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The James Dean Garage Band
di: Rick Moody
/ editore: minimumfax, 2005
traduttore: Adelaide Cioni - Traduzione dall'inglese
Indice dell'articolo
pag. 1 Nota del Traduttore
pag. 2 Adelaide Cioni
Nota del Traduttore
The James Dean Garage Band raccoglie i racconti presenti in un volume che uscì negli Stati Uniti nel '95
col titolo The Ring of Brightest Angels Around Heaven. La novella che dava il titolo alla raccolta è stata pubblicata in Italia l'anno
scorso (La più lucente corona d'angeli in cielo, minimum fax), in un volume a parte, cosa che Moody voleva fare da tempo. Restavano
dunque altri nove preziosissimi racconti da pubblicare (cui, sempre per volontà
di Moody, è stato aggiunto "Circolazione"). E fin qui tutto bene. Una raccolta
di racconti dello stesso autore. Ci si aspetterebbe quindi, oltre a un'atmosfera
e a dei concetti ricorrenti, anche un'omogeneità di stile. E invece no: dal punto
di vista stilistico tradurre JDGB è stato come tradurre un'antologia di scrittori, ognuno con una sua voce ben
distinta. Si passa dalla voce burocratica del perito legale che registra le telefonate
della moglie al frasario frammentario di Lucy, che si è calata settanta acidi
fondendosi cervello e coerenza linguistica; dalla voce intima e nostalgica de
"La rete" che si snoda, con le sue riflessioni sui baci, attorno alla Sedicesima
strada di New York, al flusso ininterrotto di "Trattamento", che parla di un film
ed è letteralmente come "leggere" un film. La voce del paradosso, delle potenzialità inattuate
della Storia che Moody, per scommessa con un amico, sceglie di indagare: dopo
l'incidente che nella realtà gli fu fatale, James Dean si alza, illeso, e si crea
una nuova vita in un paesino sperduto dove fonda una "garage band", appunto. La
voce della follia che si impossessa di Pippin, mozzo nero ripreso da Moby Dick,
che Moody segue nelle ore passate a galleggiare nell'immensità dell'oceano in
attesa di essere salvato. La voce del paranoico che rintraccia nell'Apocalisse
di San Giovanni dei riferimenti espliciti alle proprie tristi vicende d'amore.
La voce sottile e lineare di un figlio bugiardo che si confessa in "Tromba d'aria"
(uno dei racconti di Moody preferiti da David Foster Wallace). La voce dello scrittore
che si relega nelle note a piè di pagina di una bibliografia - "Fonti primarie"
- che è in qualche modo biografia.
Tradurre Moody, poi, significa dover fare i conti con una scrittura che, al contrario
di molte altre, è musicale, più che cinematografica. Persino in "Trattamento"
che con il cinema si confronta direttamente - nel senso che narra a parole la
visione di un film di cui è protagonista il narratore stesso - la predominante
stilistica è quella del ritmo, di un flusso ininterrotto di parole che, rinunciando
alla punteggiatura, trovano un ritmo anomalo e loro, utilizzando come uniche boe
attorno a cui far girare il senso dell'azione i corsivi, in questo caso riservati
ai gesti esterni al film: le inquadrature della telecamera, le riprese, gli sguardi
degli assistenti di produzione. L'autore ha più volte dichiarato quanto la musica
sia stata importante per la sua formazione e attività di scrittore, e senza dubbio
lo si sente mentre lo si traduce. Il testo di Moody vuole essere letto come uno
spartito musicale, con battute, chiavi, pause e contrappunti (con i famosi corsivi
moodiani che hanno la funzione del pedale del forte) che seguono sì le regole
della grammatica, ma che a tratti le mettono da parte per inseguire un suono nuovo,
un significato che per definirsi ha bisogno di un utilizzo funambolico delle parole.
Questo vale principalmente per "Pip alla deriva", racconto straordinario in cui
si ha la sensazione di annegare, di annaspare fra le parole, mentre il testo,
nel suo incedere verso la follia di Pippin e, contemporaneamente, verso il precipizio
della agrammaticità, si scioglie e disarticola fino a sembrare un corpo d'acqua,
un fluido, in cui immagini visionarie e incommensurabili dimensioni marine penetrano
nella testa del povero mozzo fino a farlo impazzire.
Dal punto di vista tecnico, tradurre Moody mi ha ricordato un esercizio che facevo
quando frequentavo un corso di disegno a UCLA: il professore proiettava una diapositiva
sulla parete dell'aula. Era completamente sfocata e noi dovevamo cominciare a
disegnare quello che vedevamo, in pratica forme vaghe e annebbiate. Poi, lentamente,
la metteva un po' più a fuoco e ci lasciava qualche altro minuto per risistemare
il disegno. E così via, era un processo molto lento, ci voleva più di un'ora per
passare dall'immagine sfocata iniziale all'ultima, perfettamente nitida, quando
finalmente vedevamo con esattezza quello che avevamo disegnato per più di un'ora.
E il risultato era sempre potente. E così con Moody: c'è sempre una prima fase
di cecità, di puro ascolto, un momento in cui sospendo il giudizio e butto giù
una versione rozza su cui passerò e ripasserò molte volte per arrivare a quella
che sarà la traduzione stampata. A mio parere, infatti, se è vero che lingue diverse
hanno regole e forme diverse, e che quindi il passaggio da una lingua all'altra
richiede un distacco, è anche vero che un testo originale - soprattutto quando
viene dalla penna di un grande autore - ha già in sé tutto ciò che serve, una
coerenza interna che è fatta principalmente di suoni e immagini e scelte espressive
che devono restare, in qualsiasi traduzione. E visto che del modo di utilizzare
le parole di Moody ho fiducia cieca, so che se all'inizio accetto di seguirlo
senza resistenze, il suo testo mi porterà nel posto giusto. E sarà da lì poi che
comincerà il mio lavoro. Lavoro che nel mio immaginario è simile a quello dell'affilatore
di coltelli: il tentativo di rendere precisa e tagliente ogni parola e forma dell'italiano
così come era nell'originale. Quel primo passo però l'avrò fatto alla cieca, in
una prova di fiducia verso l'autore.
Con JDGB assistiamo a un Rick Moody giovane che cerca, si mette alla prova, calibra le
forze e suona una sua musica a tratti struggente, a tratti ironica, a tratti paradossale,
ma sempre volta ad addentrarsi nel sentimento dell'umano, a spogliare tanto il
narratore quanto i personaggi di quel guscio che racchiude la polpa tenera e imperfetta
di tutti noi. Sono queste le ultime parole di Pip, salvato e perduto: e mi sono offerto ad Ahab senza chiedergli prezzo prendi il mio guscio spoglio
così che possa sapere che la mia malattia non è soltanto mia non è soltanto mia.
Adelaide Cioni
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