Ferito

Argomento: Romanzo
Autore: Traduttore: Marco Rossari
Pubblicazione: 25 febbraio 2019

(Al termine di Ferito, dopo un fatto di sangue, un nativo americano sentenzia: “Talking is over”. Come tradurlo? “Basta parlare”? Rischia di suonare come una congiunzione: “È sufficiente parlare” (per beccarsi una fucilata in Wyoming). Allora meglio: “Basta chiacchiere”? Ma “chiacchiere” non è una parola frivola? Oltretutto in alcune regioni d’Italia indica dei dolcetti carnevaleschi.)


Una vecchia battuta di stampo giornalistico recita: “Ho avuto poco tempo, ti ho scritto due cartelle invece di una”. Tradotto: quant’è difficile trovare il connubio tra sintesi e chiarezza. La versione traduttoria sarebbe: “Chissà quanti problemi ti hanno dato i giochi di parole!” “Macché, il dramma è stato quel: ‘Yes, I do’.” Infatti capita, affrontando un testo particolarmente ricco, che qualcuno ti faccia i complimenti. Ancora più sperticate diventano le lodi quando si tratta di un romanzo sui generis, dove a parlare è un protagonista: a) folle; b) illetterato; c) che ama i giochi di parole; insomma un personaggio che crea un proprio personalissimo gergo. Se il traduttore non fosse così vanitoso, dovrebbe paragonare quelle versioni al ruolo di certi attori hollywoodiani, che arrivati a un punto morto della carriera si costringono a un patetico catalogo di mossette, tic, stramberie, solo per interpretare l’autistico, il cieco, il reduce e vincere quella benedetta statuetta commuovendo legioni di spettatori dal cuore tenero. Eh, no: quando penso a un grande attore, penso alla naturalezza con cui Marcello Mastroianni si accendeva una sigaretta, all’eleganza con cui Audrey Hepburn fingeva di non saper rompere un uovo, alla grazia con cui Clint Eastwood sterminava un saloon. Certo non mi vengono in mente Robert De Niro che se la fa sotto in Risvegli o Dustin Hoffman che balbetta cifre in Rain man. Ma che c’entra tutto questo con Ferito di Percival Everett? C’entra eccome. Di rado ho trovato un testo più asciutto, stringato, sintetico di questo. Parole e frasi ridotte all’osso, in una laconicità che tiene bordone alla desolazione del paesaggio e ai due cuori dell’America: quello della gente semplice, che lavora sodo e ha poche idee ma chiare, e quello della gente bigotta e omofoba, arida di sentimenti e di intelligenza. Frasi smozzicate, allusioni, citazioni bibliche, improvvise illuminazioni: tutto il romanzo viaggia intorno a un distillato di laconicità e alla sua impotenza davanti alla crudeltà del male, alla banalità dell’uomo. Se la saggezza ha bisogno di poche parole, queste poche parole non basteranno a cambiare le cose: ecco qual è il dramma dei personaggi di Ferito. Certo, sotto questa lingua scabra, come sempre in Percival Everett, guizza una corrente di leggera ironia e di vaghissima parodia. Qui abbiamo uno scrittore che potrebbe scegliere qualsiasi stile, qualsiasi tematica, qualsiasi pelle. Così passiamo dall’ottovolante di Glifo al flusso nonsense di La cura dell’acqua, fino a questo finto-western primario. Everett è in grado di passare da un registro all’altro senza smarrire la propria identità. Di conseguenza ogni parola è posizionata nel testo come la pietra in un sentiero indiano e recuperare quell’asciuttezza è una sfida niente male, anche perché scrittori e traduttori difficilmente sono uomini di poche parole.

(Ma come si traduce “Talking is over”? Torna in mente un’espressione idiomatica come “Talk is cheap” (disco tra l’altro di un genio della laconicità come Keith Richards) per cui il dizionario dà “Le chiacchiere non costano niente”. “Talking is over” è paradossalmente la summa di un libro dove in realtà si è parlato pochissimo. Ma come tradurlo? “Che parlavi a fare”? “Sei chiacchiere e distintivo”? “A parlare sono buoni tutti”? Dopo lunga incertezza alla fine ho scelto: “È finito il tempo di parlare”, tenendo conto che a pronunciarlo è un nativo americano. Forse è magniloquente, ma dà un bel rintocco. Funebre, ahinoi. È finito il tempo di parlare. Bum. Come lo sparo di una carabina.)