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PERSONAGGIO

Intervista a Kym Ragusa, scrittrice e regista afroamericana

 
Indice dell'articolo
pag. 1 Interview with Kym Ragusa
pag. 2 Intervista a Kym Ragusa

 
Intervista a Kym Ragusa

Kym Ragusa, scrittrice e regista, è nata nel 1966. Vive e lavora a New York, dove insegna scrittura creativa. Per il suo lavoro di scrittrice ha ricevuto importanti riconoscimenti, come l’Ida and Daniel Lang Award for Excellence in the Humanities e una borsa di studio della New York Foundation for the Arts. Nei suoi saggi e nei suoi film, Passing e Fuori/Outside, esplora le proprie origini allo stesso tempo afroamericane e italoamericane e i conflitti che derivano da questo incontro. La pelle che ci separa è stato finalista allo Hurston/Wright Foundation’s 2007 Legacy Award in Nonfiction.


Nel suo libro si parla spesso di cucina e convivialità. Sono in sintonia con il concetto di famiglia?


Il cibo è sempre stato una parte integrante della vita della mia famiglia, da entrambe le parti, e di entrambe le culture, sia quella italoamericana che quella afroamericana. Per me il cibo racconta delle storie: storie di migrazioni, di sopravvivenza, di eventi importanti. E collega questi processi sociali più ampi con qualcosa di più intimo, più raccolto. Le castagne che la mia famiglia paterna mangiava in Sicilia e in Calabria per riuscire a sopravvivere hanno costituito per me un profondo legame con mia nonna qui in America: dal  guardarla mentre le arrostiva e le sbucciava, al mangiarle a tavola con la mia famiglia in New Jersey nelle fredde notti invernali. E nel primo capitolo del mio memoir io cerco di esplicitare il collegamento tra il potere del cibo nella mia famiglia paterna e quello stesso potere nella mia famiglia materna, quella afroamericana. Le tradizioni sono diverse, ma le ragioni di quelle tradizioni sono simili, e prendono forma nella cucina umile dei contadini e degli schiavi, che prendevano tutto ciò che riuscivano a trovare con il poco denaro che avevano, che veniva loro dato, e con quello nutrivano e davano sostentamento a intere generazioni. La cucina e la convivialità costituiscono anche il legame che ha unito, in rare occasioni, le due parti della mia famiglia, un ponte che ha congiunto molteplici livelli di differenza. Le mie nonne hanno festeggiato il loro ultimo Giorno del Ringraziamento insieme, e io ho potuto condividere quel prezioso giorno con loro. Naturalmente sappiamo bene che il Giorno del Ringraziamento è una festa dal profondo significato storico e politico. Come nazione noi in quel giorno celebriamo –  senza in realtà avere conoscenza della storia, oppure avendola dimenticata o cancellata – il furto della terra ai danni dei nativi americani e l’inizio di quattrocento anni di colonialismo e schiavitù. Ma io nel mio libro volevo scrivere solo di quel particolare Giorno del Ringraziamento, per cercare di restituire a quel giorno un significato ideale: due popoli che si incontrano per condividere il cibo, nella conoscenza e nel rispetto reciproci.

Nel suo libro La pelle che ci separa ci sono delle espressioni in italiano e in dialetto siciliano. Lei parla o conosce l’italiano?

Quando ero bambina sentivo sempre i miei nonni e altri parenti che parlavano l’italiano. Mio nonno non parlava molto l’inglese. Lui ogni mattina leggeva un giornale italiano – in quella lingua lui sapeva leggere e scrivere – e parlava il dialetto con mia nonna, che di solito gli rispondeva in inglese, o in un misto di inglese e dialetto siciliano. I miei nonni, come molti immigrati, volevano che i loro figli parlassero inglese, affinché potessero godere dei privilegi derivati dall’essere americani, e quindi difficilmente parlavano loro in italiano o in dialetto. E mio padre mi ha raccontato che lui a scuola, da bambino, veniva picchiato se parlava dialetto. Io ho studiato l’italiano all’università, e sono perfino riuscita a fare un corso di siciliano. Ma, ironicamente, per me è stato difficile imparare la mia lingua d’origine. Io ho studiato francese a scuola e poi tedesco all’università. Per me imparare entrambe queste lingue è stato più facile che imparare l’italiano, anche se sono stata in Italia molte volte e ci ho passato molto tempo. È una cosa che mi rende allo stesso tempo un po’ triste ma anche curiosa: mi chiedo se tutto ciò sia collegato al trauma della perdita, della separazione, che ha vissuto la mia famiglia per aver dovuto lasciarsi l’Italia alle spalle in modo da essere assimilati e diventare americani. Forse è quel trauma che si è trasformato per me in una sorta di blocco che riduce la mia abilità di imparare l’italiano? Forse è troppo doloroso? Allo stesso tempo, però, le parole che sentivo in italiano e in siciliano mi si sono scolpite nella memoria, non me le dimenticherò mai. Ed esse per me diventano un collegamento diretto con il luogo da cui proviene la mia famiglia. Penso che tutto questo sia relativamente comune per molte seconde e terze generazioni di italoamericani.

Ci può dire qualcosa del suo rapporto con New York City?

New York è la città in cui sono nata e il suo paesaggio fa parte della mia coscienza profonda. Mi ha dato forma. È anche il luogo in cui le due parti della mia famiglia si sono incontrate. Grazie all’eterogeneità della sua popolazione, ai diversi gruppi di immigrati e ai loro quartieri, e grazie alla centralità di Harlem nella storia tanto degli afroamericani che di tanti immigrati europei (ebrei, tedeschi, irlandesi, italiani), è stata possibile una mescolanza di culture e di razze. Quindi non soltanto la mia nascita è stata possibile proprio grazie a questo paesaggio, ma lo sono state anche altre cose: momenti di solidarietà politica, di collaborazione musicale, di amicizia e desiderio, tra tutti i gruppi differenti che venivano a New York in cerca di lavoro, di rifugio, di avventura.

L’America di Barack Obama rappresenta la più significativa novità  politica attuale. Quali sono le sue aspettative per gli Stati Uniti d’America?

Non so se è la novità politica più significativa. C’è ancora la guerra in Iraq, il conflitto tra Israele e Palestina, l’insorgere della violenza fondamentalista, il cambiamento climatico... Ma queste elezioni hanno permesso a tanti di noi negli Stati Uniti di sperare veramente in un mondo migliore. Questo è accaduto dopo tanto tempo, per alcuni di noi per la prima volta nella vita. Per molti americani, Obama rappresenta l’intelligenza, il buon senso, la cortesia, la cooperazione, il rispetto, la giovinezza. Forse è una seconda possibilità che ci viene offerta. La mia speranza per gli Stati Uniti di Obama è che possiamo finalmente smettere di avere il ruolo di prepotenti e prevaricatori sul palcoscenico mondiale. Che possiamo lavorare per creare la pace nel mondo, invece di divisioni e sfiducia. Che ci possiamo rimettere al lavoro per affrontare i problemi del cambiamento climatico e per creare un’economia (più) verde. E che Obama possa ripristinare il valore dell’istruzione e del pensiero razionale nella nostra cultura. Forse sono ingenua, ed è possibile che io stia idealizzando Obama oppure che non stia considerando con la dovuta attenzione la situazione disastrosa che lui ha ereditato. Lui non è Dio, è solo un uomo, e per lui la strada sarà in salita per riuscire a fare qualsiasi cosa, vista la situazione mondiale. Ma io credo davvero che le sue intenzioni siano le migliori. Io credo che a lui stia davvero a cuore il mondo, e non soltanto il potere. Come ho detto, forse sono ingenua. Ma abbiamo bisogno di speranza. Niente può cambiare se non crediamo davvero nel cambiamento.

Intervista di Dori Agrosì. Traduzione dall'inglese di Caterina Romeo.









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