aggiungeva
quello tra cultura cinese e italiana per via anglosassone. E questo lasciava già
intuire che sotto i toni leggeri da Diario di Bridget Jones in veste orientale, fra scambi vivaci di battute brillanti, avrebbe potuto celarsi
altro, l’autentico grado di difficoltà della traduzione.
Licenziata in tronco e scaricata dal fidanzato, Isabelle sceglie di abbandonare
Manhattan e di ripartire da zero a Pechino, dove vive la sorella, avvocato in
carriera. In un paese dove non è nemmeno in grado di fare un’ordinazione al ristorante,
trova lavoro come critico gastronomico per una rivista in lingua inglese, sfruttando
la personale passione per la cucina e la sua conoscenza del «cucinese»: kitchen chinese, appunto, pseudo-cinese a base di vocaboli culinari appreso da piccola tra i
fornelli di casa. Ma i viaggi alla scoperta di specialità locali non sono solo
un pretesto per incontri galanti o avventure tragicomiche: tra i privilegi di
una sorta di limbo in cui si crogiolano gli stranieri di successo a Pechino, Ann
Mah propone una garbata analisi del contrasto tra identità culturale e identità
etnica e mano a mano che ci si addentra nella narrazione, Isabelle impara a conoscere
se stessa e un paese che poco si rispecchia nei ricordi di famiglia, svelato in
un fluido alternarsi di episodi divertenti e accenni a una realtà inquietante.
Sono passaggi resi possibili essenzialmente da una lingua sempre in bilico tra
queste due dimensioni, che costringe il traduttore a una concentrazione costante
per mantenersi in equilibrio come un funambolo su un’ipotetica linea di confine
tra colloquiale ma non troppo, goliardico mai volgare, secondo un’elegante linearità
e limpidezza di stile che ben si presta anche al ritmo meno sostenuto e all’atmosfera
più dimessa di quegli attimi frequenti in cui il velo glamour si solleva, per
offrire scorci di un regime condito da censura, tirannia e selvaggio sviluppo
economico, senza rispetto per storia né tradizioni.
Caterina Barboni
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