La fine

Argomento: Romanzo
Pubblicazione: 3 marzo 2019

Un amico scrittore americano, all’annuncio che avrei tradotto The End dall’inglese all’italiano, mi chiese invece chi l’avrebbe tradotto dall’originale in inglese. Una provocazione bonaria (l’amico del resto era stato il primo cui avevo imposto la lettura del libro dopo che l’avevo segnalato a quello che sarebbe diventato il suo editore italiano, e aveva subito compreso se non condiviso la mia ossessione per Scibona) ma non lontana dal bersaglio.

The End è un romanzo meravigliosamente atipico che pare venire da un pianeta in cui si parla un’altra lingua, come forse tutti i grandi romanzi di una volta, nel senso che leggendolo, rileggendolo e traducendolo ho sempre pensato a come quelli che oggi consideriamo classici debbano essere sembrati UFO ai loro primi lettori. Tra i romanzi letterari americani degli ultimi anni The End è un UFO, e tale si presenta al traduttore.

La lista dei momenti memorabili nella traduzione potrebbe forse occupare un libro a parte, di cui l’incipit, in cui in una pagina di prosa libera e rara bellezza Scibona descrive il panettiere Rocco La Grassa, costituirebbe una buona prima metà, a occhio e croce. A ripensarci oggi tuttavia, mi pare sia stata più difficile la ricerca di un registro adeguato a rendere i mondi che Scibona crea nelle menti dei suoi personaggi. Mondi meravigliosamente articolati e pieni di sfaccettature, e che tuttavia, salvo che nel caso della vedova Costanza Marini, appartengono a personaggi illetterati. Scibona trova un equilibrio raro tra i pensieri e le parole di questi personaggi che in modi diversi vivono la fine del sogno di ricominciare in America, tessendo insieme tragico e comico, lirico e prosaico.

Per il traduttore la sfida quasi impossibile è quella di adattare adeguatamente in italiano questi meravigliosi scarti. La paziente guida editoriale di Isabella Ferretti e del gruppo di 66th&2nd, che hanno riconosciuto Scibona come vero UFO della scrittura americana contemporanea e che in quanto tale necessitava una cura editoriale speciale, è stata fondamentale, e per me fonte di ispirazione e apprendimento. Per me personalmente la traduzione è stata un dialogo privilegiato con un libro che pareva parlasse a me in modo particolare. Nato e cresciuto in Italia, vivo da diversi anni negli Stati Uniti. Sono lontano dalla condizione di necessità della striscia ininterrotta di giorni di lavoro del panettiere Rocco LaGrassa, ma come tutti quelli che sono arrivati in America da qualche altra parte del mondo, ancora oggi, riconosco le sensazioni che Scibona descrive, la speranza e la pressione di un milione di possibili elettriche identità che Rocco vede affollarsi intorno ai suoi figli, che, da veri americani sono in stato di perenne divenire e le delusioni cui questo allontanarsi dalle identità precedenti può condurre. L’arco che Scibona descrive è evidentemente tragico eppure il romanzo si conclude con due momenti di lirismo e speranza, di cui il primo è la fuga del giovane Ciccio Mazzone, che scappa di casa e arriva alla Union Station di Chicago. La fine del pezzo è un altro grande momento in cui in quel he screwed up his nerve Scibona unisce ancora una volta alto e basso, evocazione lirica e vocabolario colloquiale. Voleva dire il nome della città da cui proveniva, il solo pronunciare quella parola gli avrebbe offerto una modesta protezione. Ma prese il coraggio a due mani e scese dal treno.